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7 Giugno 2022

La morte di Renart, la volpe sanguinaria

roman de renart la volpe

La vera storia della sanguinaria volpe che ha ispirato il film d’animazione Disney “Robin Hood”, tratto dal racconto medievale: il Roman de Renart

I film d’animazione Disney che mettono in mostra il medioevo, o almeno si ispirano ad esso, non sono affatto pochi: La spada nella roccia, Ribelle, Mulan, Il gobbo di Notredam e i vari racconti fiabeschi come La bella addormentata nel bosco. Il film più famoso per la rappresentazione dei cosiddetti Secoli bui, però, quello che salta subito in mente quando pensiamo a castelli, spade, cavalieri e tornei di tiro con l’arco, è proprio lui: Robin Hood, probabilmente l’opera meglio radicata nelle fonti storiche. L’avreste mai detto che il colorato mondo di animali antropomorfi proiettato al cinema negli anni ‘70 fosse ispirato ad autentiche opere medievali del XII-XIII secolo? Mi riferisco al Roman de Renart, il cui protagonista è, manco a dirlo, Renart la volpe.

Il Roman de Renart è una raccolta di racconti su modello delle fiabe di Esopo, pieni di animali antropomorfizzati che vivono avventure rocambolesche. Numerosi artisti si sono succeduti nella loro personale interpretazione del ciclo di Renart, dando origine a svariati episodi detti “canti”. Oggi voglio raccontarvi il canto conclusivo, quello che pone fine all’intera saga: la morte di Renart1: un episodio ricco di ironia, simboli e analogie con la quotidianità basso medievale. 

“Nel mese di maggio all’inizio dell’estate,
quando gli alberi germogliano,
quando chiaro canta nel bosco
l’oriolo e il pappagallo,
in questo tempo che vi diciamo
Renart era a casa sua
che per il bel tempo che tornava
si rallegrava e molto gioiva,
ché a stento aveva sopportato l’inverno.”

Vita e morte avventurose di Renart la volpe, a cura di Massimo Bonafin

Renart la volpe si rallegra del tempo estivo, che finalmente giunge a spazzar via gli stenti invernali. Esce dal suo “castello” e s’incammina per rimediare qualcosa da mettere sotto i denti, raggiungendo presto il terreno di un’abbazia, dove, all’interno di un recinto, si trovano polli, galline e capponi. Renart scavalca la recinzione e piomba sulle prede, guidato dalla fame più vorace. Divora un cappone intero e, soddisfatto, fa per tornarsene a casa, quando uno dei monaci lo scorge: “Renart, sei in trappola!”.

Il monaco, che conosce perfino il nome della volpe, evidentemente una vecchia quanto sgradita conoscenza, impugna un bastone per colpirlo, ma Renart si difende senza esclusione di colpi, infilandosi in mezzo alle gambe del monaco per colpire là dove non batte il sole.

Renart l’ha afferrato per i coglioni
coi denti e tira con tal forza
che gli strappa uno dei pendenti.

Il monaco cade in terra in preda al dolore, e Renart se la svigna, a pancia piena e con l’animo rallegrato da “gioia maligna”. Finora, non è esattamente la volpe alla “Robin Hood” disneyana che ci aspetteremmo, vero?

Nel tornare a casa, Renart la volpe si imbatte in Coart, il suo amico leprotto, che cavalca un destriero e porta in spalla un pellicciaio. Questo è il primo evidente elemento del “mondo al contrario” dei marginalia medievali. In questo caso, la preda preferita dei pellicciai, ovvero un leprotto, compare sulla scena con un bel trofeo di caccia portato in spalla: il pellicciaio stesso! E lo fa cavalcando un destriero, munito di spada (che ha sottratto al pellicciaio).

“«Signore – fa – m’accadde stamattina,
mentre me ne andavo bighellonando
nel bosco come al solito,
d’incontrare per caso
questo villano che mi oltraggiò assai
levando la spada su di me,
per la fede che vi devo.
E sappiate che m’avrebbe colpito
ben volentieri, se avesse potuto.
Quando lo vidi venire verso di me,
allora non mi potei trattenere
anzi mi precipitai su di lui
e gli sputai in faccia
e scaracchiai con gran forza.
Il villano ne fu atterrito:
cascò a terra per la paura
e io in un attimo gli balzai
sulla pancia senza indugio.
Gli andai a togliere la spada
dalla mano molto in fretta.
Ora vado a chiedere giustizia
per sapere che fare di lui,
alla corte del leone Nobile.»”

