Close

23 Novembre 2021

Storie di evocazioni demoniache e patti col Diavolo

patti col diavolo

L’evocazione di demoni e la venerazione di falsi dei nella magia medievale: storie di patti col diavolo nelle antiche cronache cristiane

La capacità magica che meglio rappresenta il mago e la strega medievale è certamente l’evocazione di demoni o, più precisamente, del Diavolo. Può sembrare un’associazione frutto della fantasia contemporanea, ma invece è un aspetto culturale che dall’Anno Mille in poi caratterizza il folclore di tutta Europa. Nel mio vagare alla ricerca di spunti per scrivere romanzi ho appena scoperto fra le antiche cronache degli episodi a tema “evocazioni demoniache” davvero fantastici; storie di rituali e patti col diavolo abbastanza inediti nel panorama divulgativo sul web (di certo nella minuscola nicchia italiana), e che sono certo vi piaceranno da matti.

I sacerdoti che compivano esorcismi erano autorizzati a evocare il Diavolo per liberare gli uomini dalla possessione o per liberarli dalla piaga dell’eresia (come vedremo nei brani tratti dalle cronache in questo stesso articolo). L’evocazione era quindi uno strumento conosciuto e impiegato per scopi religiosi, ma che non doveva in alcun modo essere adoperato per secondi fini, come accadeva ad esempio per le mere richieste materialistiche (ottenimento di denaro e oggetti preziosi)1.

L’idea di scendere a patti col Diavolo come “scorciatoia” per ottenere determinati vantaggi nacque proprio nel Medioevo, quando le superstizioni ereditate dall’Antichità si mischiarono con gli aspetti economico-commerciali dando vita a uno scambio legalizzato fra creature mortali e creature della sfera soprannaturale.

Alcuni si ingegnano a sconfiggere il demonio così da ricavarne del Bene. Altri vogliono anche prevedere il futuro, e chiedere al diavolo dove possono trovare oro e gemme preziose. [ … ] Ci sono poi alcuni che agiscono contro Dio e si recano di notte presso un crocevia, e chiamano il diavolo che è il re del Male, così come è scritto su di lui.

Pluemen der tugent, di Hans Vintlers (1411)

Esistono ovviamente esempi di evocazioni demoniache ancora più antichi, basti pensare al personaggio di Erichto, la strega necromante che passa più tempo di là che di qua2, ma la concezione giuridica all’origine dei patti col diavolo deriva dagli strumenti contrattuali e dal sistema di diritto medievale, che con arroganza s’impose su tutti gli aspetti della vita quotidiana, compresi quelli religiosi ed esoterici.

In questa pittoresca cornice burocratica, agli inizi del XIII secolo, fanno la comparsa i primi brani a tema “evocazioni demoniache”, di cui abbiamo un fulgido esempio nelle opere di Cesario di Heisterbach, priore di un’abbazia cistercense nel cuore del Sacro Romano Impero. Nel suo “Dialogo sui miracoli” tramite una struttura a “domanda e risposta” tipica delle trattazioni teologiche, affiorano elementi che oggi definiremmo fantasy, ma che in realtà erano un serissimo argomento di dibattito (e infatti ci ha scritto un libro sopra).

Il primo episodio vede protagonisti due eretici di Besancon3, che avevano ingannato molte persone a causa delle loro capacità divine o, per usare le parole della cronaca, per i loro “presunti miracoli“.

Di due eretici, che, dopo aver ingannato molte persone con presunti miracoli a Besancon, furono bruciati al rogo

“Due uomini, semplici nel vestire, ma senza cuore, affamati lupi invece che pecore. Vennero a Besancon fingendo la pietà più profonda, erano pallidi e sfiniti, camminavano scalzi, digiunavano ogni giorno; non sono mai stati assenti da mattutino solenne nella cattedrale, né accettavano cibo che non fosse scarso. Quando da tale ipocrisia si erano guadagnati la benevolenza di tutto il popolo, allora, e non fino ad allora, cominciarono a versare veleno, affinché il popolo potesse riporre fede nel loro insegnamento.”

I due eretici entrati a far parte della comunità come poveri mendicanti si crearono una buona reputazione mostrandosi cristiani devoti, frequentando la cattedrale e accettando solo le offerte più misere, senza mai dimostrarsi avidi. Una volta fatto breccia nel cuore della popolazione misero in atto il loro piano e cominciarono a predicare gli insegnamenti da eretici, aiutandosi però con dimostrazioni magiche non indifferenti.

“Ordinarono di cospargere di farina il pavimento e camminarono sopra senza lasciare traccia di un passo; alla stessa maniera camminarono sull’acqua senza affondare, e infine, fecero incendiare capanne di legno sopra le loro teste, e quando crollarono in cenere ne uscirono indenni. Allora dissero alla folla: “Se non credete alle nostre parole, credete ai nostri miracoli.”

