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26 Ottobre 2021

La leggenda del papa diavolo

papa diavolo silvestro ii

Papa Silvestro II, nato Gerberto di Aurillac, matematico, astronomo, mago, negromante e cercatore di tesori: la leggenda del papa diavolo

Nell’anno 999 divenne papa Silvestro II, nato Gerberto di Aurillac, primo pontefice di nazionalità francese e annoverato fra gli uomini di chiesa più importanti del suo tempo. La sua caratura intellettuale era tale da permettergli di essere considerato un grande teologo, scienziato, matematico e astronomo; qualità straordinarie che gli valsero un’aura leggendaria spesso associata all’esoterismo: Silvestro II era infatti soprannominato il papa diavolo, ritenuto da alcuni un mago spietato e malvagio negromante.

Le sue straordinarie capacità, attestate dalle posizioni di prestigio che ricoprì in varie corti e scuole d’Europa, ben prima della nomina a pontefice, derivarono dall’aver vissuto per un periodo di tempo in Spagna. La penisola Iberica era invasa dai musulmani e l’incontro fra le due religioni più importanti del mondo conosciuto fondò le basi per la rinascita culturale che più tardi avrebbe posto fine all’etichetta “Medioevo”. Mi riferisco alla riscoperta degli autori greco-romani e alla conoscenza del mondo antico che gli arabi avevano conservato e tradotto, permettendo ai cristiani di nutrirsi di materie perdute (per loro) fra le quali figuravano anche le arti magiche.

Quella che talvolta veniva identificata come la scuola saracena di magia fondava le proprie basi sui testi dell’Antichità riadattati e plasmati assieme alle discipline che oggi definiremmo scientifiche, come la matematica, ad esempio. Gerberto, prima di divenire papa Silvestro II, era un importante studioso di matematica nonché inventore di un nuovo metodo di calcolo chiamato “abaco”, in grado di risolvere facilmente problemi fino a quel momento ritenuti molto difficili (da non confondersi con lo strumento di calcolo molto più antico omonimo). Le sue capacità straordinarie furono presto associate alla magia: “Il diavolo gli ha insegnato l’arte chiamata abaco”, recita una poesia del XII secolo1.

Le leggende sulla figura del papa diavolo sono innumerevoli, a cominciare dall’interpretazione dell’iscrizione sulla sua pietra tombale, nella basilica di san Giovanni in Laterano, dopo la sua morte avvenuta nel 1003, pochissimi anni dopo l’elezione pontificia:

“lste locus mundi Silvestri membra sepulti
Venturo domino conferet ad sonitum.”

“Quando tornerà il Signore questo luogo terreno farà suonare le membra sepolte di Silvestro.” Il suono delle membra che si muovono è un rimando alla resurrezione dei morti e al passo del libro del profeta Ezechiele nell’episodio della “Visione della valle delle ossa secche”, dove un terrorizzato profeta assiste al prodigio divino della resurrezione dei morti che si ricompongono sotto i suoi occhi a formare un’armata di guerrieri scheletri. La similitudine con la negromanzia è qui molto forte secondo i detrattori di Silvestro II, ansiosi di dimostrare il suo coinvolgimento nelle arti della magia nera. Ma da dove nasce la leggenda vera e propria?

Guglielmo di Malmesbury, nella sua cronaca dei re inglesi del XII secolo, racconta il primo approccio di Gerberto alla stregoneria, durante un viaggio in Spagna. Secondo il cronista, Gerberto fuggì dal monastero perché aveva “orrore della vita monastica” ed era in cerca di gloria personale; sapeva che gli studi arcani gli avrebbero consentito di divenire un grande fra gli uomini ed è per questo che si recò nel regno della magia saracena, più precisamente a Hispalis (Siviglia), dove abitavano i più importanti astrologi, profeti ed evocatori.

Dagli arabi Gerberto imparò a leggere le stelle “più di quanto non avesse fatto alcun dotto prima di lui”, e così pure le svariate forme di divinazione d’antiche origini come quelle legate al canto e al volo degli uccelli. Imparò le arti “consentite” come la filosofia e la matematica, strappando la scoperta dell’abaco ai saraceni per attribuirsene la paternità. Ma la vera conoscenza che gli permise di divenire potente fra gli uomini, oscura e segreta come le ombre degli Inferi, era una sola: la negromanzia, ovvero la magia nera.

Abbiamo già affrontato l’argomento nell’articolo sulla Necromanzia, tuttavia è bene ribadire che quello che originariamente era un termine legato all’evocazione dei morti (dal greco necros-morto, manteia-divinazione), in epoca medievale cambiò significato assumendo una connotazione più generica: nel caso di Gerberto, la negromanzia non è altro che la magia nera (dal latino nigro-nero), nel senso di oscura, malvagia, e quindi comprensiva di molti altri incanti di natura differente.