Renart risponde che dopo un simile affronto Coart avrebbe tutto il diritto di disporre da solo della vita del villano, uccidendolo. Ma Coart preferisce comunque affidarlo a Noble, il leone, e alla sua corte. Dunque, chiede alla volpe di accompagnarlo.

I due amici, col villano legato e tenuto in spalla, raggiungono la sala del re Noble, il leone, quel giorno gremita di bestie, sue cortigiane: “principi e gentiluomini”. Renart la volpe si fa avanti, e dopo un inchino spiega al re cosa è capitato al suo amico Coart, chiedendo che la vita del villano venga messa a giudizio. Non appena il villano capisce che sta per essere messo a morte, piagnucola un tentativo di difesa.

“Di colpo è saltato in piedi
e disse al re. «Maestà, pietà!
A voi mi affido a mani giunte,
sappiate che sono un uomo onesto.
Vi prego, ho una buona reputazione
presso i miei piú fedeli vicini
che diranno che sono onesto,
tra le persone piú perbene che ci sono.
Fateli mandare a chiamare!»”

Alla corte del re leone vengono chiamati 12 pellicciai, amici dell’imputato, per testimoniare in quello che è divenuto a tutti gli effetti un processo inquisitoriale, svolto secondo una procedura di compurgazione: ovvero il giuramento d’innocenza dell’imputato a un determinato numero di persone (spesso 12) che avrebbero giurato a loro volta. Tutto questo, però, si svolge in maniera ironica, prendendo in giro i veri processi medievali derivati dal diritto romano.

Poiché il capo d’accusa riguarda la semplice bontà di cuore del villano, e il re è chiamato a giudicarla ascoltando il parere di coloro che lo conoscono bene.

Per testimoniare che, in fondo, il villano era una brava persona. Tutti e 12 i pellicciai raccontano l’episodio più significativo, che per loro ben rappresenta il carattere dell’imputato.

“Se volete sapere la verità,
presto vi sarà rivelata.
Costui aveva vinto un uovo
e ci ha fatto intingere insieme [il pane]
tutti e tredici: per questo ci sembra
che sia un uomo onesto e perbene.»”

Per il re leone, questa accorata testimonianza è più che sufficiente. Lascia libero il villano e il processo si conclude. Per festeggiare, dispongono i tavoli per accogliere tutti gli animali e dare inizio a una grande e allegra abbuffata. Dopo mangiato, Renart gioca a scacchi con il lupo Isengrin, e lo fanno alla maniera medievale, ovvero impegnando monete sonanti. Al termine della partita però Renart la volpe non ha più il becco di un quattrino, affermando d’esser rimasto solo con il “il cazzo e i coglioni”. Ed è proprio scommettendo quei preziosi, che decide di giocare un’ultima partita. Purtroppo, però, perde di nuovo, e il lupo si fa avanti per reclamare ciò che gli spetta.

“Isengrino che aveva vinto
ne fu contento e molto lieto.
All’istante senza piú aspettare
ha fatto portare un grosso chiodo,
glielo piantò in mezzo ai coglioni
e l’inchiodò alla scacchiera.
Quindi se ne andò abbandonandolo.
Renart sta lí, grida e urla
assai afflitto e in preda all’ira,
perché soffriva uno strazio sì grande.”

Inchiodato alla scacchiera per i coglioni, il nostro Renart la volpe cominciò a gridare afflitto dal dolore e dall’ira. I cortigiani accorsero per aiutarlo, e lo coricarono sul letto, in preda alla sofferenza più struggente. Stava morendo, e lui stesso ne era consapevole. Per questo chiese di farsi mandare un arciprete, in modo da confessarsi e garantirsi la remissione dei suoi peccati.

Come nel vero mondo del tardo XIII secolo, pure gli animali antropomorfi credono nel Signore Iddio, nell’Inferno e nel Paradiso. Per questo, Renart la volpe, all’arrivo dell’arciprete confessa tutti i suoi peccati, che a giudicare da come è cominciato questo canto, hanno tutta l’aria d’essere spregevoli, e infatti agli occhi dell’arciprete lo sono eccome.

Renart la volpe confessa d’aver copulato con donna Hersent (moglie del lupo Isengrin), senza in realtà trovarci nulla di male poiché, nonostante Renart sia “allegramente sposato”, quel rapporto aveva fatto “piacere e bene” all’amante. Poi ammette d’aver copulato con Donna Fière, la regina leonessa, moglie del re leone. L’arciprete gli intima di pentirsi e giurare, nel caso guarisse, di non copulare più con la regina. Ma Renart non vorrebbe giurare, perché se fosse guarito dal male ai coglioni, con la regina ci sarebbe tornato più che volentieri.

