Close

31 Maggio 2022

Gilles de Rais: l’oscuro signore di un castello maledetto

gilles de rais oscuro signore

L’orrenda storia di Gilles de Rais: tra sacrifici, patti col Diavolo, evocazioni demoniache e riti di magia nera nei sotterranei del castello

Gilles de Rais viene spesso associato a Barbablù: ovvero il protagonista di un celebre racconto francese del 16971. Nell’opera di finzione, Barbablù è un signore ricchissimo che grazie alle sue facoltà economiche riesce a sposarsi ben sei volte, poiché ogni donna cui mette l’anello al dito, dopo qualche tempo, finisce per scomparire misteriosamente. L’esito si ripeterebbe pure con la settima moglie, se non fosse che quest’ultima si dimostra più furba delle altre.

La donna, appena maritata, comincia la sua nuova vita nella grande e sfarzosa casa di Barbablù. Fra le varie stanze del palazzo ve n’è una, in particolare, che non deve mai essere aperta, per nessuna ragione. Come da perfetta tradizione fiabesca, però, la moglie non resiste alla curiosità e infrange la regola.

Dopo aver aperto la stanza segreta, la novella sposa si ritrova davanti i cadaveri delle ex-mogli, tutte e sei, appese al soffitto. Allora, per evitare la stessa fine, chiama in aiuto i suoi due fratelli, che irrompono in casa e combattono col mostruoso serial-killer. Dopo un breve scambio di colpi, Barbablù ha la peggio e, finalmente, muore. La donna, divenuta vedova, eredita la proprietà del palazzo e tutte le ricchezze in esso contenute per poter cominciare una nuova vita: questa volta, in tutta serenità.

Si dice che questa cupa fiaba di fine XVII secolo sia ispirata a un personaggio storico veramente esistito, condannato a morte dall’Inquisizione dopo essere stato processato per 49 capi d’imputazione, tra cui: eresia, stregoneria, idolatria, apostasia dalla fede, superstizione, divinazione, rapimento, tortura, uccisione e soppressione dei corpi di almeno 140 bambini… Stiamo parlando di Gilles de Rais: gran signore francese e maresciallo di Francia, nonché cavaliere che combatté al fianco di Giovanna d’Arco nel corso della guerra dei Cent’anni per poi passare alla storia come serial-killer. Ma come andarono veramente le cose? Era davvero un pazzo omicida, adoratore del Diavolo e stupratore?

Il giudizio degli storici, ad oggi, è contrastante. Alcuni sostengono la validità della giustizia inquisitoriale2, altri invece pongono qualche dubbio sull’attendibilità del processo tardo medievale3, in particolare sulla confessione che, dopo un iniziale e fermo rifiuto, venne rilasciata dal contrito Gilles per salvarsi l’anima al prezzo di una condanna per impiccagione, seguita dal rogo.

Alla base della tesi che vedrebbe Gilles de Rais vittima innocente di un processo organizzato vi è la sua condizione economica, divenuta drammatica ben prima della citazione in giudizio. Alcuni storici ritengono che il Barbablù francese fosse divenuto obiettivo di uno sciacallaggio da parte di coloro che volevano impadronirsi dei suoi possedimenti: gli stessi che, guarda caso, si trovavano dalla parte dell’accusa4 e che, al termine del processo, si spartirono davvero quei possedimenti.

Per sanare le sue finanze, Gilles de Rais si trovò a vendere perfino un castello, Saint-Étienne de Mermorte, prontamente acquistato dal duca di Bretagna. Alla svendita dei possedimenti famigliari, però, i parenti di Gilles si opposero strenuamente, tanto da richiedere l’interdizione del capofamiglia dalla gestione del patrimonio. Interdizione che lo stesso sovrano, Carlo VII, emanò. Ma il duca di Bretagna, con l’appoggio del vescovo di Nantes, fece in modo di mantenere il possesso del castello appena acquistato. E fu a quel punto che Gilles cadde preda di un pericoloso ripensamento.

