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23 Febbraio 2021

Il ritratto di una Strega: dal Medioevo all’Età Moderna

interrogatorio della strega

Come si riconosce una strega? Come veniva immaginata dagli antichi? Dalla mitologia alla realtà dei processi inquisitori: vediamo di capirci qualcosa

“Fra tutte le eresie, la più grande è quella di non credere nelle streghe e con esse, nel patto diabolico e nel sabba.” (Sulla Strega – Malleus Maleficarum, 1487.)

Il termine “strega” deriva dal latino strix o striga, termini con i quali si indicavano le cosiddette viaggiatrici notturne. Autori antichi come Plinio il Vecchio (che abbiamo già citato nei precedenti articoli su Merlino e Morgana) le descrivono come delle entità spirituali in grado di volare e che si nutrono di sangue umano. Dal termine strix è derivato nella lingua corrente il nome della famiglia degli strigidi, rapaci notturni tra i quali figurano ad esempio i gufi e gli allocchi ma, soprattutto, una parola che utilizziamo ancora oggi: strega.

Tutti noi abbiamo in mente come sia fatta una strega, ma come se la immaginavano gli antichi? Come era descritta una vera strega? Nel romanzo che sto scrivendo c’ho buttato dentro anche una strega e l’ho rappresentata come una giovane, solitaria, che si reca tutti i giorni negli acquitrini per acchiappare sanguisughe dal fondale melmoso. All’apparenza (e senza fare spoiler) sembrerebbe corrispondere al ritratto della strega medievale. Peccato che le streghe che comunemente vengono associate al medioevo, ai secoli detti “bui”, non sono medievali neanche un po’.

L’idea delle levatrici, delle prostitute o delle guaritrici che vivono nell’ultima casa del villaggio al limitare del bosco e che sono (a seconda della versione) colpevoli di aver copulato col demonio o vittime innocenti della società ignorante, è un’idea più che altro rinascimentale.

Il trattato più celebre sull’argomento, nonché manuale sulla caccia alle streghe consultato da alcuni inquisitori cattolici e giudici protestanti (ma che fu soprattutto criticato, perfino all’epoca in cui venne scritto) è il Malleus Maleficarum, del 1487.

“Le streghe impediscono l’erezione del membro, indispensabile per la procreazione […] e l’invio dell’essenza al membro […] chiudendo al contempo i condotti spermatici, tanto che lo sperma non raggiunge i vasi della procreazione, oppure non viene secreto […]. Mediante la forza occulta dei demoni, che possono ingannare le streghe, si può compromettere la fertilità: l’uomo non si unisce con la donna e questa non può divenire incinta. E la ragione è che Dio è più permissivo per quanto riguarda questo atto, mediante il quale l ‘Uomo ha diffuso il peccato nel mondo, rispetto alle altre azioni degli uomini.”

Nell’antichità era già diffuso il concetto di unione soprannaturale1. Ne abbiamo visto un esempio per quanto riguarda la vera storia di Merlino e il fatto che egli sia originariamente figlio di un demone. Inoltre molte famiglie nobili romane vantavano natali divini, antenati spiriti o semidei. Tutte queste associazioni che in principio erano positive cominciarono ad assumere connotazioni criminose solo dal XIII secolo in poi, e si consacrarono nell’idea di strega con la pubblicazione del Malleus Maleficarum 2. Infatti fu in quello specifico manuale che si mise nero su bianco la relazione fra i mestieri femminili (come quello della levatrice) e la possibilità di effettuare malefici. Secondo i due inquisitori tedeschi autori dell’opera, le levatrici erano infatti in grado di creare pozioni per l’aborto e filtri d’amore.

Nel tracciare l’identikit della vera strega possiamo dunque partire proprio dal sesso femminile, caratteristica preponderante fra coloro che venivano accusati di stregoneria. Studiando i verbali dei processi inquisitori e delle autorità secolari locali possiamo notare come nella maggior parte dei casi furono effettivamente le donne a finire in tribunale. E questo corrisponde allo stereotipo della strega per come lo conosciamo oggi. Ma perché proprio le donne?

