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14 Giugno 2022

Di negromanti, frati cavalieri e ingegneri meccanici

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Quando Filippo da Pistoia, allievo dei negromanti della scuola di magia di Toledo, assediò Padova con l’aiuto di un frate cavaliere e di un ingegnere meccanico incendiario

I negromanti della scuola di magia medievale spagnola erano senza dubbio tra i più celebri del Medioevo. Ritroviamo le loro avventure in Guglielmo di Malmesbury, quando ci viene raccontato del Papa Diavolo, in Cesario di Heisterbach, per quanto riguarda la fantastica storia ambientata in un tribunale demoniaco e, infine, anche in Italia, col nostro Salimbene de Adam, che nel XIII secolo ci restituisce la biografia romanzata di un legato pontificio e della sua gioventù trascorsa a imparare la “nobile” arte della negromanzia.

“Questo Legato era oriundo di Toscana, nel distretto della città di Pistoia; e, povero qual era, andò scolare a Toledo, volendo imparare l’arte della negromanzia.”

Filippo, che in realtà era originario della Lombardia, visse in Toscana, e precisamente nella città che successivamente avrebbe dato i natali a un altro mago medievale, tale Francesco Prelati, celebre per il suo coinvolgimento nel processo a Gilles de Rais. Insomma, parrebbe che la Repubblica di Firenze fosse una terra adatta a ospitare svariati appassionati di magia e, soprattutto, negromanti.

Filippo, però, voleva imparare l’arte dai più celebri negromanti dell’epoca, quindi “andò scolare” in Spagna, e più precisamente, a Toledo. Le cose, però, non andarono come previsto.

Assiso un giorno sotto un porticato di quella città, un soldato gli domandò che cercasse; ed avendogli esposto che era Lombardo, e il motivo che lo aveva condotto là, lo presentò ad un maestro togato di quell’arte, vecchio, bruttissimo, e glielo raccomandò, pregandolo che per amor suo lo istruisse diligentemente nell’arte che professava. Quel vecchio lo fece entrare in camera sua, gli porse un libro e gli disse: Quand’io mi sarò ritirato, tu potrai qui studiare. E partendosene chiuse bene la porta e la camera.”

Proprio come Gerberto d’Aurillac (papa Silvestro II), e numerosi altri dilettanti di magia medievale, Filippo si recò a Toledo per assistere alle lezioni di quei maestri negromanti che facevano dell’arte oscura il loro mestiere. Uno di questi negromanti prese sotto la sua ala il giovane Filippo, consegnandogli un libro di magia da studiare in una camera ben chiusa.

“Ma quando questo giovane cominciò a leggere, gli apparvero demoni sotto varie forme, di sorci, di gatti, di cani, di porci, e n’era piena la camera, e per la camera quà e là saltellavano e scorrazzavano. In mezzo a quella scena egli non osò aprir bocca, quando d’improvviso si trovò fuori della camera seduto in istrada. E, sopravvenuto il maestro, gli disse: Che fai quì o figlio mio? Allora egli raccontò al maestro quanto era accaduto, ed il maestro lo ricondusse dentro ancora, e, come prima, partissene chiudendo diligentemente la porta. Ma, riprendendo il giovanetto la sua lettura, eccogli comparire molti garzoncelli e donzellette ballonzolanti per la camera. E di nuovo non osando dir verbo, si trovò fuori seduto sulla via. Ciò vedendo il maestro, gli disse: Voi Lombardi non siete fatti per quest’arte; lasciatela a noi Spagnuoli, che siamo uomini fieri e simili ai demonii.

Tuttavia, Filippo non riusciva a studiare la magia contenuta nel libro, poiché demoni di ogni forma gli apparvero mentre sfogliava le pagine: sorci, cani, gatti e porci, tanto da riempire la camera. E dopo la loro convocazione, Filippo si ritrovò all’improvviso catapultato fuori dalla stanza, in strada. Il maestro di negromanti gli chiese cosa ci facesse là fuori, visto che non era mai capitata una cosa simile con gli altri studenti. Ma Filippo non ne aveva idea.

Riprovarono una seconda volta, e invece di animali apparvero giovanotti e fanciulle, che danzavano per la camera. E, di nuovo, Filippo fu catapultato fuori. Il maestro gli disse, allora, che lui, come tutti i Lombardi, non sono fatti per l’arte dei negromanti, i quali sono necessariamente spagnoli, ovvero “uomini fieri e simili ai demoni”.

