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5 Aprile 2022

Benvenuto Cellini: vita, morte e negromanzia

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La vita spericolata di Benvenuto Cellini: artista rinascimentale che fra sanguinose battaglie e rituali di magia nera scrisse la storia della negromanzia

Benvenuto Cellini nacque nell’anno 1500, a Firenze, nella culla dell’arte rinascimentale e della corrente manieristica cui vengono associati i suoi capolavori. Straordinario orafo e talentuoso scultore, creò il celebre Perseo con la testa di Medusa, statua ancora oggi visibile in piazza della Signoria, commissionata dal granduca in persona, Cosimo I de’ Medici. Ma non è di questo che voglio parlarvi oggi. Oggi vi racconto del lato oscuro del Cellini, quello che lo vede legato all’esoterismo cinquecentesco più affascinante: la negromanzia, ovvero la magia nera fatta di rituali di evocazione demoniaca e resurrezione dei morti.

La magia rinascimentale è esattamente ciò che intendiamo quando pensiamo erroneamente al Medioevo: nel senso che la gloriosa epoca considerata evoluzione della brutta “via di mezzo” (Medio-Evo: età di mezzo), è in realtà piena di superstizione e roghi di streghe. Grazie ai capolavori della “letteratura fantastica” come il Malleus Maleficarum (pubblicato sul finire del Quattrocento) e lo stesso fenomeno della caccia alle streghe, che per la verità si diffonde ben più avanti nella storia, arrivando perfino al XVIII secolo, è proprio nel Rinascimento che prendono piede quelle credenze folcloristiche più irrazionali, frutto di sfrenate fantasie assimilabili alla letteratura dell’orrore. In quel frizzante contesto esoterico si muoveva il nostro Benvenuto Cellini, che fra le molte capacità sviluppò pure quella della scrittura, permettendoci di conoscere le sue avventure tramite un’autobiografia ricca di episodi fantastici (specialmente per me, che scrivo romanzi!).

Benvenuto Cellini vagava di città in città e di bottega in bottega per migliorare la propria tecnica. Firenze, Siena, Pisa: i comuni e le signorie più importanti d’Italia accolsero il suo estro, permettendogli di sbocciare fino alla completa maturità stilistica. Anche se, a dir la verità, tutto questo viaggiare era dovuto anche al suo caratterino. Poiché Benvenuto Cellini era un uomo d’azione, che non esitava a menar le mani e impugnare le armi: e fu proprio per questo che venne bandito più volte dalla sua stessa Firenze, dietro minaccia di morte.

Per sfuggire alla forca, Benvenuto Cellini percorse il centro Italia in lungo e in largo, finché non si ritrovò a Roma, negli anni venti del Cinquecento, nel corso di un’importante pagina della storia italiana. Perché Carlo V stava attraversando la penisola con il suo esercito, e i temuti lanzichenecchi erano giunti fino alle porte della capitale: mi riferisco al Sacco di Roma del 1527, una vera e propria tragedia in termini di vite e ricchezze trafugate, di cui ancora oggi ne scontiamo le conseguenze.

Benvenuto Cellini difese la città, combattendo come archibugiere e cannoniere al soldo del papa. E si dice sia stato proprio lui a colpire il generale dei lanzichenecchi, ferendolo a morte (evento che purtroppo scatenò il saccheggio da parte dell’esercito invasore, privo di una guida abbastanza forte da contenerne l’animosità). Ma, come vi ho anticipato, voglio metter da parte tutte queste meravigliose storie per concentrarmi sull’aspetto negromantico, a partire da un affascinante episodio narrato dal Cellini stesso, ovvero della volta in cui l’artista morì per poi resuscitare tramite rito magico.

“Dappoi quattro giorni appresso, mi prese una grandissima febbre con freddo inistimabile: e postomi a letto, subito mi giudicai mortale. Feci chiamare i primi medici di Roma, in fra i quali si era un maestro Francesco da Norcia, medico vecchissimo e di maggior credito che avessi Roma. Contai alli detti medici quale io pensavo che fussi stata la causa del mio gran male, e che io mi sarei voluto trar sangue, ma io fui consigliato di no; e se io fussi a tempo, li pregavo che me ne traessino. Maestro Francesco rispose, che il trarre sangue ora non era bene, ma allora sí, che non arei aùto un male al mondo; ora bisognava medicarmi per un’altra via.”