Per trovare una risposta a quella che all’apparenza sembrerebbe misoginia fine a sé stessa dobbiamo conoscere il ruolo sociale della donna a quel tempo. Dal Medioevo e per tutto il Rinascimento fino ad arrivare perfino al XVII secolo le donne si occupavano degli aspetti legati all’esistenza: dalla nascita alla cura del bambino, dall’assistenza di infermi alla guarigione di malati, fino ad arrivare alla morte e alle tradizioni legate alla preparazione e sepoltura dei corpi. Tutte queste conoscenze appartenevano socialmente alle donne e guai a interferire.

Lo storico Alessandro Barbero racconta nel suo libro “Dante” l’episodio in cui il Sommo si reca al funerale di Beatrice e si ritrova ad aspettar fuori, senza poter né vedere il morto né Beatrice perché “l’usanza della sopradetta cittade è che donne con donne ed uomini con uomini s’adunino a cotale tristizia“. Le usanze cerimoniali che ritroviamo sul finire del Duecento a Firenze prevedevano che le donne entrassero in casa a compiangere il morto e che gli uomini invece aspettassero fuori. Ma non solo. Quando Dante si ritrova a singhiozzare sull’uscio del palazzo viene “beccato” dalle donne che entrano ed escono dalla casa e finisce perfino per essere sgridato: “lascia piangere noi!”.

A questo punto però è bene considerare che vi sono stati alcuni paesi (come la Normandia, la Russia, l’Estonia e l’Islanda) dove la percentuale di individui maschi accusati di stregoneria superava di gran lunga quella femminile. E vi erano anche paesi come la Finlandia dove la parità sessuale era sempre garantita (proiettati nel futuro fin dal XV secolo, quei simpatici finlandesi)3.

Perciò quando si parla di prevalenza di donne condotte in tribunale è bene tenere presente che si tratta, appunto, di una prevalenza. Prendendo ad esempio la Repubblica di Venezia (tanto per restare in Italia) la percentuale di donne accusate di stregoneria nel periodo 1550-1650 era del 69%. Dunque gli accusati di sesso maschile non erano affatto una rarità. La pratica di magia nera, dei sabba e del mettersi a tu per tu col diavolo è una roba che potevano fare tutti, a prescindere dal sesso, e gli inquisitori lo sapevano bene. Senza contare che per fini politici l’accusa di stregoneria o magia nera funzionava alla grande, e gli uomini socialmente più in vista potevano subirne gli effetti.

Inoltre c’è da considerare un’ultima cosa, ovvero il problema della definizione dei capi di accusa. Nei documenti degli archivi inquisitoriali di Venezia, ad esempio, la distinzione fra i reati di tipo “occulto” è netta. La magia viene definita come il reato dei dotti, cioè degli uomini. Stregoneria, fattucchieria e sortilegio invece erano reati praticati quasi solamente dalle donne4. E qui il discorso si apre a dismisura, perché non esiste un solo reato occulto e universale (ovvero la stregoneria), ma ce ne sono di svariati tipi, ciascuno che coinvolge una fetta differente della società. Ecco perché dobbiamo smetterla di associare il processo inquisitorio alla caccia alle streghe: le due cose non sono necessariamente correlate. Le accuse spaziavano dall’eresia all’abuso di sacramenti e potevano ricadere su qualsiasi individuo, che fosse un nobile o un prete, maschio o femmina.

Ma torniamo alla strega che vive sul limitare del bosco e cerchiamo di inquadrarla meglio. Abbiamo capito che era probabile fosse donna, ma qual era il suo ruolo sociale? Cosa faceva per vivere? Per rispondere alla domanda basterà riprendere le farneticazioni del Malleus Maleficarum riguardo le levatrici ed estenderlo alle comunità rurali europee, dove ritroviamo il maggior numero di processi.