L’autore della cronaca conferma quindi lo stereotipo medievale dei negromanti di Spagna, che nell’epoca della Reconquista, la crociata combattuta nella penisola iberica per cacciar via i musulmani, aveva la fama d’essere una terra esotica all’interno della stessa Europa, divenuta tale grazie agli stessi invasori islamici e alle loro conoscenze.

Filippo, dopo il fallimento nella terra dei negromanti, tornò a Parigi per intraprendere carriera ecclesiastica. Studiò la dottrina e si recò nuovamente in Lombardia ottenendo la carica di camerlengo del Vescovo. Alla morte del Vescovo e del suo successore, Filippo poté sedere sulla cattedra di Ferrara, poi su quella di Ravenna e infine fu eletto legato pontificio da papa Innocenzo IV. Ed è qui che cominciarono i fatti di sangue e ferro affilato.

“Fatto dunque Legato l’Arcivescovo di Ravenna Filippo, si recò a Ferrara nel tempo, in cui i Re sogliono cominciare le guerre. (Il tempo, in cui i Re sogliono cominciare le guerre è il mese di Maggio, perchè la stagione è serena, ridente, temperata, nella quale l’usignolo canta quasi sempre, e si trova erba in abbondanza pe’ buoi e pe’ cavalli). Venuto a Ferrara convocò tutti gli abitanti della città e i Padovani fuorusciti, che ivi erano ospiti, e arringò dalla porta principale della chiesa madre, dedicata a S. Giorgio, (quella della diocesi poi era dedicata a S. Romano) e vi si trovarono tutti i religiosi e i popolani, ragazzi e adulti, i quali speravano di udir parlare della grandezza delle opere di Dio. Anch’io vi era, e mi trovava a fianco dell’Arcivescovo, e con me, e seduto accanto a me, vi era Bongiorno Giudeo, che era mio famigliare, e desiderava anch’egli di udire. Ritto adunque il Legato sulla porta della casa del Signore, cominciò a parlare a voce alta; e l’arringa fu breve, perché poche parole, e molte opere, debbono farsi, quando sono da tradurre in atto le imprese di cui si parla. Notificò adunque al popolo che egli era stato fatto Legato dal papa per andare contro Ezzelino da Romano, e che perciò voleva fare una crociata per riconquistare Padova, e ricondurre nella loro città i Padovani espulsi; e che chiunque si facesse inscrivere soldato nell’esercito, che voleva levare per quella impresa, acquisterebbe l’indulgenza, il perdono e l’assoluzione di tutti i proprii peccati.

Nel tempo in cui i re sogliono cominciare le guerre, ovvero a maggio, in piena primavera, quando si trova erba in abbondanza per buoi e cavalli, Filippo, che aveva studiato coi negromanti di Spagna, si recò a Ferrara per predicare una nuova crociata in quanto legato pontificio e, quindi, rappresentante del papa. Il nemico? Ezzellino III da Romano, un signore “feroce”, “membro del Diavolo e dell’iniquità”, obiettivo dell’allora guerra tra papato e impero che dilaniava l’Italia del XIII secolo.

Il contesto è lo stesso che riguarda il protagonista di un precedente articolo, Alberico da Romano, fratello di Ezzellino, e detto “il Maledetto”, sterminato con tutta la sua famiglia. Mettersi contro la Chiesa non è la scelta migliore che si possa fare, insomma. Soprattutto perché coloro che si uniscono alla guerra santa possono godere di un incentivo alquanto decisivo ai fini motivazionali: l’indulgenza, ovvero il perdono e l’assoluzione di tutti i peccati.

“E nessuno osi dire: È impossibile che noi possiamo sconfiggere quell’uomo diabolico, temuto dai diavoli stessi; perché ciò non sarà impossibile a Dio, che combatterà per noi. E aggiunse: Io dico a Voi, ad onore e gloria di Dio onnipotente, e dei beati Pietro e Paolo di lui Apostoli, nonchè del beato Antonio, che si venera in Padova, che se anche io non avessi con me che orfani, pupilli e vedove, e le persone bersagliate da Ezzelino, non mi verrebbe meno la speranza di riportare vittoria sopra quel membro del diavolo e figlio dell’iniquità; poichè già le grida della sua iniquità sono salite al cielo, e dal cielo si roterà la spada contro di lui.”