La vita di Benvenuto di Maestro Giovanni Cellini fiorentino, scritta, per lui medesimo, in Firenze (1558), Libro primo, Capitolo LXXXIV

Quando stava a Roma, Benvenuto Cellini si ammalò gravemente, tanto da sembrare in punto di morte. Il medico Francesco da Norcia consigliò di non effettuare alcun salasso, nonostante lo stesso Cellini lo richiedesse. I rimedi che aveva intenzione di utilizzare quel “medico vecchissimo” erano infatti molto sofisticati, per certi versi assimilabili a un rito magico.

“Cosí messono mano a medicarmi con quanta diligenzia e’ potevano e sapevano al mondo; e io ogni dí peggioravo a furia, in modo che in capo di otto giorni il mal crebbe tanto, che li medici disperati della impresa detton commessione che io fussi contento e mi fussi dato tutto quello che io domandavo. Maestro Francesco disse: – Insinché v’è fiato, chiamatemi a tutte l’ore, perché non si può immaginare quel che la natura sa fare in un giovane di questa sorte; però, avvenga che lui svenissi, fategli questi cinque rimedi l’un dietro all’altro, e mandate per me, che io verrò a ogni ora della notte; che piú grato mi sarebbe di campar costui, che qualsivoglia cardinal di Roma -. Ogni dí mi veniva a visitare dua o tre volte messer Giovanni Gaddi, e ogni voIta pigliava in mano di quei miei belli scoppietti e mie maglie e mie spade, e continuamente diceva: – Questa cosa è bella, e quest’altra è piú bella – cosí di mia altri modelletti e coselline: di modo che io me l’avevo recato a noia.”

Gli altri medici erano convinti che Benvenuto Cellini non potesse guarire da quel male, e infatti suggerirono ai suoi amici di farlo star “contento”, facendogli trascorrere gli ultimi giorni di vita in serenità. I suoi amici quando lo andavano a trovare impugnavano i suoi “belli scoppietti”, le maglie di ferro e le spade, che lui aveva sempre con sé, in casa. Ma maestro Francesco non era d’accordo col parere degli altri medici, perciò volle provare a tenerlo in vita, perché si era preso a cuore la sorte del giovane artista.

“La natura era debilitata e avvilita a fatto; e non mi era restato tanta virtú che, uscito il fiato, io lo potessi ripigliare; ma sí bene la saldezza del cervello istava forte, come la faceva quando io non avevo male. Imperò stando cosí in cervello, mi veniva a trovare alletto un vecchio terribile, il quale mi voleva istrascicare per forza drento in una sua barca grandissima; per la qual cosa io chiamavo quel mio Felice, che si accostassi a me, e che cacciassi via quel vecchio ribaldo. Quel Felice, che mi era amorevolissimo, correva piagnendo e diceva: – Tira via, vecchio traditore, che mi vuoi rubare ogni mio bene -. Messer Giovanni Gaddi allora, ch’era quivi alla presenza, diceva; – Il poverino farnetica, e ce n’è per poche ore -. Quell’altro Mattio Franzesi diceva: – Gli ha letto Dante, e in questa grande infermità gli è venuto quella vagillazione – e diceva cosí ridendo: – Tira via, vecchio ribaldo, e non dare noia al nostro Benvenuto -. Vedutomi schernire, io mi volsi a messer Giovanni Gaddi e allui dissi: – Caro mio padrone, sappiate che io non farnetico, e che gli è il vero di questo vecchio, che mi dà questa gran noia. Ma voi faresti bene il meglio a levarmi dinanzi cotesto isciagurato di Mattio, che si ride del mio male”

Le allucinazioni dovute alla febbre diedero vita a delle visioni infernali, materializzate nella forma di un “vecchio terribile”, venuto a prendere il Cellini per trascinarlo a forza in una “sua barca grandissima”. Per la gran paura che ebbe, il nostro artista chiese agli amici di scacciare quel vecchio. Alcuni però lo schernirono, dicendogli che, per colpa d’aver letto la Divina Commedia di Dante Alighieri, adesso s’immaginava quelle brutte cose.

