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13 Luglio 2021

La necromanzia di Erichto: un rituale di magia nera

la necromanzia di erictho

La necromanzia di Erichto e il suo rituale per resuscitare schiere di morti dai campi di battaglia: la magia nera che spaventava gli Dèi

“Abitava nelle tombe abbandonate ed occupava i sepolcri dopo averne cacciato le ombre, grazie ai favori accordatile dalle divinità infernali: né gli dèi superni né il fatto di esser viva le impedivano di percepire la turba dei trapassati silenziosi, di conoscere le sedi stigie e i segreti del sotterraneo Dite.

Pharsalia, Libro VI, di Marco Anneo Lucano (39-65 d.C.)

Dopo il precedente articolo sulle origini della negromanzia (o necromanzia) è il momento di indagare più a fondo delle religioni misteriche, spulciando tra gli antichi manoscritti che trattano di magia nera. Uno di questi è il Pharsalia, o De bello Civili, un poema latino di Marco Anneo Lucano, del I secolo. Dico “tratta” di necromanzia per via di una piccola parte del suo contenuto, da considerarsi fonte d’ispirazione per il genere horror del XX secolo e non solo. Il suo scopo originario, ovviamente, era tutt’altro: la rappresentazione della guerra civile tra Cesare e Pompeo.

Occupandomi di storie fantastiche, fra la scrittura di romanzi e la produzione degli articoli qui sul blog, non posso che essere felice quando trovo materiale succulento come questo. Perché all’interno del poema fa la comparsa una delle necromanti più sanguinarie che mi sia mai capitato di leggere nelle fonti antiche. Il suo nome è Erichto (o Eritto), strega della Tessaglia (non perdere il video sul mio canale YouTube).

Eritto indossa un abito di vari colori e di strana foggia, al modo delle Furie; la chioma, tirata indietro, fa apparire il volto e gli irti capelli sono stretti da serti di vipere. (…) Una magrezza spaventosa dominava nel volto dell’empia e sul suo viso, circondato da chiome scarmigliate e che non aveva mai conosciuto il cielo sereno, gravava orribilmente un pallore infernale…”

La guerra civile fra Cesare e Pompeo Magno dilaniava le province romane da Oriente a Occidente ormai da anni. I due uomini più potenti di Roma, vincitori di numerose campagne militari, schieravano le proprie legioni uno contro l’altro per ottenere il dominio dell’intero mondo conosciuto. Tutto ebbe inizio con la celebre traversata del Rubicone di Cesare, che pronunciando la frase “alea iacta est” (il dado è tratto) diede inizio alla guerra e, come sappiamo, la vinse, guadagnandosi il titolo di dictator e imperator. Presto la Repubblica sarebbe caduta per lasciar spazio all’epoca dei grandi imperatori…

A margine della guerra civile, nel pieno degli scontri, si muoveva il figlio di Pompeo: Sesto. La sua fazione aveva appena riportato una vittoria sui cesariani e il giovane comandante vagava per il campo di battaglia, accompagnato dal lamento dei feriti e dal silenzio dei morti. Il suo intento era quello di trovare Erichto, la strega più potente della Tessaglia. Ed era certo di trovarla, poiché laddove i cadaveri toccavano il suolo lei era sempre presente.

Abitava tombe abbandonate e occupava i sepolcri“: comincia così la descrizione della regina della necromanzia. Eppure Erichto era viva, un essere umano mortale, caratteristica che viene sottolineata fin da subito per rimarcare la sua natura malvagia. Perché non esiste giustificazione divina per una tale crudeltà: solo il male fine a sé stesso.

“Se i nembi e le nere nuvole sottraggono la vista delle stelle, la maga tessalica esce dai vuoti sepolcri e si impadronisce delle folgori notturne. Calpesta, bruciandoli, i semi di una messe feconda e con il suo respiro rende pestifera l’aria, che fino a quel momento non era certo mortale. Non prega i numi e non chiede, con supplice invocazione, l’aiuto del dio né conosce le viscere propiziatrici: si rallegra nel porre sugli altari fiamme funeste e incenso, che strappa ai roghi accesi. Alle prime parole della sua preghiera, gli dèi permettono qualsiasi nefandezza ed hanno paura di ascoltare una seconda invocazione.”