“La confessione parodica di Renart va collocata in un particolare contesto storico: se è giusta la datazione della branche all’inizio del XIII secolo, sono infatti quelli gli anni in cui la Chiesa cerca di imporre ai laici il dovere della confessione annuale e di regolamentare il sacramento della penitenza, col Concilio Lateranense del 1215. Il tema della confessione e del pentimento si diffonde perciò anche nella letteratura cortese, dove entra in contrasto con l’etica pragmatica dei cavalieri, per i quali non contano le intenzioni, ma le azioni.”

Massimo Bonafin, Le malizie della volpe, Parola letteraria e motivi etnici nel Roman de Renart

Senza rilasciare una piena confessione, poco dopo, Renart la volpe svenne così profondamente che tutti lo credettero morto.

Attorno alla salma si raccolse l’intera corte. Il re leone stesso, molto dispiaciuto, pianse la scomparsa del suo migliore barone. Così come anche la regina e la stessa moglie di Renart, Hermeline di Malpertugio, con i tre figli al seguito: tutti accorsi al castello per la terribile notizia. E con loro sopraggiunsero tutti gli animali protagonisti del Roman de Renart, riuniti assieme per il gran finale: un funerale medievale descritto nei minimi particolari, condito ovviamente con svariati elementi satirici.

La regina leonessa fece portare candele in gran quantità e numero, tante per un re o un conte, illuminando l’intero palazzo. “Per San Denis, San Gilles e Sant’Eligio”, santi ricorrenti nella tradizione religiosa francese, venne poi dato inizio ai canti per la veglia funebre, espressi dagli stessi animali.

“Molti si strappavano i capelli
e molti battevano insieme i pugni.
Roonel ch’era mastino istruito
ha letto la prima lettura,
ma per Renart fa una brutta faccia.
La lumaca [Tardif] dice il salmo responsoriale
senza alcun fastidio e tensione.
Poi dissero insieme il versetto
uno con voce grossa, l’altra in falsetto.
La seconda lettura di seguito
ha letto Brichemer il cervo,
il salmo Tibert [il gatto] ha cantato
insieme con ser Frobert [il grillo],
e poi hanno cantato il versetto
lentamente, senza affrettarsi.
Quindi lesse la terza lettura
il riccio ser Espinart
con bel modo e senza sforzo.
Grimbert [il tasso] cantò il salmo responsoriale
e dopo, entrambi, il versetto:
Isengrin il lupo li aiutò.
Dopo ha letto la quarta lettura
Isengrin che se la cava bene
e Baucent [il cinghiale] cantò il salmo,
con dolcezza non si affrettò,
e Brun l’orso cantò il versetto.
Quando l’ebbe detto fece un peto.
Dopo lesse la quinta lettura
ser Chantecler [il gallo] marito di Pinte
e il salmo responsoriale, com’è scritto,
cantò il grillo Frobert.
Il ratto Pelé cantò il versetto
con messer Tibert il gatto.
Brun l’orso che ci si applicò
cominciò la sesta lettura:
la cominciò bene e la portò a termine.
Subito balzò innanzi
Roussel lo scoiattolo che cantò
il salmo comportandosi bene.
Il versetto cantò Petitpourchaz
in modo semplice e piano.
La settima lettura comincia
piano con grande sapienza
il pavone ser Petitpas.
Sappiate che non sbagliò,
anzi la lesse proprio bene.
Roonel intonò il salmo responsoriale,
e il versetto con gran trasporto
cantò per il defunto
il passero Droin con gran gioia
e a voce alta per farsi sentire.
L’ottava lettura ordinatamente
lesse il palafreno ser Ferrant,
e Coart cantò il salmo
che era previsto dopo gli altri.
Il coniglio ser Sauteret
cominciò l’ottavo versetto.
La nona lettura lesse Bernart [l’asino]
che era afflitto per Renart:
Brichemer [il cervo] cantò il salmo
e Baucent il cinghiale il versetto.
Quando furono finite le letture
e terminata la veglia funebre,
vanno subito a spogliarsi
tutti insieme in fila.
Dopo che si furono tutti svestiti,
nella sala, dispiaccia a chicchessia,
se ne sono venuti tutti insieme.
Davanti al corpo, a quanto pare,
si sedettero in comune.
Una bella e lussuosa illuminazione
c’era là dentro in quantità tale
che tutto il palazzo riluceva.
Quella notte fecero festa,
non ne ho mai sentita una simile:
una cosí non la rifaranno, secondo me.”