Il signore di Rais, al comando della sua masnada, assaltò il castello che egli stesso aveva venduto e irruppe perfino in chiesa, durante la celebrazione della messa, prendendo in ostaggio il prete, parente del Duca. Intendeva ristabilire il suo potere baronale con un colpo di mano, ma la scelta considerati i risvolti si rivelò, invece, disastrosa.

Siccome non sapremo mai la verità, e non mi interessa nemmeno scoprirla, lasciamo da parte le speculazioni politiche e concentriamoci sulla parte succosa della vicenda: ovvero i dettagli dei riti magici cui partecipava Gilles de Rais, consumati nei sotterranei del castello maledetto di Tiffauges, oscuro e tenebroso come quelli dei romanzi fantasy: luogo narrativo simile a quello presente ne “La Stirpe delle Ossa”, il mio ultimo libro, dove gli episodi storici si uniscono a formare un dramma avventuroso, pieno di atmosfere misteriose e ferro affilato.

Gilles de Rais era appassionato di occulto, magia e alchimia. Il suo coinvolgimento nelle arti oscure lo portò nel corso della sua vita a incontrare vari “esperti del settore”, più o meno capaci, che contribuirono al tragico epilogo processuale. Il racconto inquisitorio, le cui trascrizioni coinvolgono lo stesso imputato5, contiene vari episodi di magia medievale che ebbero inizio col primo incontro esoterico, favorito dall’arrivo al castello del signore di Rais di un tale di nome Mesnil.

Mesnil era un soldato, nello specifico un trombettiere, condannato come eretico. Fu il primo a proporre a Gilles de Rais di firmare un contratto di sangue col Diavolo in cambio di ricchezze atte a riguadagnare lo status perduto. Si trattava di un patto col Diavolo vero e proprio, di quelli ben conosciuti nel folclore medievale (per approfondire, leggi l’articolo sulle evocazioni demoniache e i patti col Diavolo), con la differenza sostanziale che Gilles de Rais non promise né la vita, né la sua anima. Volontà peculiare, visto il tipo di personaggio, mantenuta con coerenza fino alla fine.

L’evocazione del Diavolo, tuttavia, non ebbe successo. Gilles de Rais ammise di non aver visto né sentito niente di magico, e quel tale, Mesnil, se ne andò dal castello per lasciare il posto a un altro esperto di occultismo: tale Jean de la Riviere.

Jean non ebbe maggiore successo, però si comportò in maniera più furba. Una notte si recò nel bosco, da solo, per tenere una cerimonia di evocazione privata, al termine della quale tornò trafelato al castello per raccontare di un incontro spaventoso avvenuto col Diavolo. Il signore dell’Inferno gli era apparso sotto forma di leopardo, spaventandolo a morte. E sarebbe finita male, raccontò Jean, se lui stesso non si fosse portato dietro la spada per proteggersi. Gilles de Rais abboccò alla favola, ma non solo: donò una buona somma da spendere in equipaggiamento magico per una nuova evocazione, che Jean avrebbe dovuto intraprendere una seconda volta. Ma Jean si dileguò coi soldi, e di lui non si seppe più nulla.

A questo punto del racconto inquisitoriale, comincia a delinearsi l’interpretazione che vede in Gilles de Rais un credulone sprovveduto, il quale, per risollevare il proprio patrimonio, si affidò a una serie di ciarlatani e “gabbamondi” che gli facevano credere di tutto, perfino di parlare col Diavolo, pur di mantenere la flebile speranza di risolvere i suoi problemi finanziari con un bel tesoro proveniente dall’Inferno. E, infatti, gli imbrogli ai danni del cosiddetto Barbablù non finirono qui.