Apprenderla però non fu così semplice. Colui che un giorno si sarebbe guadagnato l’appellativo di papa diavolo dovette restare in città a lungo e conquistarsi le simpatie di un sapiente filosofo saraceno, il quale custodiva tutta la sua dottrina all’interno di un libro. Un libro di magia, per l’appunto. Gerberto provò più volte a convincerlo di prestargli il libro, ma il filosofo si rifiutava sempre, categoricamente. Allora il nostro apprendista stregone escogitò un piano diabolico: sedusse la figlia del filosofo e la spinse a ubriacare suo padre per mandarlo KO.

Una volta impadronitosi del libro Gerberto fuggì, certo di averla fatta franca, tuttavia il cosiddetto “filosofo”, che era a conoscenza di arti magiche molto potenti, al suo risveglio si accorse del furto e del tradimento, consultò le stelle e si mise all’inseguimento del ladro: grazie alla stregoneria poteva rilevare la sua esatta posizione e non ci avrebbe impiegato molto a raggiungerlo.

Gerberto non aveva scampo. Cosa fare? Semplice, applicare le conoscenze imparate a Hispalis. Esisteva infatti un modo per eludere il sistema di tracciamento gps stellare ante litteram, e gabbare così il filosofo: Gerberto non avrebbe dovuto fare altro che tenersi sospeso in aria senza toccare né l’acqua, né la terra.

La magia medievale era un qualcosa di concreto. Niente lucine o fiammelle scintillanti alla Hollywood. Il mago sfruttava la natura e la piegava al suo volere, ottenendo effetti ben radicati nel paradigma mentale dell’epoca. Se un mago non manteneva un contatto fisico con la terra, ad esempio, non poteva sviluppare i suoi poteri. Questa concezione esoterica la ritroviamo in numerose altre fonti, comprese quelle inquisitoriali legate al fenomeno della caccia alle streghe. Tanto per fare un esempio, nel Malleus Maleficarum, uno fra i manuali più diffusi nel Cinquecento (anche se mai ufficializzati dalla Chiesa), durante l’arresto di un’accusata di stregoneria era consigliabile imprigionarla subito in una gabbia o in un cesto e sollevarla da terra altrimenti si sarebbe liberata.

Perfino al termine di un processo, nel caso di una condanna al rogo, era importante legare la condannata bene in alto rispetto al terreno, sospesa, impedendole di sfiorare il pavimento anche solo con un dito. Perché era già accaduto che alcune di loro riuscissero a poggiare il piede a terra per poi svanire all’istante, fulminando tutti coloro che si trovavano nelle vicinanze. Insomma, dopo il gps stellare abbiamo un altro principio tecnologicamente avanzato applicato alla magia che è quello della messa a terra nell’ambito d’ingegneria elettrica.

Gerberto, forte di questa ritrovata consapevolezza magico-ingegneristica, s’infilò sotto un ponte e abbracciò forte le pareti, tenendosi sollevato da terra. In questo modo restò sospeso senza toccare né l’aria, né l’acqua che scorreva sotto di lui. Il filosofo non riuscì a individuarlo e il nostro eroe poté scappare col libro di magia appena rubato, la fonte del potere che di lì a qualche anno lo avrebbe reso fra gli uomini più sapienti del mondo.

Giunto sulla costa, per assicurarsi di non essere mai più raggiunto dal filosofo saraceno, Gerberto evocò il Diavolo e chiese protezione perpetua in cambio della sua completa fedeltà. Ed è in quel momento che il negromante si consacrò alla magia nera, quella infernale, divenendo un nemico di Dio a tutti gli effetti.

Prima di diventare il papa diavolo, però, Gerberto si ritrovò protagonista di numerose altre imprese, una delle quali gli permise di vestire i panni di archeologo avventuriero a caccia di tesori, stile Indiana Jones. E lo fece nella Città Eterna, a Campo Marzio (Campo di Marte, come viene definito nella cronaca), nei pressi di un’antica statua oggetto di una delle leggende più affascinanti del Medioevo.

Correva voce che quella statua fosse a guardia di un tesoro inimmaginabile, probabilmente l’entrata del palazzo sotterraneo di Ottaviano Augusto. La statua recava un’iscrizione in latino “hic percute”, che significa “colpisci qui”. Più volte numerosi tombaroli tentarono di scavare nelle vicinanze, arrivando perfino a colpire la scultura stessa, senza però ottenere successo. Finché non si fece avanti Gerberto, ovviamente, che forte di un patto col diavolo, un libro magico, e l’intera conoscenza esoterica dell’epoca risolse l’enigma.

Studiando la statua il negromante cacciatore di tesori si rese conto che la posa della figura scultorea gli avrebbe suggerito dove scavare; il braccio della statua era infatti sollevato, e il dito indice allo scoccare di Mezzogiorno proiettava l’ombra in un preciso punto sul terreno. Gerberto non fece altro che seguire l’indicazione, ordinare a un suo servitore di scavare e le porte del leggendario palazzo gli si aprirono davanti.