Non appena scende l’oscurità, Erichto emerge dalla tomba per impadronirsi delle folgori notturne, probabilmente un accenno all’antica credenza che i fulmini caduti sulla Terra lasciassero le loro “punte” di pietra, le ceraunie, che dal Medioevo e dal Rinascimento in poi vengono associate da alcuni autori alle punte di selce neolitiche1. Distrugge le colture come faranno poi le streghe che compaiono nei manuali inquisitoriali cinquecenteschi (ad esempio il Malleus Maleficarum) e, soprattutto, con la lingua della necromanzia spaventa perfino gli déi.

“Ella seppellisce nei sepolcri anime ancora in vita e che ancora sostengono i corpi, mentre la morte è costretta a presentarsi per altri, cui il fato aveva assegnato anni di vita; sconvolgendo i riti funebri, fa tornare il corteo dal cimitero: i cadaveri si alzano dal letto funebre. Lei strappa dalle fiamme dei roghi le ceneri fumanti e le ossa ardenti dei giovani e perfino la fiaccola, che i genitori ancora impugnano, e raccoglie i frammenti del letto funebre svolazzanti tra il nero fumo, le vesti che si trasformano in cenere e le braci, che odorano ancora di membra.”

La necromanzia di Erichto sconvolge i riti funebri, perché questa donna si diverte a seppellire anime ancora in vita confondendo pure la Morte; i cadaveri si alzano dal letto funebre, i cortei tornano dai cimiteri e il Tristo Mietitore si vede costretto a presentarsi a coloro che invece avrebbero dovuto vivere ancora a lungo, esigendo la sua ricompensa.

“Quando invece, allorché i corpi vengono sepolti nelle tombe, gli umori interni svaniscono e i cadaveri si induriscono, dal momento che non ci son più le parti più immediatamente corruttibili, allora Eritto incrudelisce avidamente su tutte le membra, immerge le mani nelle orbite e si inebria nel cavarne fuori gli occhi gelidi e rosicchia le pallide escrescenze delle mani rinsecchite. Spezza con i denti le corde e i nodi mortali, fa scempio dei corpi penzolanti, strappa dalle croci i cadaveri di quelli che vi sono stati inchiodati, afferra le viscere percosse dai nembi e le midolla ormai essiccate dal sole che vi penetra, divelle i chiodi conficcati nelle mani togliendo via la putredine che cola per il corpo e l’umore rappreso e addenta i nervi, rimanendovi appesa, quando essi resistono. Si pone a sedere presso i cadaveri che giacciono insepolti, precedendo le bestie feroci e gli avvoltoi, e non preferisce fare a pezzi i corpi con il ferro o con le mani, ma attende che i lupi addentino le membra dei cadaveri, per strapparle dalle loro gole fameliche.”

Erichto è guidata da un’inarrestabile fame di carne in decomposizione. Lucano non ci risparmia la descrizione dettagliata della strega che si lancia sui cadaveri per strapparne gli occhi e rosicchiare la pelle dalle mani rinsecchite. I pasti provengono prevalentemente dai condannati a morte, appesi per il collo o inchiodati alla croce, dove lei si arrampica per tirarli giù e fare a gara con i lupi e gli avvoltoi; creature abiette con le quali condivide gli orridi banchetti. Ma non si limita solo a presentarsi quando la cena è bella che servita.

“Le sue mani non rifuggono dall’uccidere, se c’è bisogno di sangue fresco, il primo che zampilli da una gola squarciata, e non si trattiene dall’ammazzare, se i rituali esigono sangue appena sgorgato e le funeree mense richiedono viscere che ancora si muovono. Così pone sugli altari ardenti un feto, dopo averlo strappato da una ferita inferta sul ventre e non attraverso la via naturale, e, ogni volta che ha bisogno di anime forti e impetuose, si procura lei stessa i corpi. Utilizza ogni tipo di morte: strappa la prima peluria dalle guance degli adolescenti e recide con la sinistra la chioma ai giovanetti che stanno spirando; non poche volte, perfino, durante il funerale di un congiunto, la spietata strega tessalica si getta sulla cara salma e, imprimendovi baci, ne mutila la testa ed allarga con i denti la bocca irrigidita del cadavere, sì che, mordendo la parte anteriore della lingua che aderisce all’arido palato, infonde tra le labbra gelate un mormorio ed invia un empio messaggio alle ombre dello Stige…”

Erichto uccide senza esitazione quando ha bisogno di sangue appena sgorgato per la sua necromanzia o di viscere che ancora si muovono per i macabri rituali. E lo fa pure alla luce del sole, durante i funerali, avventandosi sulla salma per mutilarne la testa e sussurrare empi messaggi alle ombre dello Stige.