Il terzo impostore fu un anonimo mago, il cui nome non trapela dalle testimonianze inquisitorie, che mise in scena una trovata ben più plausibile di quella del suo predecessore, in una stanza del castello di Tiffauges. Per portare a termine l’inganno, si avvalse di un certo Gilles de Sille, il quale doveva prendere parte a un’evocazione demoniaca per simulare un duello fra l’anonimo mago e “qualcosa di terribile…”

Il mago tracciò un cerchio sul pavimento di pietra di una remota stanza del castello e vi entrò assieme a Gilles de Rais. Gli ordinò di non farsi il segno della croce all’interno del cerchio, altrimenti i due sarebbero stati in grave pericolo (una legge del cerchio di negromanzia che ritroviamo già in Cesario di Heisterbach, più di due secoli prima, vedi “Storie di evocazioni e patti col Diavolo”). De Sille, nel frattempo, restava vicino alla finestra tenendo tra le braccia un’immagine della Beata Vergine, con l’intenzione di saltare fuori dalla finestra se avesse sentito avvicinarsi “qualcosa di terribile“: cosa che avvenne, o almeno così disse il mago, comandando a Gilles di uscire al più presto dal cerchio e abbandonare la stanza per salvarsi.

Gilles de Rais, che per tutto il tempo non aveva visto né percepito niente di pericoloso, si fidò del mago e fuggì. Poco dopo venne raggiunto dal complice de Sille, il quale, scappato dalla finestra, lo avvertì che il mago era stato picchiato senza pietà e preso a calci da qualcosa. Tornato sul luogo dell’invocazione vi trovarono, effettivamente, il mago disteso a faccia in giù, conciato così male che il sedicente Barbablù temette per la sua vita. Ma il mago, tuttavia, si riprese presto e, presumibilmente dopo un lauto pagamento, scomparve anche lui come gli altri. Molto probabilmente i due avevano finto un “pestaggio” infernale per ingraziarsi il signore di Rais.

Arrivati a questo punto, si potrebbe pensare che Gilles de Rais ne avesse abbastanza di ciarlatani, ma invece non fu così. Egli voleva guadagnare soldi con la negromanzia a tutti i costi e, dopo aver provato altri maghi (in tutto una quindicina, alcuni che fecero pure una brutta fine), mandò a chiamare un vero esperto di magia nera, direttamente dall’Italia: uno spretato della Repubblica di Firenze (più precisamente di Montecatini Alto) di nome Francesco Prelati, che conquistò il cuore del signore francese con la sua preparazione e intelligenza.

Sicuramente più dotato di Mesnil, di Riviere e dell’anonimo invocatore, Prelati rispondeva all’identikit del perfetto negromante: un ex-prete, quindi esperto conoscitore del latino, dei testi e della dottrina, nonché uomo d’esperienza in fatto di evocazioni demoniache. Egli, infatti, diceva di possedere incantesimi per mezzo dei quali poteva convocare un certo diavolo chiamato Barron “tutto vestito d’azzurro, con un mantello viola, giovanissimo e bello”. In altre parole, Francesco era il fortunato possessore di un famiglio demoniaco, quindi un invocatore di grande potere.

Gilles de Rais poté assistere a tre invocazioni in tutto, cerimoniate dal negromante fiorentino. Una tenutasi nel castello di Tiffauges, una a Bourgneuf de Rais e l’ultima in un luogo che l’imputato non specifica durante l’interrogazione processuale. Durante queste invocazioni, il negromante tracciava figure sul terreno come fossero caratteri di una scrittura magica, soprattutto cerchi e croci, inoltre consultava un grimorio, da cui leggeva formule magiche per ore intere. Purtroppo, però, in nessuno di questi rituali de Rais vide alcunché.