Grazie a questo rituale, seppur parodistico, affiorano gli elementi culturali delle cerimonie funebri medievali, fra cui le crisi di cordoglio manifestate nel pianto a dirotto, nelle grida e nei comportamenti autolesionistici, come lo strapparsi i capelli e battere i pugni contro la pietra del pavimento, e gli svenimenti (lo stesso re leone crolla a terra per un mancamento). Atteggiamenti che ho voluto inserire pure nel mio ultimo romanzo, La Stirpe delle Ossa, dove viene inscenato un rito funebre un po’ troppo movimentato.

Oltre a questo, i personaggi del Roman de Renart dimostrano i loro sentimenti nei confronti del defunto nei modi più disparati. Il mastino Roonel, ad esempio, fa una smorfia al termine del canto. L’orso Brun lancia un peto e Isengrin il lupo non riesce a contenere la gioia nel vedere il suo storico avversario finalmente nella bara.

La cerimonia prosegue con una grande festa e un gioco particolare, il plantées, il cui scopo è quello di restare in piedi su una gamba sola mentre l’avversario colpisce il piede della gamba sollevata con un bastone: di fatto, un modo per picchiarsi in allegria. Infatti, Petitpas il pavone sferra un colpo così forte a Tardif la lumaca da stenderla a terra, col “volto gli diventò rosso per la botta che ha ricevuto”. Il funerale prosegue per tutta la notte tra fiumi d’alcol, poiché “fu portato del vino e bevvero a piacere, e c’era anche della birra: si bevve tanto da divertirsi”.

L’indomani portano in processione il corpo di Renart la volpe fino in chiesa, davanti all’altare, al suono delle campane, nello stesso luogo in cui riposa una santa cui sono attribuiti miracoli di guarigione. Bernart l’arciprete, che era a corte signore e maestro, Bruiant il toro, il ronzino Ferrant, Roonel il mastino, Brun l’orso e il cervo Brichemer sono i sei gran signori che, rivestiti in modo adatto, si adoperano per il servizio funebre, durante la messa. Poi Bernart l’asino prete, comincia a pronunciare un insolito sermone, prima del vangelo.

“Se ha fottuto volentieri,
non glielo si deve mettere in conto.
Non c’è al mondo re o conte
(di questo sono sicuro)
che non abbia fottuto o non fotta.
Fottere bisogna, a parer mio.
Perciò dico a voi tutti insieme
che fottere non sarà mai vietato.
Per fottere fu aperta la fica.
E dichiaro a tutti senz’altro
che chi ha il cazzo duro e ritto,
se ha la fica disponibile,
gli è perdonato il fottere,
e non gli sarà rimproverato,
perché il fottere non è peccato,
purché il cazzo abbia i coglioni,
non piú che fare salsicce
da insaccare di budella in budella.
Tutti si divertono a questo gioco.
Renart ha fottuto volentieri:
per Hersent è stato tutto
il suo cuore e per madama Fière.
È morto e non ho paura
che se la pigli con me per quello che racconto.
Cara Maestà, per grazia di Dio,
fate proclamare nel vostro regno
che chi fotterà non sarà piú biasimato.
Questo peccato voglio perdonare
e se potessi donare loro
delle rendite, volentieri lo farei
e perdonerei i loro peccati.
Non glielo prometto invano:
qui e dinanzi a Dio perdono loro
quanto commetteranno per fottere.
Faranno siffatta penitenza
che mangeranno a festa
carne tutti i giorni della settimana.
Ma chi trasgredirà il mio ordine
e non fotterà volentieri,
sia uomo, sia donna o animale,
piedi e mani e corpo e testa
gli siano legati con catene di ferro
nei grandi tormenti infernali.
Quelli che seguiranno il mio ordine
saranno nelle gioie del paradiso.»”

Terminato il sermone sull’amore libero, se fatto volentieri, nonché la benedizione per tutti coloro che “fottono”, sempre che sia fatto volentieri, l’arciprete prosegue con la messa più strampalata (e sacrilega) di sempre. Vengono ricordati i peccati di Renart la volpe, la maggior parte di essi riguardo l’adulterio con Donna Hersent, moglie del lupo Isengrin, “perché piú d’una volta, in privato, Renart l’ha tenuta supina (…) e dovrebbe avere la coda bruciata”, e con la regina leonessa Fière che mai “fu stanca dei colpi di coglione”.