Il discorso da battaglia di Filippo è carico di elementi emotivamente forti, paragonando il nemico a una creatura diabolica temuta dai diavoli, e che lo stesso Dio si sarebbe impegnato a combattere al fianco delle milizie crociate radunate a Ferrara. Infatti, per gli attaccanti non ci sarebbe stato da temere alcunché, perché la vittoria era già scritta: se anche l’esercito fosse stato composto da orfani, pupilli e vedove, ovvero gli innocenti inermi che Ezzellino secondo la propaganda papale era solito bersagliare, il bene avrebbe trionfato comunque, perché la spada celeste si sarebbe abbattuta sul nemico.

“Queste parole del Legato fecero esultare di allegrezza gli ascoltatori; e, raccolto un esercito, a tempo opportuno marciò all’espugnazione di Padova, fortemente munita da Ezzelino di mille cinquecento armati, uomini robusti ed espertissimi della guerra. Ma Ezzelino era altrove, e temeva tanto di perdere Padova, quanto Iddio teme che cada il cielo, specialmente perchè era cinta da triplice muraglia, ed aveva fosse ed acque all’esterno ed all’interno, ed, oltre i soldati, una moltitudine di popolo; e, per giunta, Ezzelino, anzi che potenti ad espugnare e prendere quella città, giudicava i suoi nemici, imbelli, senza valore e senza perizia dell’arte della guerra.”

L’esercito crociato, esaltato dalle parole del legato pontificio (che, non dimentichiamoci, fu adepto di negromanti), partì alla volta di Padova, città che Ezzellino aveva munito di 1500 armati, “robusti ed espertissimi di guerra”. Il feroce condottiero, però, si trovava altrove, poiché non temeva affatto di perdere la città, allo stesso modo in cui Dio non temerebbe mai “che cada il cielo”. Padova era poderosamente difesa, cinta da una triplice muraglia con fossati adacquati sia fuori che dentro, e occupata da una “moltitudine di popolo” giudicato migliore dell’esercito crociato, che Ezzellino riteneva pieno di “imbelli, senza valore e senza perizia dell’arte della guerra”.

Ma Ezzellino, il feroce condottiero del Diavolo, non aveva fatto i conti con la squadra di eroi sacri che componevano le fila dell’armata crociata. Perché i sant’uomini avevano con loro dei guerrieri fra i più gloriosi, come ad esempio fra Clarello “cuor di leone”.

“Ma in questo esercito vi era un frate laico dell’Ordine dei Minori, nativo di Padova, di nome Clarello, da me veduto e conosciuto a fondo, che aveva cuor di leone, e ardeva di desiderio che i Padovani, profughi già da tanto tempo, fossero rimessi nella loro città. Questi, riconosciuto che il momento era favorevole, e sapendo che: «Dio si vale dei più deboli per umiliare i forti» si fece portabandiera dell’esercito, per provare se mai per caso volesse Iddio per mano di lui salvare tanta gente. Si mise dunque alla testa dell’esercito, e, trovato un campagnuolo che aveva tre cavalle, gliene tolse a forza una, e montatala, impugnò una pertica che gli servisse come di lancia: e cominciò a scorrazzare di quà e di là, e gridare altamente: Su via, coraggio, soldati di Cristo; su via, coraggio, soldati del beato Pietro; su via, coraggio, soldati del beato Antonio; scuotetevi di dosso il timore, e confortatevi in Dio.”

Fra Clarello, dopo aver preso con la forza la cavalla di un contadino (che ne aveva tre), montò in sella e, impugnata una pertica a mò di lancia, cominciò a scorrazzare tra le fila dell’esercito crociato per incitare alla pugna: “Coraggio, soldati di Cristo! Scuotetevi di dosso il timore!

“Non ci volle di più. Alle parole di lui si inanimò e infiammò tanto la milizia che si deliberò di seguirlo ovunque andasse. E ripigliava frate Clarello: Andiamo, andiamo; Addosso, addosso; la salvezza è nelle mani di Dio; sorga Iddio… Andò dunque l’esercito seguendo Clarello che precedeva e col vessillo in mano e coll’accesa parola infocava gli animi alla guerra, e campeggiò all’assedio della città. A quelli poi che eran dentro svegliò Iddio la paura in cuore, e non osarono resistere.”

I soldati, a una tale vista, invece che prendere in giro il frate a cavallo, si lasciarono trasportare da un impeto guerriero che li spinse a combattere in maniera così inarrestabile che i difensori sulle mura di Padova si ritrovarono il cuore colmo di paura “e non osarono resistere”. Ma fra Clarello non era l’unico guerriero sacro presente nell’armata crociata.

