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12 Luglio 2022

Il sarto e il fantasma: un patto sovrannaturale

il sarto e il fantasma di byland

L’incontro tra il sarto e il fantasma, dalla raccolta di storie medievali del monaco di Byland: tra maledizioni, esorcismi e rituali di magia

Verso la fine del XIV secolo, un monaco dell’abbazia cistercense di Byland, nello Yorkshire, scrisse una serie di storie riguardanti fantasmi e spiriti che gli furono raccontate dalla gente nei dintorni del monastero, fra i villaggi e le campagne dell’Inghilterra medievale. Le storie furono scritte su alcune pagine all’interno di manoscritti databili a cavallo fra XII e XIII secolo1, come exempla dottrinali secondo la tradizione di Cesario di Heisterbach. Oggi voglio raccontarvi la seconda storia di questa fantastica raccolta medievale: ovvero l’incontro tra il sarto e il fantasma.

Riguardo un meraviglioso incontro tra un fantasma e un uomo vivente al tempo di re Riccardo II.
“Si dice che un certo sarto di nome (…) Palla di neve stava tornando a cavallo una notte da Gilling a casa sua ad Ampleforth, e lungo la strada udì per così dire il rumore delle anatre che si lavavano nella groppa, e subito dopo vide un corvo che gli volò intorno al viso e scese a terra e colpì il suolo con le ali come se fosse in punto di morte. E il sarto scese da cavallo per prendere il corvo, e mentre lo faceva vide scintille di fuoco sparare dai fianchi del corvo. Al che si fece il segno della croce e gli proibì, in nome di Dio, di recargli in quel tempo alcun male. Poi volò via con un grande grido per lo spazio di un tiro di sasso.

Un sarto, il cui nome indecifrabile nell’originale manoscritto latino viene seguito dall’espressione ”Palla di neve”, cavalcava di notte per tornare a casa ad Ampleforth, nel North Yorkshire. Durante il viaggio, dopo aver udito rumore di anatre che si lavavano nell’acqua, vide un corvo che gli volò intorno al viso per poi cadere al suolo, come se fosse in punto di morte. Il sarto smontò da cavallo per prenderlo, ma scintille di fuoco guizzarono dai fianchi del corvo. Il sarto si fece allora il segno della croce, proibendogli, in nome di Dio, di fargli del male. Il corvo, nell’udire la preghiera, volò via. Perché non era un semplice corvo, ma uno spirito trasmutato. Ed è proprio così che ha inizio la storia del sarto e il fantasma.

“Poi di nuovo montò a cavallo e ben presto lo stesso corvo gli andò incontro mentre volava, e lo colpì di fianco e gettò a terra il sarto dal cavallo su cui stava cavalcando; e giaceva disteso a terra come in deliquio e senza vita, ed era molto spaventato. Poi, levatosi e forte nella fede, combatté con lui con la sua spada fino a stancarsi; e gli parve di colpire una pila di torba; ed egli glielo proibì e lo invocò nel nome di Dio, dicendo: “Dio non voglia che tu abbia il potere di farmi del male in questa occasione, ma vattene”. E di nuovo volò via con un grido orribile come se fosse lo spazio del volo di una freccia.”

Il sarto tornò a cavallo, ma il corvo gli volò di nuovo incontro, attaccandolo e facendolo cadere giù di sella. Lo colpì forte, ferendolo gravemente. Il sarto, spaventato, estrasse la spada e cominciò a difendersi col ferro tagliente, ma l’animale, oltre a sparare scintille infuocate, risultava indistruttibile: i colpi di spada non sortivano alcun effetto contro la bestia venuta dall’Oltretomba. Sembrava, infatti, di colpire “una pila di torba”. L’incontro tra il sarto e il fantasma, dunque, era cominciato nel migliore dei modi: con un bello scontro armato.

Tramite un’invocazione che ricorda da vicino gli incantesimi basati sulle superstizioni cristiane (per approfondire, leggi l’articolo “Bibbia e stregoneria”), il sarto riuscì nuovamente a respingere l’assalto demoniaco. Ma il sarto e il fantasma si sarebbero incontrati ancora, poiché il destino li aveva legati assieme.