“La terra che si apriva mostrava loro un ampio ingresso. Videro un vasto palazzo con pareti d’oro, tetti d’oro, ogni cosa d’oro; e poi statue di soldati d’oro che si divertono con dadi d’oro; un re dello stesso metallo, a tavola con la sua regina; prelibatezze e servi in ​​attesa; vasi di grande peso e pregio, dove la scultura superava la natura stessa. Nella parte più interna del palazzo, un carbonchio di prima qualità, anche se piccolo in apparenza, dissipava l’oscurità della notte. E nell’angolo opposto la statua di un ragazzo con l’arco da guerra incoccato, la freccia pronta da scagliare…”

Guglielmo di Malmesbury, De gestis regum Anglorum, XII secolo

Come nella caverna delle meraviglie di Aladdin della Disney, il futuro papa diavolo si ritrovò in un palazzo da sogno, dove tesori fantastici attendevano chiunque fosse stato così bravo da scovarli. C’era perfino un rubino (il carbonchio), tanto prezioso da emanare luce tutto intorno.

Ma, proprio come in Aladdin (e qui potremmo chiederci se gli sceneggiatori del film d’animazione non si siano ispirati a questa cronaca medievale), il palazzo d’oro si rivelò magnifico quanto pericoloso: l’esercito d’oro, composto da soldati, era infatti pronto a rianimarsi contro chiunque avesse osato anche solo sfiorare una monetina.

“Mentre la squisita arte di ogni cosa rapiva gli occhi degli spettatori, non c’era nulla che potesse essere maneggiato sebbene potesse essere visto: perché immediatamente, se qualcuno allungava la mano per toccare qualcosa, tutte queste figure sembravano precipitarsi in avanti e respingere tale presunzione.”

Il servitore che Gerberto si era portato dietro per scavare non riuscì a trattenersi. Sgraffignò un coltello di mirabile fattura, oggetto così piccolo e insignificante dinnanzi a tutta quella ricchezza che era sicuro non se ne sarebbe accorto nessuno. Ma si sbagliava. Subito l’esercito d’oro si risvegliò dall’incanto e l’arciere d’oro scagliò la sua freccia contro il rubino per avvolgere il palazzo nella più completa oscurità (altra similitudine con il film d’animazione Disney).

Gerberto ordinò al servitore di lasciar cadere il coltello ed entrambi fuggirono a mani vuote. L’avarizia è pur sempre un vizio capitale e nonostante Gerberto fosse protetto dal Diavolo, la punizione divina lo travolse in pieno.

Al termine di questa avventura archeologica Gerberto decise di non voler rischiare mai più la vita senza prima consultarsi con le stelle. Dopotutto era in grado di farlo, perché non sfruttare questa capacità? Dando fondo alle sue conoscenze magiche forgiò una testa in bronzo e la incantò in modo tale che se interrogata avrebbe detto sempre la verità. E la cosa funzionava benissimo, poiché la testa profetizzò che Gerberto sarebbe diventato papa e che sarebbe morto solo dopo aver celebrato messa nella chiesa di Gerusalemme.

Gerberto ottenne la nomina di pontefice nell’anno 999 divenendo così il papa diavolo e fece in modo di non viaggiare mai fino in Terra Santa dove si trovava la città di Gerusalemme. Per restare immortale, no? Tutto sembrava andare alla perfezione se non fosse che questa, come tutte le profezie di stampo mitologico, nascondeva un inganno.

La chiesa cui faceva riferimento la testa divinatoria era la chiesa di Santa Croce in Gerusalemme, che si trova a Roma. Gerberto, divenuto papa Silvestro II, diede messa proprio lì e subito si ammalò. Sul letto di morte consultò un’ultima volta la testa di bronzo e comprese di essere vicino alla fine. Convocò i cardinali, confessò i propri peccati e chiese di distruggere il frutto delle sue stregonerie: la testa, il libro di magia e tutto il resto. Infine, spirò.

La leggenda del papa diavolo non si concluse con la sua morte. Il mito continuò a viaggiare in lungo e in largo finché nel 1648, più di seicento anni più tardi, un altro papa, Innocenzo X, decise di scoperchiare la tomba per capirci qualcosa di più sul mitico pontefice negromante. Ma non riuscì nel suo intento. Perché appena le spoglie emersero in superficie si polverizzarono all’istante e di Silvestro II non rimase più niente.

Oggi gli storici sono ben consapevoli che queste sono solo leggende, e che la figura del pontefice scienziato e matematico era ben più grandiosa di quanto le credenze esoteriche vogliono farci credere. Io non posso fare a meno però di apprezzare questo mito così elaborato e di trarne spunti narrativi.

Infatti, anche nel mio romanzo di prossima uscita i personaggi scoperchiano tombe per vedere cosa c’è dentro. Quel che ne viene fuori però non ha niente a che vedere col papa diavolo… ma ve ne parlerò molto presto, restate nei paraggi e iscrivetevi alla newsletter se non volete perdere neppure una storia fantastica.

  1. Christa Tuczay, Esoterismo e magia nel medioevo
Lorenzo Manara