“Il libro era probabilmente un Liber Spiritum sui versi di Lemegeton (o piccola chiave di Salomone), nel qual caso si può ben credere che Gilles non ricordasse nessuno dei nomi che aveva sentito, né nessuna delle formule; poiché i nomi erano stravaganti, e le invocazioni di notevole lunghezza. Una croce (o il Tau) veniva spesso tracciata nel cerchio magico come mezzo di protezione; e si sarebbe propensi a etichettare la magia di Prelati come più bianca di quella dell’anonimo stregone che deprecava il segno della croce e le preghiere (quelle caratteristiche costanti della magia cerimoniale), se non fosse stato per le seguenti circostanze…”

Ritual magic, Eliza Marian Butler, Pennsylvania State University Press, 1947

I vari fallimenti portarono Prelati a escogitare degli inganni per mantenere viva la truffa, alcuni dei quali diedero origine all’accusa di infanticidio nei confronti di Gilles de Rais, da quel momento in poi riconosciuto da tutti come uno spietato serial-killer. Il negromante, infatti, disse che il demone Barron si era astenuto dal presentarsi fino a quel momento poiché Gilles non aveva adempiuto al suo impegno: nella fattispecie, non aveva effettuato un sacrificio di sangue, necessario a soddisfare la sete del famiglio infernale: perciò, per ottenere il favore dell’entità demoniaca, Gilles avrebbe dovuto procurarsi ingredienti sacrificali adeguati: come l’arto o le membra di qualche bambino.

Senza esitare, Gilles de Rais consegnò al negromante una mano, il cuore e gli occhi di un bambino, poi firmò un contratto col proprio sangue (riservandosi ancora una volta di cedere la propria vita e l’anima). Alcuni sostengono che Gilles avesse prelevato un bambino per ucciderlo e straziarne il corpicino. Altri, come E. M. Butler, ipotizzano che ne abbia preso uno già morto. In ogni caso, come c’era da aspettarselo, neanche dopo l’orrido sacrificio il demone Barron si presentò a Gilles. E il negromante fiorentino, per non perdere la propria credibilità, fu costretto a mettere in piedi una farsa come avevano già ordito i suoi predecessori.

“[Prelati] fece un’invocazione a Tiffauges, nella quale Barron apparve in forma di uomo, cui venne chiesto in nome del detto Gilles grandi ricchezze; e poi vide in una stanza la comparsa di una grande quantità d’oro in lingotti, che volle toccare appena lo vide, e lo spirito maligno gli disse di non toccarlo, che non era ancora tempo. E [Prelati] andò dal detto Gilles che gli domandò se voleva vederlo e lui, testimone, disse di sì; ed ambedue andarono nella detta camera; e come egli, testimone, si avvicinò alla porta della camera apparve un gran serpente, di colore verde, grosso come un cane; e [Prelati] disse a Gilles di fare attenzione a non entrare nella camera, perché aveva appena visto un serpente, dal quale Gilles, spaventato, fuggì. Poi il detto Gilles prese un frammento della vera croce, e così protetto andò nella detta stanza; ed egli, [Prelati] disse che non era bene avere la Santa Croce in questo affare, e poi egli, testimone, andò nella detta stanza e toccò la suddetta apparenza d’oro, e vide che era solo polvere di colore fulvo e da ciò riconobbe la falsità degli spiriti maligni.”

De Rais G. (1404-1440), Le procès inquisitorial de Gilles de Rais, maréchal de France, Bibliothèque des curieux, Paris 1921

Prelati compì l’invocazione da solo, in una stanza, senza la presenza di Gilles. Poi ne raccontò l’esito, dicendosi contento di aver tenuto il signore di Rais lontano dal rito. Perché se fosse stato presente avrebbe corso un grande rischio, visto che durante l’invocazione era apparso un serpente spaventoso. Gilles, protetto da una reliquia della vera croce, volle entrare lo stesso nella stanza, ma la montagna di lingotti d’oro, una volta toccati, apparirono in realtà come “polvere di colore fulvo”. In pratica, il prete negromante aveva sparso un po’ di polverina colorata per terra, convincendo Gilles che l’oro fosse andato perduto per colpa dei demoni o dello stesso Gilles, che aveva disturbato il rituale portandosi dietro una reliquia.

L’interpretazione di E.M. Butler vede in Gilles de Rais un “credulone in uno stato di confusione spirituale al limite della follia6. Un ingenuo che ubbidisce ai comandi dei ciarlatani quasi ciecamente, senza provare alcuno scetticismo, nonostante questi presunti rapporti con le entità demoniache non gli portarono mai nessun guadagno. Perché alla fine, di tesori e preziosi, Gilles non ne guadagnò mai neppure una briciola.