E la terza volta apparve al sarto mentre portava la croce della spada sul petto per paura, e gli venne incontro a somiglianza di un cane con una catena al collo. E quando lo vide il sarto, forte nella fede, pensò dentro di sé, che sarà di me? Lo scongiurerò nel nome della Trinità e in virtù del sangue di Cristo dalle sue cinque piaghe che egli parli con me, e non mi faccia alcun male, ma resta fermo e rispondi alle mie domande e dimmi il suo nome e la causa della sua punizione e del rimedio che le spetta”. E così fece e lo spirito, ansimando terribilmente e gemendo, disse: «Così e così ho fatto io, e per questo sono stato scomunicato. Vai dunque da un certo sacerdote e chiedigli di assolvermi.

Il terzo incontro tra il sarto e il fantasma avvenne tramite una diversa forma animale: quella di un cane con una catena al collo. Il sarto, che portava la croce della spada sul petto per protezione, invocò ancora una volta l’aiuto di Dio, e chiese di parlare con lo spirito, “nel nome della Trinità e in virtù del sangue di Cristo dalle sue cinque piaghe”.

Lo spirito, sotto forma di cane, spiegò di essere uno scomunicato in cerca di assoluzione. Per ottenere la grazia divina aveva bisogno dell’aiuto dello stesso sarto, che avrebbe dovuto recarsi da un sacerdote e garantirgli il perdono di tutti i peccati. Ed ecco che prende forma la “quest” sovrannaturale: un accordo fra il sarto e il fantasma basato sui precetti religiosi cristiani. Ma in cosa consisteva l’incarico, nello specifico?

“E mi conviene farmi celebrare il numero intero di nove volte venti messe. E ora di due cose devi sceglierne una. Qui tornerai da me in una certa notte sola, portandomi la risposta di coloro i cui nomi ti ho dato; e ti dirò come puoi essere sanato, e nel frattempo non devi temere la vista di un fuoco di legna. Altrimenti la tua carne marcirà e la tua pelle si seccherà e cadrà completamente da te in breve tempo. Sappi inoltre che ora ti ho incontrato perché oggi non hai ascoltato la messa né il vangelo di Giovanni (cioè in principio), e non hai visto la consacrazione del corpo e del sangue di nostro Signore, perché altrimenti non avrei avuto piena potenza di apparirti».”

Far celebrare nove volte venti messe in onore dello spirito e tornare “in una certa notte sola” con la risposta del sacerdote: questo era l’oggetto dell’incarico. Nel caso in cui il sarto avesse accettato di portarlo a termine, non gli sarebbe accaduto niente di male e, anzi, sarebbe guarito dalla ferita dovuta all’attacco del corvo. Quello del “fuoco di legna”, invece, è un motivo folcloristico nordico, di cui esistono analoghi esempi nei racconti danesi:

Dopo aver visto un fantasma, l’uomo fu abbastanza saggio da andare alla stufa e guardare il fuoco prima di vedere la luce di una lampada o di una candela. Perché quando le persone vedono uno spirito, si ammalano se non riescono a vedere il fuoco prima della luce2.

Dopo aver incontrato un fantasma, dunque, secondo la tradizione esoterica medievale dei paesi nordici, bisognava stare attenti alle fonti di luce, come lampade o candele: poiché ci si sarebbe ammalati, se non si avesse prima posato lo sguardo su un “fuoco di legna”.

Il sarto, dopo aver ascoltato le condizioni dettate dallo spirito, avrebbe anche potuto rifiutare l’incarico. Tuttavia, sarebbe incappato in una terribile maledizione: la sua carne sarebbe marcita, la pelle seccata e caduta completamente nel giro di poco tempo. Insomma, sarebbe divenuto un non-morto scheletrico vero e proprio, come nelle tradizioni fantastiche contemporanee.

Un esempio di simili maledizioni è presente perfino nel mio ultimo romanzo, La Stirpe delle Ossa, dove la dannazione eterna attende coloro che incontrano gli spiriti sovrannaturali: un evento che darà il via all’intera storia, ben radicata nel realismo e nelle fonti letterarie antiche.

In ogni caso, l’incontro tra il sarto e il fantasma non è stato un evento casuale. I due si sono potuti parlare poiché il sarto, quel giorno, aveva disertato la santa messa, e non aveva visto la consacrazione del corpo e del sangue del Signore (ovvero, non aveva preso il sacramento della comunione). Inoltre, durante la chiacchierata col malcapitato, avvenne un evento straordinario: lo spirito mutò ancora la propria forma.