“In quell’esercito eravi anche un altro frate Minore, uomo santo e devoto a Dio, che da secolare era stato ingegnere meccanico di Ezzelino coll’incarico di costruire macchine, trabucchi, gatti e arieti per diroccare le città e le castella. Il Legato, stantechè costui non voleva uscire dall’Ordine, gli comandò, in virtù di santa obbedienza, di svestire l’abito del beato Francesco, e indossare un vestiario bianco, e fabbricare un gatto così potente da poter aprire subito le muraglie della città.”

Un altro frate appartenente all’ordine dei Minori, prima di vestire il saio era stato un ingegnere meccanico dello stesso Ezzellino, incaricato di costruire macchine d’assedio come i trabucchi, i gatti e gli arieti. Queste sue conoscenze, per quanto ricadessero nella sfera marziale della guerra, non potevano esser certo ignorate, specialmente in un momento così delicato come una crociata.

Filippo, comandò quindi il frate, nonché ex ingegnere meccanico. di costruire per lui un gatto “così potente da aprire subito le muraglie della città”.

“Il frate obbedì umilmente, e prestissimo inventò un gatto, che nella parte anteriore gettava fuoco, e dentro vi stavano rimpiattati uomini in armi; e così la città fu presa incontanente.”

Cos’è un “gatto”? Il gatto d’assedio è una macchina da guerra ossidionale difensiva, ovvero una copertura in legno, bagnata da pelli e talvolta ricoperta da metallo, mossa da ruote. Poteva essere lunga svariati metri e gli assedianti la utilizzavano per ripararsi dai dardi nemici, spingendola fin sotto le mura in tutta (o quasi) sicurezza. Una volta raggiunto l’obiettivo, i soldati potevano svolgere determinati compiti protetti dalla copertura. Ad esempio, avrebbero potuto sfondare un portone, scavare una galleria, riempire il fossato o minare le fondamenta di pietra. Nel caso del gatto costruito dal frate ingegnere meccanico, un lanciafiamme fu installato sotto la copertura, pronto a sputare fuoco contro le difese lignee come ad esempio i portali o gli stessi difensori, magari dopo aver aperto una breccia nella muraglia.

Il lanciafiamme nel Medioevo era un arnese incendiario ben conosciuto, assieme a molti altri artifici che potete approfondire nel mio articolo dedicato alla “Palla di fuoco”.

“Entrati in città, i partigiani della Chiesa non vollero fare offesa ad alcuno, né uccidere, nè imprigionare, nè spogliare, nè rapinare, ma perdonarono a tutti, e li lasciarono tutti liberamente uscire. E si tenevano ben felici di potersene partire schivando offese e catture. Pertanto tutta la città si levò in allegria ed esultanza. Erano uomini pestiferi quelli che se la svignarono da Padova; erano distruttori e dissipatori quelli che da Padova fuggirono; e furono riparatori quelli che vi rientrarono…”

Secondo Salimbene de Adam, l’autore della cronaca, dopo aver preso la città nel giugno del 1256, gli assedianti guidati dal legato Filippo da Pistoia entrarono senza saccheggiare e sterminare, e “perdonarono tutti e li lasciarono tutti liberamente uscire”. Questo aspetto, però, non è condiviso da altre fonti, citate nell’Enciclopedia Treccani.

“la presa della città si concluse con un tremendo saccheggio che Filippo non poté né volle impedire, e che terminò il 21 giugno, quando, nel corso di pubbliche funzioni di ringraziamento, Filippo liberò la città dalla scomunica. L’impresa – commenta Rolandino di Padova – dette grande fama a Filippo e portò al rapido recupero di città e castelli che si affidarono spontaneamente e fiduciosamente nelle mani del legato.”

Dizionario Biografico degli Italiani – Volume 47 (1997), Filippo da Pistoia, di Gabriele Zanella

Qualunque sia l’epilogo, questo resta un racconto fantastico perfetto per un romanzo fantasy, tra negromanti mancati, frati cavalieri, ingegneri meccanici e un bel gatto d’assedio sputafuoco. Iscrivetevi alla newsletter per non perdere altri favolosi episodi storici e l’uscita del mio ultimo romanzo: La Stirpe delle Ossa!

Lorenzo Manara