Queste descrizioni non hanno bisogno di commenti. Ribadisco che si tratta di brani tratti da un poema del I secolo; esempio lampante di quanto le storie fantastiche in uso ancora oggi, soprattutto nei videogiochi, giochi di ruolo e, in questo caso specifico, nei film horror, peschino a piene mani da una tradizione di cultura esoterica millenaria. La descrizione della necromanzia di Erichto è degna di una pellicola da proiettarsi nei cinema moderni a tema stregonerie e maledizioni, delle avventure di Dungeons and Dragons a caccia di tesori nelle cripte infestate o di qualsiasi romanzo dark fantasy. Perché, allora come adesso, provoca sentimenti di timore e disgusto.

La sua necromanzia era così potente che “se avesse tentato di resuscitare dai campi di battaglia tutte le schiere e restituirle alla guerra, le leggi dell’Èrebo sarebbero state infrante ed un popolo – tolto, per un potente prodigio, allo stigio Averno – avrebbe combattuto“. Erichto dunque è probabilmente la prima necromante mortale della storia letteraria ad essere in grado non solo di riportare in vita i morti, ma di svuotare lo stigio Averno (l’Oltretomba) per tirar su un’armata.

Il figlio di Pompeo, Sesto, sapeva bene queste cose. Ed era di certo intimorito da una simile fama (o fame). Per aiutare suo padre a vincere la guerra contro Cesare però era disposto a tutto, perfino a consultare la regina della necromanzia, chiedendole di guardare a fondo delle anime perdute e predire il futuro.

Ed ecco che ci viene regalata la descrizione di un rituale di magia nera fra i più dettagliati e truculenti della storia.

“Alla fine sceglie un cadavere, gli pone un laccio intorno al collo e, infilato un uncino nel cappio funesto, si trascina dietro lo sventurato corpo, destinato a rivivere, su rocce e sassi, portandolo sotto l’alta rupe di una montagna incavata, che la ferale Erictho aveva consacrato ai suoi riti sinistri. Non lontano dagli oscuri antri di Dite, la terra si abbassa e sprofonda: in quel punto una livida selva inclina verso il basso i suoi rami ed un fitto e impraticabile bosco di tassi – in cui non giunge la luce del sole e dalle cui cime non si riesce a scorgere il cielo – getta le sue ombre. In quella selva tenebre putride e muffe livide – provocate nelle caverne da una notte continua – non ricevono luce se non per mezzo di un incantesimo. Non così immobile ristagna l’aria nelle gole del Tènaro: lì c’è il triste confine fra il mondo dell’oltretomba e il nostro, dove i re del Tàrtaro non avrebbero esitazione a mandare i Mani. Infatti – per quanto la maga tessala faccia violenza ai fati – è incerto se lei scorga le ombre stigie, perché le ha trascinate lì o perché sia lei ad essere discesa fin nel regno sotterraneo.

La regina della necromanzia accalappia un cadavere e lo trascina ai piedi di una rupe circondata da un bosco di tassi, gli alberi della morte famosi fin dall’Antichità per la fabbricazione di dardi e per la loro tossicità. Il luogo è uno degli ingressi per l’Oltretomba, da cui entrano ed escono le anime dei defunti. Non si sa bene da cosa tragga i suoi poteri Erichto, se dalle sue spaventose invocazioni o dal fatto che lei stessa sia discesa agli Inferi.