E mentre parlava col sarto era come in fiamme e si vedeva il suo interno dalla bocca e formava le parole nelle sue viscere e non parlava con la lingua. Allora il sarto chiese al fantasma il permesso di avere con sé al suo ritorno qualche compagno. Ma lo spirito disse: No, ma abbi su di te i quattro vangeli e il nome della vittoria, cioè Gesù di Nazaret, a causa di altri due fantasmi che dimorano qui di cui non si può parlare quando è invocato e dimora a somiglianza del fuoco o di un cespuglio e l’altro ha la forma di un cacciatore ed è molto pericoloso incontrarli. Giura su questa pietra che tu non diffami le mie ossa a nessuno, se non ai sacerdoti che celebrano per me e agli altri ai quali sei mandato per me, che possono essermi utili». E diede la sua parola sulla pietra che non avrebbe rivelato il segreto, come è stato già spiegato. Quindi invocò il fantasma di andare a Hodgebeck e di aspettare il suo ritorno. E il fantasma disse: “No, no, e urlò. E il sarto disse: Vai poi alla Byland Bank, di cui fu contento.”

Parlando col sarto, lo spirito venne avvolto dalle fiamme, proprio come accadeva durante gli avvistamenti di non-morti presenti nei manoscritti medievali (per approfondire, leggi “Il mito dei cavalieri fantasma”):

“Noi non siamo, come pensi, delle illusioni. Piuttosto, siamo le ombre dei cavalieri che di recente sono stati uccisi. Le armi, le armature e i cavalli che prima erano i nostri strumenti per il peccato sono ora gli strumenti del nostro tormento. In verità, stiamo bruciando, anche se non puoi vederlo con i tuoi occhi corporei.”

Eccheardo d’Aura, Chronicon Uraugiensis

Lo spirito non parlava con la lingua, ma le parole si formavano nelle viscere e fuoriuscivano dalla bocca. Parole che ammonirono severamente il sarto: intimandolo di tornare con i quattro vangeli e il “nome della vittoria” sulle labbra, ovvero Gesù di Nazaret, poiché sarebbe servito per neutralizzare altri due fantasmi che infestavano il luogo, molto pericolosi: l’uno sotto forma di fuoco o cespuglio, l’altro sotto forma di cacciatore.

Al termine dell’incontro fra il sarto e il fantasma, quest’ultimo fece giurare al sarto di non diffamare le sue ossa, mai, con nessuno, all’infuori del sacerdote e di coloro che avrebbero dovuto assolverlo dai suoi peccati. Perché la diffamazione era l’accusa formale di reato: un’accusa che avrebbe posto il fantasma in stato d’infamia.

Solitamente, secondo il diritto medievale, gli imputati potevano liberarsi dall’accusa tramite compurgazione, ovvero il giuramento d’innocenza prestato a un determinato numero di persone (spesso dodici, come abbiamo osservato anche nell’opera di finzione “Il roman de Renart”). L’infamia di un morto, però, aveva tutt’altro esito, poiché non sarebbe stata avviata nessuna procedura di compurgazione. Il privilegio della sepoltura cristiana, infatti, sarebbe stato annullato e le spoglie sarebbero state dissotterrate3.

Il sarto, che non aveva scelta se non ubbidire, visto che, altrimenti, gli sarebbero marcite le carni, chiese al fantasma di togliersi dalla strada e aspettare in un’altra località, presumibilmente per evitare che l’entità tormentata infestasse il luogo nell’intervallo del ritorno prima del sarto4. Ma il fantasma rifiutò.