Sia il vescovo che il vicario appena vennero a conoscenza dei presunti miracoli cercarono di spiegare agli abitanti che quei due malfattori erano eretici e servi del diavolo, ma il popolo si adirò così tanto contro di loro che i due sant’uomini furono costretti a scappare per non essere linciati. Considerato che a parole non era possibile convincerli, il vescovo ebbe la geniale idea di mandare a chiamare un prete che sapeva essere un esperto in negromanzia, pregandolo di usare la sua arte per interrogare il diavolo al fine di scoprire l’identità dei due eretici e la natura dei loro poteri. Insomma, per batterli al loro stesso gioco il vescovo aveva ordinato un rituale di evocazione demoniaca: voleva scendere a patti col diavolo.

“Il prete negromante disse: “Signore, ho rinunciato a tutti quelle arti per lungo tempo”; ma il vescovo rispose: (…) “Se acconsenti a fare questo per me ti assolverò da ogni peccato”.

Il vescovo non aveva alcuna intenzione di lasciare che quei due eretici continuassero ad arringare la folla condannando il suo gregge all’inferno. Dunque con l’aiuto del prete negromante imbastì un rituale ( di cui non ci viene descritta la natura da parte dell’autore per ragioni di censura e segretezza) ed evocò nientemeno che il Diavolo.

“In obbedienza al suo vescovo, il prete chiamò il diavolo, e quando gli fu chiesto il motivo dell’evocazione, disse: “Sono molto dispiaciuto per averti abbandonato in questi ultimi anni, e visto che intendo essere ancora tuo servo, ti prego di dirmi chi sono questi uomini, qual è il loro insegnamento e con quale potere riescono a fare miracoli così grandi” Il diavolo rispose: “Loro sono i miei servi e sono inviati da me; e predicano cosa gli ho messo in bocca”. Poi il prete ha chiesto: “Com’è che non possono essere feriti? Né annegati nell’acqua, né bruciati dal fuoco?” Il diavolo rispose “Il contratto attraverso il quale sono diventati miei vassalli è stato cucito sotto le loro ascelle, fin sotto la pelle; ed è per questo incanto che compiono i loro miracoli, e sono immuni da ogni danno fisico”. Poi il prete ha detto: “Cosa succederebbe se questi contratti venissero loro tolti?” E il diavolo rispose: “In tal caso diventerebbero deboli come gli altri uomini.”

Attraverso un dialogo abbastanza pacifico fra il prete e il diavolo, rinnovando tra l’altro l’obbedienza da tempo trascurata (piccola sviolinata per ottenere le informazioni, immagino), il prete negromante venne a sapere che quei due eretici erano davvero servi del diavolo, e che ottennero poteri straordinari grazie al loro contratto infernale sigillato nella carne, sotto le ascelle. Esattamente come riportato nel Malleus Maleficarum, trecento anni dopo, dove si agli inquisitori d’ispezionare le ascelle degli indagati per scovare eventuali “stregonerie”.

“Quando il prete sentì tutto questo ringraziò il diavolo e gli chiese congedo, rassicurandolo sul fatto che l’avrebbe evocato di nuovo quando ce ne sarebbe stato bisogno. Poi tornò dal vescovo e gli raccontò tutto per ordine; e lui, con grande gioia, convocò gli abitanti della città in un luogo adatto allo scopo, e disse: “Io sono il vostro pastore, e voi le mie pecore. Se questi uomini sono in grado di ripetere i miracoli, io sono disposto a rinnegare la mia dottrina e seguirli come voi; ma se non ci riescono, è giusto che siano puniti, e che voi torniate in penitenza con me alla fede dei vostri padri”.”

Il vescovo organizzò una nuova dimostrazione di popolo, e nel caso in cui i due sedicenti santoni avessero fallito nel ripetere i miracoli sarebbero stati subito processati e condannati. Il popolo si disse d’accordo e nessuno sospettò che il vescovo avesse intenzione di perquisire i due malfattori e strappar loro di dosso (letteralmente) le stregonerie.

“Gli eretici furono convocati alla presenza del vescovo, e un gran fuoco fu acceso in mezzo alla città. Prima che vi entrassero, però, furono portati di nascosto dal vescovo, il quale disse loro: “Voglio assicurarmi che non abbiate alcuna stregoneria con voi”. Gli eretici subito si spogliarono e dissero fiduciosi: “Cerca diligentemente sia sui nostri corpi che nei nostri vestiti.” Al che i soldati, come erano stati istruiti dal Vescovo, alzarono le braccia, e scoprendo certe cicatrici nascoste sotto di loro, tagliandole le aprirono con i loro coltelli, e ne trassero fuori i contratti che erano stati cuciti dentro di loro. Il vescovo tornò dal popolo prendendo gli eretici con lui, e quando il silenzio fu assicurato, disse ad alta voce: “Ora lasciate che i vostri profeti entrino nel fuoco, e se non li ferisce, io crederò loro”. Gli eretici furono presi dal panico e protestarono che non potevano entrare ora; quindi il vescovo raccontò tutta la storia, e rivelò la loro malizia, e mostrò i contratti. Detto questo, gli abitanti infuriati scagliarono i servi del diavolo nel fuoco, affinché finissero nel fuoco eterno. Così per grazia di Dio, e per le capacità del vescovo, l’eresia si estinse, e il popolo che era stato corrotto e fuorviato venne purificato attraverso penitenza.”