Non appena ella scorse gli accompagnatori di Sesto sbigottiti e lui stesso tremante con gli occhi sbarrati nel volto sbiancato dalla paura, esclamò: «Deponete il timore sorto nel vostro animo terrorizzato: ecco, proprio adesso una nuova vita sarà infusa in una persona reale, sì che – per quanto atterriti – possiate sentirla parlare. Se io vi mostrassi le paludi dello Stige e le sponde crepitanti di fiamme, se, grazie a me, potessero apparirvi le Eumènidi e Cèrbero, che scuote il collo pieno di serpenti, e i Giganti con le mani incatenate sulla schiena, quale paura, o vili, sarebbe allora quella di contemplare ombre, che a loro volta mi temono?».

Il figlio di Pompeo, Sesto, e i suoi accompagnatori sono terrorizzati. Erichto nota il loro pallore e li prende in giro, dicendo che non c’è niente di cui aver paura, dopotutto deve solo riportare in vita un morto. Se invece dovesse spalancare l’Inferno mostrando loro tutti i suoi temibili abitanti (cosa che saprebbe fare) allora sì che ci sarebbe da aver paura.

A questo punto Eritto, per prima cosa, riempie il petto del morto con sangue caldo – infondendovelo attraverso nuove ferite da lei stessa inferte -, pulisce le parti interne dalla putredine e vi aggiunge spuma lunare in abbondanza. A questa mistura mescola insieme tutto quel che la natura produce con parti sinistri: non mancano bava di cani affetti da idrofobia, viscere di lince, vertebre di iena feroce, midolla di cervi, che si sono nutriti di serpenti, la remora, che è in grado di tener ferma una nave in alto mare, anche quando l’euro tende le corde, occhi di serpente, le pietre, che emettono suoni quando sono riscaldate da un’aquila che cova, il serpente volante degli Arabi, la vipera nata presso le acque del Mar Rosso e che custodisce le conchiglie preziose, la pelle di un rettile libico ancora vivo, le ceneri della fenice deposta sull’altare orientale.”

Quando Erichto comincia a tirar fuori i disgustosi ingredienti per cerimoniare la sua necromanzia ecco che ci ritroviamo davanti le origini mitiche delle superstizioni e della cultura magica che ancora oggi sono ben radicate nelle nostre menti. La strega che rimescola nel suo calderone bava di cani affetti da idrofobia e midolla di cervi che si sono nutriti di serpenti rappresenta alla perfezione l’archetipo letterario (e non solo) che ha calcato la storia dei due millenni successivi, dai processi inquisitoriali del Rinascimento alla caccia alle streghe d’epoca moderna. Nota interessante l’aggiunta di remora, il pesce che gli antichi romani credevano capace di attaccarsi alla chiglia delle navi per rallentarle nonostante la spinta del caldo vento dell’euro. Le pietre riscaldate dalla cova delle aquile sono menzionate da Plinio il vecchio e si chiamano aetites2, pietre magiche in grado di proteggere la nidiata. E la vipera nata presso le acque del Mar Rosso è una credenza che riguarda le ostriche e la presenza di vipere sottomarine a guardia delle perle in esse contenute.

Dopo ch’ebbe mescolato a tutte queste cose ingredienti velenosi sia di poco conto che rinomati, aggiunse fronde impregnate da un sacrilego incantesimo, erbe, sulle quali, al momento della nascita, la maga aveva sputato con la sua bocca spaventosa, e tutti i veleni, che lei aveva apprestato per il mondo. Allora la sua voce, più potente di ogni filtro ad evocare gli dèi infernali, emise in un primo momento mormorii confusi e molto differenti dalla lingua degli uomini: in quella voce erano presenti latrati di cani, gemiti di lupi, i lamenti del gufo pauroso e del notturno barbagianni, strida e ululati di fiere, sibili di serpenti, perfino il frastuono delle onde, che si infrangono sugli scogli, il rumore dei boschi e il tuono delle nuvole squarciate: quell’unica voce era composta di tanti elementi!

Con la voce distorta alla maniera dei filtri computerizzati dei moderni film horror, Erichto pronuncia una serie di parole incomprensibili, miscuglio di versi animaleschi tra i più spaventosi. Dopodiché comincia la sua necromanzia.