“L’uomo di cui parliamo si ammalò per alcuni giorni, ma poi guarì e si recò a York dal prete di cui si era parlato, che aveva scomunicato il morto, e gli chiese l’assoluzione. Ma si rifiutò di assolverlo e chiamò un altro cappellano per consultarsi con lui. E quel cappellano chiamò un altro, e quell’altro un terzo, per consigliare segretamente sull’assoluzione di quest’uomo. E il sarto gli domandò: «Signore, conosci il segno reciproco che ti ho accennato all’orecchio». E lui ha risposto, sì, figlio mio». Poi dopo molte trattative il sarto si ritenne soddisfatto, pagò scellini e ricevette l’assoluzione scritta su un pezzo di pergamena, e giurò non di diffamare il morto, ma di seppellire l’assoluzione nella sua tomba vicino alla sua testa, e di nascosto. E quando lo ebbe, andò da un certo fratello Riccardo di Pickering, confessore di fama, e gli domandò se l’assoluzione fosse sufficiente e lecita. E lui ha risposto che lo era. Allora il sarto andò a tutti gli ordini de’ frati di York e fece celebrare quasi tutte le messe richieste per due o tre giorni, e tornato a casa seppellì l’assoluzione nella tomba come gli era stato ordinato.”

Terminato l’incontro tra il sarto e il fantasma, il sarto si ammalò per qualche giorno (a causa dell’essere entrato in contatto con un’entità dell’Oltretomba, come da tradizione), poi si recò dal sacerdote che aveva scomunicato lo spirito. Tuttavia, non ricevette alcuna assoluzione poiché il sacerdote doveva consultarsi con un altro chierico, e poi con un altro e un altro ancora. Tutti questi passaggi stavano a significare quanto fosse importante la faccenda, e quanto fosse “dannato” lo spirito che, purtroppo, non sapremo mai di quali peccati si era macchiato in vita (di certo molto gravi).

Espletata la burocrazia spirituale, il sarto si ritrovò con un’assoluzione scritta su un pezzo di pergamena da seppellire nella tomba dello spirito, vicino alla sua testa. Dopodiché, si recò in visita a tutti gli ordini dei frati di York, per richiedere le decine e decine di messe necessarie a completare il rito di assoluzione.

“E quando tutte queste cose furono compiute debitamente, tornò a casa, e un suo vicino diligente, venuto a conoscenza che il sarto doveva riferire allo spirito in una certa notte tutto ciò che aveva fatto a York, lo scongiurava dicendo: «Dio proibisci di andare dal fantasma senza dirmi della tua partenza e del giorno e dell’ora. Ed essendo così costretto, per timore di dispiacere a Dio, gli disse, svegliandolo dal sonno e dicendo: «Ora vado. Se vuoi venire con me partiamo e ti darò una parte degli scritti che porto su di me per le paure notturne. Allora l’altro disse: “Vuoi che io venga con te?” e il sarto disse: “Devi decidere da solo; Non ti darò alcun consiglio”. Alla fine l’altro disse: “Vattene nel nome del Signore e che Dio ti prosperi in ogni cosa”.

Un vicino del sarto, venuto a sapere dell’incarico sovrannaturale, si dimostrò intenzionato ad aiutarlo. Tuttavia, il sarto era stato avvertito di non portare nessun compagno con sé, e di svolgere tutti i compiti da solo (una tra le varie clausole comprese nel patto esoterico tra il sarto e il fantasma). Spiegando al vicino di non poter ricevere aiuto, quest’ultimo fece molto alla svelta a cambiare idea: si era trattato, quindi, di un “empty pleasure”, come usano dire nel mondo anglosassone: il vicino, insomma, di immischiarsi nella faccenda non ne aveva nessuna voglia, ma si era proposto tanto per educazione.

“Dopo queste parole giunse al luogo stabilito e fece un grande cerchio con una croce e aveva su di sé i quattro vangeli e altre parole sante e si fermò in mezzo al cerchio e collocò quattro reliquiari a forma di croce sul bordo del cerchio; e sui reliquiari erano scritte parole di salvezza, cioè Gesù di Nazaret, ecc., e aspettava la venuta dello spirito.”

Il sarto, nella notte stabilita, tornò nel luogo dove aveva incontrato lo spirito e tracciò un grande cerchio sul terreno. Non si capisce se il cerchio venne solcato per mezzo di una croce, usata al posto della classica spada, evergreen delle evocazioni negromantiche (per approfondire, leggi “Storie di evocazioni demoniache e patti col diavolo”), oppure se la croce si trovasse all’interno del cerchio. Scrive il curatore della traduzione dal latino:

“Penso che non ci possa essere dubbio che si trattasse di un cerchio con all’interno una croce disegnata nei punti di cui, dove incontrano la circonferenza, erano posti i reliquiari (monilia ). Non sono del tutto sicuro se il passaggio non significhi che i nomi dei quattro vangeli (cioè gli evangelisti) e altre parole sacre fossero scritti nei quadranti del cerchio.5

In ogni caso, questo rituale rientrerebbe nel campo di applicazione dell’esorcismo, unito a superstizioni folcloristiche di magia bianca, in virtù dell’uso massiccio della parola divina: nello specifico, quattro reliquiari a forma di croce disposti intorno al cerchio, recanti il nome “Gesù di Nazaret”.