Grazie all’intervento del prete negromante sceso a patti col diavolo, il vescovo poté ristabilire la pace nella sua diocesi. Tutto è bene quel che finisce bene, insomma.

Del cavaliere Enrico che non credette nell’esistenza dei demoni, e li vide con i suoi occhi attraverso un negromante

Un altro episodio contenuto nel Dialogus Miraculorum4 ha come protagonista uno scettico cavaliere, che ritenendo i demoni frutto di superstizione e ingenuità popolare, mandò a chiamare un prete negromante di nome Filippo per evocare un demone e vedere coi propri occhi se fosse davero possibile scendere a patti col Diavolo. La particolarità dell’episodio sta nella descrizione del rituale di evocazione, che corrisponde più o meno a quella della cultura fantastica contemporanea.

C’era un cavaliere, il cui nome era Henry, che (…) non credeva nell’esistenza dei demoni, e li riteneva frutto di ingenuità senza senso; e perciò mandò a chiamare un certo prete di nome Filippo, che era famoso per la sua abilità nella negromanzia, e lo pregò ardentemente di mostrargli alcuni demoni. La risposta fu che i demoni erano sia orribili che pericolosi da guardare, e che non era bene che tutti gli uomini li vedessero. Ma quando il cavaliere continuò ansiosamente a sollecitare la sua richiesta, il prete proseguì: “Se mi garantisci che non riceverò alcun danno dai tuoi amici o parenti, se per caso tu finissi ingannato o terrorizzato o ferito dai demoni, allora lo farò.”

Il prete negromante prima di accontentare il cavaliere lo avvertì che i demoni sono orribili e pericolosi da guardare, e che se era davvero convinto di proseguire con l’esperimento avrebbe dovuto giurare che nessun suo parente sarebbe andato a cercare il prete per vendicarsi, nel caso fosse andato storto qualcosa. Il cavaliere era ormai troppo curioso per tirarsi indietro e dette la sua parola. Il rituale ebbe inizio.

Un giorno a mezzogiorno, perché il potere demoniaco è al suo massimo a quell’ora, Filippo condusse il cavaliere a un bivio, gli disegnò un cerchio tutto attorno con una spada, e gli spiegò la legge del cerchio nel cerchio, e poi disse: “Se metti una qualsiasi delle tue membra fuori da questo cerchio prima che io torni, morirai, perché sarai trascinato via dai demoni e sbranato”.

Proprio come il cerchio di protezione dal male del gioco di ruolo Dungeons and Dragons e gli infiniti cerchi e circoli magici delle opere fantasy a tema “patti col diavolo”, in questa cronaca venne tracciata la figura geometrica più esoterica di tutte con una spada, direttamente sul terreno, in un bivio, o crocicchio, quando a mezzogiorno il potere demoniaco è più forte. Il cavaliere si ritrovò al centro del rituale e gli venne spiegato molto chiaramente di non abbandonare mai il cerchio durante l’evocazione.

Lo avvertì ulteriormente che qualunque cosa gli avessero chiesto non avrebbe dovuto dar loro nulla, e non promettere loro nulla, e che non avrebbe dovuto farsi neppure il segno della croce; e aggiunse: “I demoni ti tenteranno e ti spaventeranno in molti modi, ma non potranno farti del male se segui la accuratamente le mie istruzioni”; e poi lo lasciò.

Il prete negromante lo avverte anche di una cosa curiosa, che a noi potrebbe sembrar strana: il cavaliere non avrebbe dovuto farsi il segno della croce all’interno del cerchio. E’ probabile che durante un atto così blasfemo, palesemente contrario alla dottrina cristiana, sia sconsigliabile di introdurvi un elemento sacro che avrebbe potuto rompere il cerchio stesso. Ma si tratta di una mia supposizione, di cui non sono sicuro al cento per cento. Dopotutto non mi capita tutti i giorni di scendere a patti col diavolo.