Il vecchio terribile è ovviamente analogo al Caronte che traghetta le anime sulla sua barca, solcando le paludi stige. Per questo, il Cellini, di salire a bordo non ne aveva alcuna intenzione. Uno dei suoi amici più sinceri, tale Felice, si prodigò per scacciare la visione. Ma le cose peggioravano sempre di più.

“Giunti che furono questi uomini da bene, io ne presi grandissimo conforto, e con loro ragionai in cervello un pezzo, pur sollecitando Felice che cacciassi via il vecchio. Misser Lodovico mi dimandava quel che mi pareva vedere, e come gli era fatto. In mentre che io gnene disegnavo con le parole bene, questo vecchio mi pigliava per un braccio, e per forza mi tirava a sé; per la qual cosa io gridavo che mi aiutassino, perché mi voleva gittar sotto coverta in quella sua spaventata barca. Ditto quest’ultima parola, mi venne uno sfinimento grandissimo, e a me parve che mi gettassi in quella barca. Dicono che allora in questo svenire, che io mi scagliavo e che io dissi di male parole a messer Giovanni Gaddi, sí che veniva per rubarmi e non per carità nessuna; e molte altre bruttissime parole, le quale fecion vergognare il ditto messer Giovanni. Di poi dissono che io mi fermai come morto; e soprastati piú d’un’ora, parendo loro che io mi freddassi, per morto mi lasciorono.”

Il vecchio terribile prese Benvenuto Cellini per il braccio e lo tirò con forza sulla barca. E l’artista svenì tanto profondamente, che gli amici lo credettero morto “e per morto mi lasciorono” (composero pure un sonetto funebre in suo ricordo!).

“E ritornati a casa loro, lo seppe quel Mattio Franzesi, il quale scrisse a Firenze a messer Benedetto Varchi mio carissimo amico, che alle tante ore di notte lor mi avevano veduto morire. Per la qual cosa quel gran virtuoso di messer Benedetto e mio amicissimo, sopra la non vera ma sí ben creduta morte fece un mirabil sonetto, il quale si metterà al suo luogo. Passò piú di tre grande ore prima che io mi rinvenissi; e fatto tutti e’ rimedi del sopraditto maestro Francesco, veduto che io non mi risentivo, Felice mio carissimo si cacciò a correre a casa maestro Francesco da Norcia, e tanto picchiò che egli lo svegliò e fecelo levare, e piagnendo lo pregava che venissi a casa, che pensava che io fossi morto. Al quale, maestro Francesco, che era collorosissimo, disse: – Figlio, che pensi tu che io faccia a venirvi? se gli è morto, a me duol egli piú che a tte; pensi tu che con la mia medicina, venendovi, io li possa soffiare in culo e rendertelo vivo? – Veduto che ’l povero giovane se ne andava piangendo, lo chiamò indietro e gli dette certo olio da ugnermi e’ polsi e il cuore, e che mi serrassino istrettissime le dita mignole dei piedi e delle mane; e che se io rinvenivo, che subito lo mandassimo a chiamare.”

Gli amici corsero a chiamare maestro Francesco, credendo che il Cellini fosse morto. Al che, il maestro rispose che non poteva farci granché, visto che con la sua medicina non poteva certo soffiargli “in culo e renderlo vivo”. Poi però veniamo a scoprire che in realtà conosceva più di un rimedio per far “rinvenire” i morti. Quindi il maestro comandò di ungere polsi e cuore e serrare strettissimamente le dita “mignole” dei piedi e delle mani dell’artista fiorentino.

“Partitosi Felice, fece quanto maestro Francesco gli aveva detto; e essendo fatto quasi di chiaro e parendo loro d’esser privi di speranza, dettono ordine a fare la vesta e a lavarmi. In un tratto io mi risenti’, e chiamai Felice, che presto presto cacciassi via quel vecchio che mi dava noia. Il quale Felice volse mandare per maestro Francesco, e io dissi che non mandassi e che venissi quivi da me, perché quel vecchio subito si partiva e aveva paura di lui. Accostatosi Felice a me, io lo toccavo e mi pareva che quel vecchio infuriato si scostassi; però lo pregavo che stessi sempre da me. Comparso maestro Francesco, disse che mi voleva campare a ogni modo, e che non aveva mai veduto maggior virtú in un giovane, a’ sua dí, di quella; e dato mano allo scrivere, mi fece profumi, lavande, unzioni, impiastri e molte cose inistimabile. Intanto io mi risenti’ con piú di venti mignatte al culo, forato, legato e tutto macinato.”