“(lo spirito) Giunse infine sotto forma di capra e fece tre volte il giro del cerchio dicendo: “Ah! ah! ah!” E quando invocò la capra, ella cadde prona a terra, e si alzò di nuovo nelle sembianze di un uomo di grande statura, orribile e magro, come uno dei re morti nelle rappresentazioni. E quando gli fu chiesto se il lavoro del sarto gli fosse stato utile, rispose: «Sì, sia lodato Dio. E sono stato alle tue spalle quando hai seppellito la mia assoluzione nella mia tomba all’ora nona e hai avuto paura. Non c’è da stupirsi che avevi paura, perché lì erano presenti tre diavoli che mi hanno tormentato in ogni modo dal momento in cui mi hai invocato per la prima volta fino al momento della mia assoluzione, sospettando che mi avrebbero avuto solo poco tempo in custodia per tormentarmi . Sappi dunque che lunedì prossimo passerò nella gioia eterna con altre trenta anime. Vai ora a un certo ruscello e troverai una grossa pietra; sollevala e sotto di essa troverai una pietra arenaria. Lavati tutto il corpo con acqua e strofina con la pietra e in pochi giorni sarai integro.”

Lo spirito comparve sotto forma di capra saltellante, facendo tre volte il giro del cerchio e ridendo a squarciagola. Il sarto invocò il suo nome e la capra cadde a terra per poi trasformarsi in un “uomo di grande statura, orribile e magro, come uno dei re morti nelle rappresentazioni”. Il riferimento riguarda le rappresentazioni dei “tre vivi e tre morti”, motivo artistico religioso spesso dipinto nelle chiese. I morti e i vivi sono, infatti, di solito rappresentati come re (per approfondire, leggi l’articolo “Il guerriero scheletro”).

Lo spirito disse di essere stato presente in ogni fase dell’assoluzione, perfino nel momento in cui il sarto seppelliva la pergamena sacra. In quel frangente, racconta lo spirito, erano presenti anche tre diavoli che lo tormentavano come mai prima d’ora, perché sapevano che il dannato stava per ricevere la grazia, e quindi volevano torturarlo fin quando potevano.

Per ringraziare il sarto, lo spirito gli consigliò di recarsi in un certo ruscello, dove avrebbe trovato una arenaria nascosta sotto un’altra pietra. Strofinandosi l’arenaria addosso, il sarto sarebbe guarito dalle ferite derivanti dal secondo degli incontri tra il sarto e il fantasma, quando era stato tirato giù di sella dal corvo sparafiamme.

“Quando gli fu chiesto il nome dei due fantasmi, rispose: Non posso dirti i loro nomi. E interrogato sulla loro condizione, rispose che uno era un laico e un soldato e non era di queste parti, e uccise una donna incinta e non avrebbe potuto trovare rimedio prima del giorno del giudizio, quando lo si sarebbe visto nella forma di toro senza bocca né occhi né orecchie; e comunque lo si invochi non potrà parlare. E l’altro era un uomo di religione in forma di cacciatore che suonava un corno; e troverà un rimedio e sarà invocato da un certo ragazzo che non è ancora diventato uomo, se il Signore vuole».”

Il sarto chiese informazioni riguardo gli altri due spiriti, quelli ritenuti molto pericolosi dallo stesso fantasma. Il primo, ovvero lo spirito del fuoco e del cespuglio, era stato un laico e soldato che aveva ucciso una donna incinta. A causa di quel peccato non avrebbe mai trovato assoluzione, costretto a scontare le sue pene sotto forma di toro senza bocca né occhi né orecchie, oltre che muto. Il secondo spirito, ovvero quello del cacciatore, era stato un uomo di religione di cui non sappiamo altro se non che suonava un corno, e che avrebbe potuto trovare rimedio ai suoi peccati se fosse stato invocato da un ragazzo che, al momento dell’incontro tra il sarto e il fantasma, non era ancora diventato un uomo.