Mentre sedeva da solo all’interno del cerchio, vide arrivare fiumi d’acqua, poi udì il grugnito di porco, l’ululato del vento, e molti altri simili suoni fantasma, con cui i demoni cercavano di terrorizzarlo. Ma come un giavellotto atteso non ferisce, ha trovato forza in se stesso per resistere a tutti questi attacchi. Infine, ha visto un’orribile ombra umana più alta delle cime degli alberi, che correva verso di lui; e subito sentì che quello era il diavolo, come in effetti era. Quando raggiunse il cerchio, si fermò e chiese al cavaliere cosa volesse da lui.”

Il cavaliere cominciò a vedere i mostri. Nel senso che si palesarono a lui i demoni, dapprima come eventi naturali straordinari (fiumi d’acqua improvvisi, grugniti di porci, ululati del vento), fino a culminare nell’arrivo del diavolo in persona: un’ombra nera gigantesca, alta più degli alberi, che gli domandò cosa volesse da lui.

“Era un uomo gigantesco, enormissimo e nerissimo, vestito di nero, e così orribile che il cavaliere non poteva guardarlo; ma gli rispose comunque: “Hai fatto bene a venire, perché volevo vederti.”
“Per cosa?” ha chiesto,
“Perché io ho sentito tanto parlare di te”.
Il diavolo chiese cosa aveva sentito dire su di lui, e il cavaliere rispose: “Poco bene e molto male”.
Al che il diavolo disse: “Gli uomini spesso mi giudicano e mi condannano senza giusta causa; io ho non ho fatto del male a nessuno, non attacco mai nessuno se non provocato. Tuo Maestro Filippo è un mio buon amico, ed io un suo; Chiedi lui se mai l’ho offeso. (…); è stato per la sua evocazione che son qui da te adesso.
Poi il cavaliere: “Dov’eri quando ti ha chiamato?
Il demone rispose: “Tanto lontano nel mare quanto il mare è lontano da qua; e quindi penso sia giusto che tu dovresti darmi una ricompensa per il mio disturbo”.

La conversazione fra il cavaliere e il diavolo proseguì con educazione, tant’è che il diavolo si giustificò pure per quello che gli uomini pensano di lui “mi giudicano e condannano senza giusta causa, io non ho fatto del male a nessuno e non attacco mai nessuno se non provocato“.

Sembra quasi convincente. Finché non chiede una ricompensa per essere stato evocato.

Quando il cavaliere gli chiese cosa desiderasse, lui rispose: “Dammi il tuo mantello”. Il cavaliere disse che non gliel’avrebbe dato; allora chiese la sua cintura, e poi una pecora del suo gregge. Trovando un rifiuto a tutte le sue richieste, infine chiese il gallo che era nel suo cortile. Allora il cavaliere disse: “Perché, a che ti servirebbe?” e il demonio rispose; “Canterà per me”. “Ma come lo prenderesti?” “Non devi preoccuparti; tutto ciò che chiedo è che tu me lo dia”. Allora il cavaliere disse: “Non ti darò un bel niente; ” e continuò: “Dimmi, da dove prendi tutta la tua conoscenza?”

Il cavaliere stava bene attento a non accettare alcuna richiesta per non scendere inavvertitamente a patti col diavolo. Ma prima di congedarsi espresse un’ultima domanda di pura sincerità. Da dove prende tutta la sua conoscenza il diavolo? La risposta è forse la più interessante fra le trattazioni teologiche medievali, poiché il diavolo afferma che “nessun male perpetrato nel mondo gli è nascosto”; e per provarlo elenca al cavaliere tutti i segreti, i peccati e le malvagità della sua vita. Cose che l’autore della cronaca non riporta per iscritto, ma che il cavaliere riconobbe per vere.

Il male genera conoscenza, dunque, poiché è dalla sofferenza che l’uomo trae insegnamenti.

Per qualche tempo il diavolo ha continuato a fare ogni tipo di richiesta, ma incontrava solo rifiuti; alla fine tese il braccio verso il cavaliere con l’intenzione di trascinarlo fuori e portarlo via, e lo spaventò così tanto che il cavaliere cadde all’indietro e gridò. Ascoltato il grido Filippo tornò subito, e alla sua venuta il fantasma scomparve. Da quel momento in poi il cavaliere divenne mortalmente pallido, e non riguadagnò mai più il suo stato di salute originario; visse con molta attenzione e non ebbe più dubbi sull’esistenza dei demoni. Morì poco tempo dopo.

Queste erano alcune storie di evocazioni demoniache e patti col diavolo.

Iscrivetevi alla newsletter per non perdere i nuovi fantastici articoli. Alla prossima!

  1. Christa Tuczay, Esorcismo e magia nel Medioevo, pag 78
  2. De bello civili, Lucano, Libro VI
  3. Cesario di Heisterbach, Dialogus magnus visionum et miraculorum, Sui Demoni, Capitolo XVIII
  4. Cesario di Heisterbach, Dialogus magnus visionum et miraculorum, Sui Demoni, Capitolo II.
Lorenzo Manara