Gli amici fecero quanto aveva comandato il “maestro”(che a questo punto, più che maestro di medicina ricorda il maestro di negromanzia dell’episodio al Tribunale dei demoni, di Cesario di Heisterbach), e Benvenuto Cellini si rianimò. Saputa la notizia straordinaria, a casa dell’artista giunse lo stesso maestro che, date le circostanze, disse di volerlo “campare a ogni modo”. Cominciarono dunque una serie di medicamenti magici: profumi, lavande, unzioni, impiastri e altre cose preziose, grazie alle quali il Cellini cominciò a sentirsi meglio. Le più di “venti mignatte al culo”, che credo fossero sanguisughe, furono decisive per la riuscita del trattamento.

Di sanguisughe e salassi ne parlo nel mio ultimo romanzo “La Stirpe delle Ossa”, dove gli schifosi rimedi di palude servono a mettere in piedi misteriosi riti magici, la cui efficacia è tutta da dimostrare…

Ma torniamo alla presunta morte di Benvenuto Cellini.

“Essendo venuto molti mia amici a vedere il miracolo de il resuscitato morto, era comparso uomini di grande importanza e assai; presente i quali io dissi che quel poco de l’oro e de’ danari, quali potevano essere in circa ottocento scudi fra oro, argento, gioie e danari, questi volevo che fussino della mia povera sorella che era a Firenze, quale aveva per nome monna Liperata; tutto il restante della roba mia, tanto arme quanto ogni altra cosa, volevo fussino del mio carissimo Filice, e cinquanta ducati d’oro piú, acciò che lui si potessi vestire. A queste parole Filice mi si gittò al collo, dicendo che non voleva nulla, altro che mi voleva vivo. Allora io dissi: – Se tu mi vuoi vivo, toccami accotesto modo, e sgrida a cotesto vecchio, che ha di te paura -. A queste parole v’era di quelli che spaventavano, conosciuto che io non farneticavo, ma parlavo a proposito e in cervello.”

Furono in molti gli amici che andarono a trovare Benvenuto Cellini, il “resuscitato morto”, ma quel Felice che aveva scacciato via il vecchio terribile con la sua barca fu il più apprezzato dall’artista, meritandosi i ringraziamenti e pure un compenso in denaro: con la promessa di continuare a proteggere il Cellini da quel Caronte che voleva tirarlo dentro la barca e che, prima o poi, lo avrebbe agguantato comunque (memento mori, no?).

Della veridicità dell’evento è rimasta questa storia, narrata dallo stesso artista, e pure un sonetto. Ricordate quando gli amici andarono via di casa credendolo morto? Uno di loro, Benedetto Varchi, si gettò subito a scrivere un componimento in memoria del caro amico, che voglio riportarvi qua sotto:

IN LA CREDUTA E NON VERA MORTE
DI BENVENUTO CELLINI


Chi ne consolerà, Mattio? chi fia
che ne vieti il morir piangendo, poi
che pur è vero, oimè, che sanza noi
cosí per tempo al Ciel salita sia


quella chiara alma amica, in cui fioria
virtú cotal, che fino a’ tempi suoi
non vidde equal, né vedrà, credo, poi
il mondo, onde i miglior si fuggon pria?


Spirto gentil, se fuor del mortal velo
S’ama, mira dal Ciel chi in terra amasti,
pianger non già ’l tuo ben, ma ’l proprio male.


Tu ten sei gito a contemplar su ’n Cielo
l’alto Fattore, e vivo il vedi or quale
con le tue dotte man quaggiú il formasti.

Ma le avventure di Benedetto Cellini non si concludono qui. Perché l’artista cinquecentesco aveva appena cominciato ad affacciarsi nel meraviglioso mondo della magia nera, la negromanzia e, dopo essere “apparentemente morto”, poté assistere a un’evocazione demoniaca in una location quanto mai teatrale: il mitico Colosseo.