Subito dopo ella pronuncia, con l’incantesimo tessalico, gli altri scongiuri e le sue parole giungono fin nel Tàrtaro: «O Eumènidi, voi che siete la manifestazione più empia del regno d’oltretomba e che rappresentate la personificazione del castigo dovuto ai colpevoli, o Caos, avido di sconvolgere mondi innumerevoli, o reggitore della terra, tormentato nei secoli dalla morte rimandata degli dèi, o Stige, o campi Elisi, che nessuna maga tessalica merita, o Persèfone, che hai in odio il cielo e la madre, o ultimo aspetto della nostra Ècate, per mezzo della quale io posso comunicare tacitamente con i Mani, o custode della grande sede dell’oltretomba, che dai in pasto al cane crudele le viscere offerte da noi, o sorelle, che filate in continuazione gli stami della vita umana, o traghettatore degli ardenti flutti, vecchio ormai esausto per le anime che tornano a me, esaudite i miei scongiuri: se vi invoco con un tono sufficientemente sacrilego ed empio, se non ho mai pronunciato formule di incantesimo senza essermi prima nutrita di viscere umane, se vi ho offerto molte volte grembi pieni ed ho pulito con cervello caldo membra sezionate, se dovevano rimanere in vita tutti quei fanciulli, di cui ho posto il capo e le viscere sui piatti a voi consacrati, obbedite ai miei scongiuri. Non richiedo uno spirito ormai celato negli antri del Tàrtaro ed abituato da un pezzo alle tenebre, bensì uno che, appena morto, sta scendendo nell’oltretomba: esso è immobile sul primo limitare del pallido Orco e, anche se ascolterà l’incantesimo prodotto dai miei filtri magici, morirà una volta sola. L’ombra di un soldato morto da poco riveli il destino di Pompeo al figlio del condottiero, se le guerre civili hanno meritato bene di voi».

La necromanzia di Erichto si rivolge alle entità in ascolto dall’Oltretomba. Comincia con le Eumenidi, ovvero le Erinni (a volte intese come Furie) divinità femminili della vendetta. Poi con il Caos primordiale, la potenza informe che tende a inghiottire il mondo, il Reggitore della terra, ovvero il signore del sottosuolo, Dite, tormentato dal fatto che gli dèi non lo raggiungeranno mai poiché non possono morire. E Stige, Persefone, Ecate, Cerbero, le Parche, Caronte e infine di nuovo Dite, nominato come Orco (dal latino Orcus). Tutti loro saranno costretti ad ascoltare gli scongiuri nella lingua della necromanzia per riportare in vita lo spirito del soldato morto da poco, il quale dovrà rivelare il destino di Pompeo al figlio Sesto.

Non appena ha pronunciato queste parole, alza il capo e la bocca piena di bava e scorge ritta in piedi l’anima del corpo disteso a terra, che paventa le membra senza vita e gli odiati sbarramenti dell’antico carcere: essa è terrorizzata al pensiero di tornare nel petto ferito, nelle viscere e negli altri organi, squarciati da colpi mortali. Oh infelice, cui è strappato ingiustamente l’estremo vantaggio della morte, il fatto cioè di non poter più morire! Eritto si meraviglia che il fato possa frapporre tali indugi e, piena d’ira contro la Morte, percuote il cadavere immobile con un serpente vivo e, attraverso le fenditure, che la terra – obbedendo all’incantesimo – ha provocato, abbaia contro i Mani, infrangendo così i silenzi del regno d’oltretomba: «O Tisìfone, o Megèra, che sei indifferente alle mie parole, perché non spingete con crudeli frustate quest’anima infelice attraverso il vuoto dell’Èrebo? Ecco che io adesso, chiamandovi con il vostro vero nome, vi costringerò ad uscire alla luce del giorno, cagne dello Stige, e lì vi abbandonerò: vi inseguirò, come se fossi custode dei cimiteri, per tombe e funerali e vi scaccerò da ogni tumulo e da ogni sepolcro. E agli dèi, ai quali sei solita mostrarti sotto un aspetto falso, svelerò te, o Ècate, putrescente nel tuo sembiante pallido, e ti impedirò di cambiare quella tua espressione infernale. Rivelerò a tutti quali banchetti, o Ennèa, ti trattengono sotto l’enorme peso della terra, per quale accordo ami il triste re della notte e quali contatti hai dovuto subire, per cui Cèrere non ha più voluto richiamarti. Infranti gli antri sotterranei, farò piombare il sole su di te, il peggiore tra i sovrani dell’universo, in modo che tu sia colpito dalla luce improvvisa. Obbedite, altrimenti dovrò costringere ad intervenire quell’essere, una volta invocato il quale la terra trema sconvolta, che può guardare in viso la Gòrgone, che percuote con i suoi stessi flagelli l’Erinni terrorizzata, che vi tiene in pugno, che occupa il Tàrtaro (che neanche voi riuscite a scorgere, dal momento che vi trovate più in alto rispetto ad esso) e che spergiura per le onde stigie».