Potremmo trovarci dinnanzi a un tentativo, da parte del monaco autore dei racconti, di trascrivere gli avvenimenti del suo tempo. Chissà che questi spiriti tormentati non fossero uomini ben conosciuti a quel tempo, di cui tutti conoscevano la loro storia senza bisogno di trascriverla e specificarla.

A quel punto, però, al sarto venne il dubbio che anche lui non fosse un peccatore in lista per la dannazione.

“E allora il sarto domandò al fantasma della sua stessa condizione e ricevette risposta: “Ti stai conservando ingiustamente il berretto e il cappotto di uno che è stato tuo amico e compagno nelle guerre d’oltremare. Dagli soddisfazione o lo pagherai caro .” E il sarto disse: “Non so dove abita”; e il fantasma rispose: “Vive in una tale città vicino al castello di Alnwick”. Quando più avanti gli è stato chiesto: “Cosa è la mia più grande colpa?” il fantasma rispose: “La tua più grande colpa è a causa mia”. E l’uomo disse: “Come e in che modo?” E lo spirito rispose: “Perché il popolo pecca dicendo bugie su di te e recando scandalo ad altri morti dicendo che il morto che è stato invocato era lui o lui… o lui”. E chiese al fantasma: “Cosa devo fare? Rivelerò il tuo nome?” E lui disse: “No; ma se rimani in un luogo sarai ricco, e in un altro luogo sarai povero, e avrai qui dei nemici».”

Il fantasma spiegò al sarto che egli si stava tenendo ingiustamente il berretto e il cappotto di un suo vecchio compagno di crociata, e che avrebbe dovuto restituirgli quelle cose, altrimenti l’avrebbe pagata cara. Oltre a questo, il fantasma regalò uno squarcio di futuro al suo aiutante mortale.

Fra i viventi si stava spargendo la voce del patto sovrannaturale fra il sarto e il fantasma: diceria che avrebbe dato problemi allo stesso sarto, e molti nemici. Per questo, il fantasma gli consigliò di andarsene.

Allora lo spirito disse: «Non posso più restare a parlare con te». E mentre andavano per le loro diverse vie, il torello sordo, muto e cieco andò con l’uomo fino alla città di Ampleforth, che egli invocò in tutti i modi che conosceva, ma in nessun modo poteva rispondere. E lo spettro che era stato aiutato da lui gli consigliò di tenere per la testa tutti i suoi migliori scritti finché non si addormentò. ” E non dire né più né meno di quanto ti consiglio e tieni gli occhi per terra e non guardare un fuoco di legna per questo almeno la notte». E quando tornò a casa rimase gravemente malato per diversi giorni.”

Il finale del racconto è alquanto criptico, perché dà per scontato conoscenze esoteriche oggi perdute, difficili da comprendere. Concluso il patto fra il sarto e il fantasma, quest’ultimo si congedò, lasciando che il sarto proseguisse la via di casa accompagnato dallo spirito toro. Le raccomandazioni per non essere assaliti da quello spirito così pericoloso, erano di tenere per sé i “migliori scritti”, riferendosi, probabilmente, ai pensieri, oltre a non guardare per almeno una notte il “fuoco di legna”, già incontrato nell’introduzione del racconto.

Il racconto che narra dell’incontro sovrannaturale fra il sarto e il fantasma si conclude così, con il fantasma assolto da tutti i suoi peccati e il sarto gravemente malato per diversi giorni (a causa del contatto col morto), ma consapevole di cosa gli avrebbe riservato il futuro.

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  1. Medieval Ghost Stories: An Anthology of Miracles, Marvels and Prodigies, Compiled and edited by ANDREW JOYNES
  2. Yorkshire Archaeological Journal Vol. 27, note di M.R.James “Kristensen Sagn e overtro 1866, n. 585”
  3. Yorkshire Archaeological Journal Vol. 27, note di A.H.T.
  4. Yorkshire Archaeological Journal Vol. 27, note di M.R.J.
  5. ibidem
Lorenzo Manara