“Mi accadde per certe diverse stravaganze, che io presi amicizia di un certo prete siciliano, il quale era di elevatissimo ingegno e aveva assai buone lettere latine e grece. Venuto una volta in un proposito d’un ragionamento, in el quale s’intervenne a parlare dell’arte della negromanzia; alla qual cosa io dissi: – Grandissimo desiderio ho avuto tutto il tempo della vita mia di vedere o sentire qualche cosa di quest’arte -. Alle qual parole il prete aggiunse: – Forte animo e sicuro bisogna che sia di quel uomo che si mette a tale impresa -. Io risposi che della fortezza e della sicurtà dell’animo me ne avanzerebbe, pur che i’ trovassi modo a far tal cosa. Allora rispose il prete: – Se di cotesto ti basta la vista, di tutto il resto io te ne satollerò -.”

La vita di Benvenuto di Maestro Giovanni Cellini fiorentino, scritta, per lui medesimo, in Firenze (1558), Libro primo, Capitolo LXIV

Ancora una volta ci troviamo di fronte alla comparsa di un prete che effettuava il duplice ufficio di chierico e negromante. Proprio come nelle opere teologiche di qualche secolo prima, in pieno medioevo, quando si raccontava di maestri negromanti e patti col diavolo.

Benvenuto Cellini, ricalcando i capricci dei cavalieri curiosi nel Dialogo sui Miracoli di Heisterbach, del XIII secolo, chiese a un suo conoscente esperto di negromanzia, e per l’appunto un prete, di mostrargli una vera evocazione demoniaca. Il prete, dopo averlo avvertito della pericolosità di simili pratiche, accettò d’imbastire il rito nel luogo più magico e affascinante di Roma: il Colosseo (all’epoca tenuto in condizioni di totale abbandono e quindi più che adatto a queste riunioni oscure).

“Cosí fummo d’acordo di dar principio a tale impresa. Il detto prete una sera in fra l’altre si messe in ordine, e mi disse che io trovassi un compagno, insino in dua. Io chiamai Vincenzio Romoli mio amicissimo, e lui menò seco un Pistolese, il quale attendeva ancora lui alla negromanzia. Andaticene al Culiseo, quivi paratosi il prete a uso di negromante, si misse a disegnare i circuli in terra con le piú belle cirimonie che immaginar si possa al mondo; e ci aveva fatto portare profummi preziosi e fuoco, ancora profummi cattivi. Come e’ fu in ordine, fece la porta al circulo; e presoci per mano, a uno a uno ci messe drento al circulo; di poi conpartí gli uffizii; dette il pintàculo in mano a quell’altro suo compagno negromante, agli altri dette la cura del fuoco per e’ profummi; poi messe mano agli scongiuri. Durò questa cosa piú d’una ora e mezzo; comparse parecchi legione, di modo che il Culiseo era tutto pieno. Io che attendevo ai profummi preziosi, quando il prete cognobbe esservi tanta quantità, si volse a me e disse: – Benvenuto, dimanda lor qualcosa -. Io dissi che facessino che io fussi con la mia Angelica siciliana. Per quella notte noi non avemmo risposta nessuna; ma io ebbi bene grandissima satisfazione di quel che io desideravo di tal cosa. Disse il negromante che bisognava che noi ci andassimo un’altra volta, e che io sarei satisfatto di tutto quello che io domandavo, ma che voleva che io menassi meco un fanciulletto vergine.”

Benvenuto Cellini seguì il prete negromante assieme al suo amico Vincenzo Romoli e a un terzo appassionato di negromanzia, un certo “pistolese”, ovvero cittadino di Pistoia: città toscana che vide i natali di un altro negromante, famoso per aver piegato la sua arte al servizio degli oscuri riti del maresciallo di Francia, Gilles de Rais (il Barbablù, condannato per aver commesso gli omicidi più efferati nelle segrete del suo castello), ovvero: Francesco Prelati. Per approfondire, leggi l’articolo su Gilles de Rais, un signore oscuro medievale.

Tutti e quattro si diressero, di notte, al Colosseo per dare inizio ai riti magici a base di circoli disegnati per terra, fuochi, profumi (buoni e cattivi) e formule magiche recitate solennemente. Dopo un’ora e mezzo il Colosseo si riempì di demoni, “una legione”, che probabilmente Benvenuto non vide coi suoi occhi, considerato che prima d’interagire con loro dovette aspettare che “il prete cognobbe esservi tanta quantità”.