Al concludersi del rituale di necromanzia il cadavere del soldato si rianima. Alza il capo con la bocca piena di bava e osserva l’anima che si alza sopra di lui: lo spirito richiamato dall’Oltretomba fluttua nell’aria, terrorizzato alla vista del suo stesso cadavere: si rifiuta di tornare in quelle membra morte! A quel punto Erichto esplode di rabbia. Si scaglia sul corpo brandendo un serpente vivo, e comincia a frustarlo insultando le entità richiamate pochi istanti prima. Minaccia le Furie con il loro vero nome (Tisifone, Megera), promettendo di inseguirle presso le tombe e i funerali scacciandole da ogni tumulo o sepolcro e d’invocare contro di loro lo stesso Dite (Ade) se non esaudiscono la sua volontà. E gli scongiuri funzionano, gli dèi hanno davvero paura della necromanzia tessala.

Subito il sangue rappreso si riscalda e ridà vita alle nere ferite e scorre nuovamente nelle vene fino all’estremità delle membra: gli organi interni, percossi nel petto gelido, palpitano e la nuova vita, scorrendo nelle midolla non più abituate alla normale attività organica, si mescola alla morte. Tutte le membra vibrano, i nervi si tendono: il cadavere non si alza dal suolo utilizzando gradatamente i suoi arti, ma, tutto in una volta, è respinto da terra ed è ritto in piedi. Aperte le fessure delle palpebre, gli occhi si spalancano: l’aspetto non è ancora quello di una persona viva, dal momento che aveva cominciato ad esser quello di un morto: predominano ancora il pallore e la rigidità ed egli si stupisce di essere stato nuovamente trasportato nel mondo. La bocca, però, ancora irrigidita, non emette alcun mormorio: la voce e la lingua gli sono state fornite soltanto per dare risposte. La maga lo apostrofa: «Dimmi quel che ti ordino e ci sarà per te una grande ricompensa: se dirai il vero, infatti, ti renderò immune dagli incantesimi tessalici per sempre: arderò il tuo corpo con un tale rogo, con tale legname e con tali formule magiche che la tua anima non dovrà più subire gli incantesimi e le formule dei maghi. Sia questo il prezzo di essere tornato in vita: né gli scongiuri né i filtri magici oseranno – una volta che io ti avrò fatto morire definitivamente – spezzare il sonno del tuo lungo Lete. I vaticini oscuri si addicono ai tripodi e ai vati degli dèi: si allontanino sicuri tutti coloro che chiedono la verità alle ombre ed affrontano coraggiosamente i responsi della dura morte. Non tener celato nulla, ti prego: svela con chiarezza e con precisione gli eventi ed i luoghi e parla con quella voce, con cui i fati mi si possano rivelare». Aggiunse anche una formula di incantesimo, con la quale permise all’anima di conoscere tutto quello che le veniva richiesto.
E il cadavere, triste, rispose tra le lacrime…”

Tra le lacrime, al termine della necromanzia, il cadavere rivelerà a Erichto il destino di Pompeo: la sconfitta e la morte. Ed è esattamente quello che accadrà.

Il poema di Lucano è un tripudio di immagini fantastiche che, nonostante le licenze poetiche come l’aver ambientato una battaglia in Tessaglia durante la guerra civile fra Cesare e Pompeo (cosa che non è mai avvenuta) vista dagli occhi del comandante Sesto (che in quel momento si trovava da tutt’altra parte), ha gettato le basi del significato della parola necromanzia (o negromanzia) in uso ancora oggi.

Se volete approfondire l’argomento non potete perdere l’articolo Il ritratto di una strega. Alla prossima!

  1. Michele Mercati 1541-1593
  2. Naturalis historia,30,130
Lorenzo Manara