“A Tiffauges, dove fu per qualche tempo, Gilles conobbe un certo bretone, residente a Tiffauges, diocesi di Maillezais, in casa di Geoffroy le Comte, castellano del detto luogo, il quale curava gli occhi della moglie del detto scudiero, che aveva trovato un libro di pelle nera, in parte di carta, in parte di pergamena e titoli rossi, il quale libro conteneva invocazioni di demoni e molte altre cose relative alla medicina, all’astrologia, il quale libro mostrò a detto Gilles, e dopo aver guardato, il detto Gilles gli disse che doveva provare o sperimentare il detto libro e fare le dette invocazioni, una notte dopo cena, accendendo candele di cera ed altre cose, tramite il libro, fecero parecchi cerchi con caratteri e segni a modo di stemmi, con punta di spada, in terra, nella grande stanza inferiore del castello di Tiffauges. Alla composizione e alla realizzazione del cerchio furono Gilles de Sillé, Henriet e Poitou, cioè Etienne Corillaut, e il detto Eustache Blanchet; dopo aver fatto il cerchio e tracciato i segni, ed aver acceso il fuoco, il gruppo, dietro comando del detto Gilles de Retz, uscì dalla detta stanza, e il detto Gilles de Retz e il detto Prelati entrarono nel cerchio, e negli angoli vicini alle pareti tracciarono altri segni, accesero i carboni nei vasi di coccio, sui quali sparsero polvere magnetica o calamita, incenso, mirra, aloe, per far uscire fumo profumato, e là stavano ora in piedi, ora seduti, e ora con le ginocchia piegate ad adorare e fare sacrifici ai demoni, nello spazio di due ore circa, invocando con l’intenzione di invocare il demone, leggendogli talvolta il detto libro e aspettando che apparisse il demone invocato, ma, come assicura [Gilles], per questa volta non apparve nulla.”

Una notte, dopo cena, nella grande stanza inferiore del castello di Tiffauges, il gruppo di invocatori guidati da Gilles de Rais e dal prete negromante Francesco Prelati, sperimentarono le invocazioni tratte da un libro di pelle nera, scritto su carta e pergamena con titoli rossi (che richiamavano il sangue?), accendendo candele, tracciando segni sulle pareti di pietra e disegnando un grande cerchio sul pavimento, con una spada. Gli elementi della narrativa fantasy legata all’occultismo sono tutti presenti, riuniti in questo resoconto processuale del XV secolo.

Ma l’elemento davvero interessante che emerge dalla descrizione, è che i sensi di Gilles non lo avevano mai tradito poiché lui, effettivamente, dopo tutte quelle invocazioni, non vide alcun demone avvolto da un mantello viola, e nemmeno leopardi infernali, serpenti spaventosi o montagne d’oro: tutti gli eventi sovrannaturali presenti nelle testimonianze inquisitoriali erano frutto di racconti manipolatori degli imbroglioni che lo circondavano, e che lui ammirava incondizionatamente, nonostante tutto.

“In una certa stanza inferiore del castello o fortezza di Tiffauge, diocesi di Nantes, alla moglie del suddetto Gilles, circa 5 anni fa, furono fatti diversi segni, cerchi e caratteri, da Francesco Prelati, italiano, che affermava di essere un esperto dell’arte proibita della geomanzia, e Jean de la Rivière. In un certo bosco vicino alla detta fortezza di Thiffauges, Antonio da Palermo, Lombardo, e un uomo chiamato Ludovico, e altri maghi ed evocatori di demoni, fecero divinazioni e scongiuri agli spiriti maligni chiamati Oriens, Belzebù, Satana e Belial, con il fuoco, incenso, mirra, aloe e altre sostanze odorifere. Gli abbaini della detta stanza si aprirono, le ginocchia si piegarono per ottenere una risposta dai detti spiriti maligni, ed anche il detto Gilles, accusato, li adorò, sacrificò e invocò perché voleva fare un patto, e per mezzo di detti spiriti avere e recuperare, se poteva, conoscenza, potere e ricchezza.”