Benvenuto volle porre ai demoni una domanda che lo assillava da molto tempo: se sarebbe riuscito prima o poi a stare con la donna che amava, Angelica. Ma non poté ottenere alcuna risposta, poiché mancava un ingrediente importante: un fanciullo vergine.

I riti magici dovevano essere ripetuti da capo.

“Presi un mio fattorino, il quale era di dodici anni in circa, e meco di nuovo chiamai quel ditto Vincenzio Romoli; e, per essere nostro domestico compagno un certo Agnolino Gaddi, ancora lui menammo a questa faccenda. Arrivati di nuovo a il luogo deputato, fatto il negromante le sue medesime preparazione con quel medesimo e piú ancora maraviglioso ordine, ci mise innel circulo, qual di nuovo aveva fatto con piú mirabile arte e piú mirabil cerimonie; di poi a quel mio Vincenzio diede la cura de’ profummi e del fuoco; insieme la prese il detto Agnolino Gaddi; di poi a me pose in mano il pintàculo, qual mi disse che io lo voltassi sicondo e’ luoghi dove lui m’accennava, e sotto il pintàculo tenevo quel fanciullino mio fattore. Cominciato il negromante a fare quelle terrebilissime invocazioni, chiamato per nome una gran quantità di quei demonii capi di quelle legioni, e a quelli comandava per la virtú e potenzia di Dio increato, vivente ed eterno, in voce ebree, assai ancora greche e latine; in modo che in breve di spazio si empié tutto il Culiseo l’un cento piú di quello che avevan fatto quella prima volta. Vincenzio Romoli attendeva a fare fuoco insieme con quell’Agnolino detto, e molta quantità di profummi preziosi. Io per consiglio del negromante di nuovo domandai potere essere con Angelica.”

Trovato un fanciullo di dodici anni da impiegare come ingrediente del rito, più un altro volenteroso compagno, Agnolino Gaddi, i sei praticanti di magia nera tornarono al Colosseo per una nuova prova di negromanzia. Entrarono tutti nel circolo magico disegnato per terra e ciascuno prese parte alla liturgia oscura, fra chi si occupava dei fuochi e chi dei profumi. Al Cellini toccò di impugnare un pentacolo (sotto forma di amuleto, probabilmente).

Al termine delle invocazioni in lingua ebraica, greco e latino, conosciute dal prete negromante, i demoni comparvero nell’arena ancor più numerosi della volta prima, pronti ad ascoltare la domanda d’amore dell’artista fiorentino. E, questa volta, risposero.

” Voltosi il negromante a me, mi disse: – Senti che gli hanno detto? Che in ispazio di un mese tu sarai dove lei – e di nuovo aggiunse, che mi pregava che io gli tenessi il fermo, perché le legioni eran l’un mille piú di quel che lui aveva domandato, e che l’erano le piú pericolose; e poi che gli avevano istabilito quel che io avevo domandato, bisognava carezzargli, e pazientemente gli licenziare. Da l’altra banda il fanciullo, che era sotto il pintàculo, ispaventatissimo diceva che in quel luogo si era un milione di uomini bravissimi, e’ quali tutti ci minacciavano: di piú disse, che gli era comparso quattro smisurati giganti, e’ quali erano armati e facevan segno di voler entrar da noi. In questo il negromante, che tremava di paura, attendeva con dolce e suave modo el meglio che poteva a licenziarli. Vincenzio Romoli, che tremava a verga a verga, attendeva ai profummi. Io, che avevo tanta paura quant’e loro, mi ingegnavo di dimostrarla manco, e a tutti davo maravigliosissimo animo; ma certo io m’ero fatto morto, per la paura che io vedevo nel negromante. Il fanciullo s’era fitto il capo in fra le ginocchia, dicendo: – Io voglio morire a questo modo, ché morti siàno -. Di nuovo io dissi al fanciullo: – Queste creature son tutte sotto a di noi, e ciò che tu vedi si è fummo e ombra; sí che alza gli occhi -. Alzato che gli ebbe gli occhi, di nuovo disse: – Tutto il Culiseo arde, e ’l fuoco viene adosso a noi – e missosi le mane al viso, di nuovo disse che era morto, e che non voleva piú vedere. Il negromante mi si raccomandò, pregandomi che io gli tenessi il fermo, e che io facessi fare profummi di zaffetica: cosí, voltomi a Vincenzio Romoli, dissi che presto profumassi di zaffetica. In mentre che io cosí diceva, guardando Agnolino Gaddi, il quale si era tanto ispaventato che le luce degli occhi aveva fuor del punto, ed era piú che mezzo morto, al quale io dissi: – Agnolo, in questi luoghi non bisogna aver paura, ma bisogna darsi da fare e aiutarsi; sí che mettete sú presto di quella zaffetica -. Il ditto Agnolo, in quello che lui si volse muovere, fece una strombazzata di coreggie con tanta abundanzia di merda, la qual potette piú che la zaffetica.”