Il vero punto che giocava a “sfavore” delle donne è ancora legato al loro ruolo sociale, al fatto che tramite le attività di cui era tradizionalmente incaricato il sesso femminile era possibile praticare la magia nera. Come abbiamo anticipato infatti era la donna a occuparsi della nascita e della morte, della malattia e della guarigione, ma anche della nutrizione, della preparazione del cibo. Tutte queste attività portavano a una maggiore conoscenza delle erbe, piante e frutti e le relative pratiche medicinali. Recarsi ogni giorno nel bosco dove cresceva quel determinato arbusto e tornare a casa col cestino pieno di radici e foglie era materia del tutto femminile, come la guerra era materia maschile. Nessuno si meraviglia che sui campi di battaglia le vittime fossero per la maggior parte uomini, no?

L’immagine contemporanea e anche un po’ fumettistica della strega è proprio quella di una donna, magari brutta e afflitta da qualche malattia infettiva, che gira una brodaglia dentro un calderone. Perché i mestieri che abbiamo elencato avevano davvero a che fare con la cucina e le malattie: tutte cose di grande responsabilità e di cui si richiedeva lunga esperienza.

Un’altra celebre attività accostata al ruolo femminile, da sempre definita come “mestiere più antico del mondo” è quella della prostituta, categoria alla quale appartenevano molte donne finite a processo. La prostituta è, come la strega, donna sola, spesso emarginata, ai limiti della società. Ma di cosa venivano accusate queste donne, nel concreto?

Le accuse più frequenti sono quelle generiche di maleficio o fattucchieria. Ma talvolta nelle annotazioni degli inquisitori si trovano particolari più precisi, che descrivono strane attività occulte. Dalle deposizioni degli archivi del Sant’Ufficio di Rovigo, ad esempio, emergono accuse di “trar le fave”, “dar martello”, “sconzurar il sole, la lune e le stelle”, “far incantesimi et fattucchiarie”, “invocare el demonio”5.

E arriviamo perciò all’ultimo punto chiave del ritratto di una strega: la vecchiaia. Perché la strega è vecchia e brutta? La spiegazione più semplice è che le professioni di cui sopra sono mestieri che necessitano una vasta esperienza, e quindi praticati da donne avanti negli anni. Un’altra spiegazione potrebbe essere che la caccia alle streghe era un processo lento, che in alcuni casi richiedeva anni di maturazione, e coloro che erano sospettati più degli altri erano di fatto i più conosciuti della comunità, probabilmente i più anziani.

Quando parlo di caccia alle streghe mi riferisco a episodi isolati che hanno fatto la storia e sono rimasti impressi nell’immaginario collettivo, appioppati a un medioevo oscuro e pericoloso, ma che furono innanzitutto più rari di quanto si creda. Anzi, le cacce da film, quelle sfuggite di mano, che hanno provocato svariate vittime come a Bamberga o Salem si verificano sul finire del Seicento. Ben lontani dal Medioevo, no?

Bene, ora che abbiamo scoperto più da vicino il ritratto di una strega me ne torno a scrivere il mio romanzo. Aspettate però, che l’argomento non si è esaurito qui. Prossima settimana approfondiremo l’aspetto più affascinante e che di sicuro racchiude più falsi miti di tutta la faccenda: roghi, processi e inquisitori… come si svolgeva una caccia alle streghe?

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  1. Così come era diffusa l’idea di strega. Basti pensare alla biblica strega di Endor, o alle streghe greco-romane della Tessaglia, come la terribile Erictho
  2. Christina Tuczay – Esoterismo e magia nel Medioevo, Newton Compton
  3. Brian Levack – La caccia alle streghe in Europa
  4. Anne Jacobson Schutte – I processi dell’Inquisizione veneziana nel Seicento
  5. Stefania Malavasi – L’archivio del Sant’Ufficio di Rovigo
Lorenzo Manara