I racconti di Gilles de Rais, di Francesco Prelati e degli altri testimoni parlano di invocazioni salomoniche citando vari spiriti maligni ricorrenti nell’esoterismo: Oriens, Belzebù, Satana e Belial. Oriens, ad esempio, è uno dei quattro spiriti del male estremamente potenti che governano la gerarchia dei demoni, quella discendente, presente nel Lemegeton (o Clavicula Salomonis) e nel Testamento di Salomone, detto anche Re dell’Oriente. Tuttavia, a differenza della magia salomonica, quella praticata nell’oscuro castello del signore di Rais è ben più “nera”. Poiché il divieto di farsi il segno della croce, i sacrifici umani e altri aspetti malefici non erano trattati nei testi salomonici, dove non compaiono affatto sacrifici umani e abbondano, invece, simboli e segni sacri7 (un legame, quello fra religione e superstizione, trasversale in tutto il Medioevo, vedi l’articolo “Bibbia e stregoneria: l’uso dei testi sacri per scopi magici”).

L’immagine di Gilles de Rais, quindi, si allontana parecchio dai negromanti di stampo medievale che abbiamo imparato a conoscere grazie alle opere di Cesario di Heisterbach, Guglielmo di Malmesbury e William of Newburgh. Il ritratto del Barbablù francese è molto più vicino al concetto di satanismo gretto e malvagio rinascimentale, da cui avrà inizio il fenomeno della caccia alle streghe. Questo, e molte altre cose, come notato da E.M. Butler, stona con le stesse affermazioni di Gilles in sede di confessione, poiché “come potrebbe essere tale, un uomo, che ha rifiutato dall’inizio alla fine di consegnare la sua anima al diavolo?”

Stando alla condanna, confermata per confessione dello stesso imputato, Gilles de Rais rastrellò le campagne in cerca di infanti da sacrificare per circa nove anni, arrivando a massacrare orribilmente la totalità di 140 bambini: tutti da offrire in pasto ai demoni infernali per ottenere conoscenze e ricchezze. Un gran numero di persone accorse per testimoniare che era tutto vero, che Gilles de Rais era un folle adoratore del Diavolo.

Restano molti dubbi riguardo questa storia incredibile quanto macabra che, inutile dirlo, ha contribuito a forgiare l’archetipo del Signore Oscuro della narrativa fantastica: il potente cavaliere chiuso nel suo castello maledetto, che ordisce trame demoniache nei bui sotterranei (o dungeon), fra cerchi negromantici, candele e sangue di fanciulli a secchiate. Questa, per me, è stata una delle storie più impressionanti, che ha contribuito in larga parte all’ispirazione del mio ultimo romanzo, “La Stirpe delle Ossa”, dove si narra di un castello maledetto e di un mistero che lega i suoi abitanti a un destino di sangue…

Iscriviti alla newsletter per non perdere le mie storie fantastiche!

  1. Perrault, I racconti di Mamma Oca, Histories ou contes du temps passé
  2. fra cui Alessandro Barbero, che nell’approfondimento televisivo su Gilles de Rais, con Piero Angela, sembra non avere dubbi sulla colpevolezza del condannato
  3. Ritual magic, Eliza Marian Butler, Pennsylvania State University Press, 1947, Capitolo II, “i discepoli di Salomone“
  4. Salomon Reinach e Ludovico Hernandez, Le Proces Inquisitorial de Gilles de Rais, Paris, 1921
  5. De Rais G. (1404-1440), Le procès inquisitorial de Gilles de Rais, maréchal de France, Bibliothèque des curieux, Paris 1921.
  6. Ritual magic, Eliza Marian Butler, Pennsylvania State University Press, 1947
  7. Ritual magic, Eliza Marian Butler, Pennsylvania State University Press, 1947
Lorenzo Manara