I demoni dissero al prete che Benvenuto Cellini avrebbe ritrovato la sua amata in capo a un mese. Avuta la risposta, però, giunse il momento di congedare la legione demoniaca e porre fine al rituale. Ma si trattava di affare ben più difficile da portare a termine, e pericoloso.

Ciascun membro del gruppo si diede da fare per terminare il rito. Il prete negromante “carezzava” i demoni con la voce, per placarli e tentare di porre fine all’evocazione, mentre gli altri si occupavano dei profumi e dei fuochi. In particolare, dovevano spargere il profumo “cattivo” della “zaffetica”, ovvero l’assafetida, chiamata anche finocchio fetido, concime del diavolo o sterco del diavolo: una pianta conosciuta fin dall’Antichità per varie proprietà e, soprattutto, per l’intenso fetore che emana.

In mezzo a un simile spettacolo magico, il fanciullo cominciò a scorgere quattro giganti che tentavano d’entrare nel circolo. E Agnolino, che avrebbe dovuto occuparsi dei fuochi, si prese così tanta paura da emettere “una strombazzata di correggie con tanta abundanzia di merda” ancor più puzzolente dell’assafetida. Tanto puzzolente, da far scappare i demoni.

Il fanciullo, a quel gran puzzo e quel romore alzato un poco il viso, sentendomi ridere alquanto, assicurato un poco la paura, disse che se ne cominciavano a ’ndare a gran furia. Cosí soprastemmo in fino a tanto che e’ cominciò a sonare i mattutini. Di nuovo ci disse il fanciullo che ve n’era restati pochi, e discosto. Fatto che ebbe il negromante tutto il resto delle sue cerimonie, spogliatosi e riposto un gran fardel di libri, che gli aveva portati, tutti d’accordo seco ci uscimmo del circulo, ficcandosi l’un sotto l’altro; massimo il fanciullo, che s’era messo in mezzo, e aveva preso il negromante per la veste e me per la cappa; e continuamente, in mentre che noi andavamo inverso le case nostre in Banchi, lui ci diceva che dua di quelli, che gli aveva visti nel Culiseo, ci andavano saltabeccando innanzi, or correndo su pe’ tetti e or per terra. Il negromante diceva, che di tante volte quante lui era entrato innelli circuli, non mai gli era intervenuto una cosí gran cosa, e mi persuadeva che io fussi contento di volere esser seco a consacrare un libro; da il quale noi trarremmo infinita ricchezza, perché noi dimanderemmo li demonii che ci insegnassino delli tesori, i quali n’è pien la terra, e a quel modo noi diventeremmo ricchissimi; e che queste cose d’amore si erano vanità e pazzie, le quale non rilevavano nulla. Io li dissi, che se io avessi lettere latine, che molto volentieri farei una tal cosa. Pur lui mi persuadeva, dicendomi, che le lettere latine non mi servivano a nulla, e che se lui avessi voluto, trovava di molti con buone lettere latine; ma che non aveva mai trovato nessuno d’un saldo animo come ero io, e che io dovessi attenermi al suo consiglio. Con questi ragionamenti noi arrivammo alle case nostre, e ciascun di noi tutta quella notte sognammo diavoli.

Si conclude così l’avventura magica di Benvenuto Cellini, che dopo aver trascorso una notte al Colosseo in mezzo ai demoni (ed esser pure inseguito fino a casa, dopo l’alba), non poté fare a meno di sognarli per molte notti a seguire…

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Lorenzo Manara