Dopo aver scavato una fossa sotto un pino, in una processione di incensi, candele tamburi e arpe, gli animali portarono il corpo coperto da un sudario verde fino al luogo della sepoltura. Ma, dopo aver bagnato il defunto con acqua santa affinché “qualcosa di maledetto non potesse entrare nel corpo”, avvenne il miracolo: Renart la volpe aprì gli occhi e, impaurito, saltò fuori dalla fossa.

Tutti quanti rimasero impietriti dinnanzi alla resurrezione della volpe, la quale, invece, agì come sempre aveva fatto: acciuffò il gallo Chantecler per il collo e fuggì via, come un ladro di polli quale era. Il re leone, infuriato, proclama allora la caccia: chiunque avesse acciuffato quel maledetto avrebbe avuto l’amicizia del re in eterno.

Nel fuggire, però Renart s’imbatte nel mastino di un villano, che lo assalta e “gli strappa la pelle dalla schiena fino ai lombi.” La schiera da caccia del re leone lo raggiunge e, vedendolo scorticato, lo accerchia per bastonarlo e riportarlo al cospetto del re. Sono tutti così infuriati con lui che lo arderebbero vivo all’istante, se non fosse che Renart, sopravvissuto all’assalto del mastino e alle bastonate, chiede un regolare processo considerato che, tutto sommato, stavano per seppellirlo vivo.

Il gallo Chantecler, allora, propone un giudizio ordalico: ovvero un duello fra lui e la volpe. Chiunque ne fosse uscito sconfitto sarebbe stato colpevole, e sarebbe finito impiccato o squartato. E così avviene. I due combattono dinnanzi alla corte del re un duello sanguinoso, senza escludere i colpi più letali, tanto che il sangue scorre per il campo “che ci si potrebbe far girare un mulino”. Renart viene mutilato dalle poderose beccate del gallo, restando senza orecchia destra e occhio sinistro, e capisce così d’essere sconfitto. Tuttavia, per non ammettere d’aver perso la sfida e finire impiccato, escogita un piano: si lascia cadere a terra e finge d’essere morto. Tutti gli animali cadono nel tranello e lo lasciano disteso lì, in una fossa. Restano solo Rohart il corvo e Corbant la cornacchia, due animali che hanno tutti i loro interessi nel trovarsi vicini a un cadavere.

E infatti si avvicinano per banchettare con i resti di Renart, ma quest’ultimo, nel sentire le beccate, non riesce più a fingersi morto e strappa una coscia della cornacchia a morsi per poi fuggire fino a Malpertugio, nel suo castello, mutilato e morente, gettandosi fra le braccia della moglie inorridita. I due uccellacci invece volano dal re a raccontare l’accaduto. E il re ordina di mandare subito un messaggio a Malpertugio per convocare la volpe: se avesse disubbidito, il leone non avrebbe esitato a far scoppiare una guerra. Renart, però, ha un altro piano in mente, e racconta al messaggero del re, Grimbert, suo cugino e alleato, una nuova menzogna.

“«Non voglio piú andare a corte,
perché mi hanno dato troppe noie.
Riferirete al re questo discorso,
quando sarete davanti a lui,
che il corvo mi ha colpito a morte.
E là fuori in quella tomba,
sotto quella croce e quel rovo
mi fece seppellire Hermeline,
vostra parente e amica,
che n’è afflitta e desolata.
Quando sarete fuori della porta
troverete là una tomba
d’un contadino di nome Renart.
Vedrete scritto sopra il nome:
e cosí lo direte al re,
quando partirete di qua.
Hermeline vi porterà diritti
a vedere subito la tomba,
che è ancora fresca e recente:
con lei verrà mio figlio Rovel.»”

Di recente, fuori da Malpertugio, era stato seppellito un contadino di nome Renart. E siccome tale nome è iscritto sulla lapide fresca, la volpe pensa bene di ordire una nuova truffa e fingersi morto, di nuovo. I cavalieri del re, guidati dal buon Grimbert, che ha a cuore la sorte della volpe, vanno a visitare la tomba del contadino Renart e ci cascano in pieno. Tornando dal re per riferire quel che era accaduto, il re leone stesso si trova dispiaciuto della morte di Renart.

“Quando il re sentí la notizia,
si riaccende tutto il suo corruccio.
Per Renart fu molto rattristato:
allora s’è alzato in piedi
dicendo, afflitto e smarrito:
«Per una grande disgrazia abbiamo perduto
il miglior barone che c’era.
Non credo di trovare un modo
per poter esserne vendicato.
Per la metà dei miei beni
non vorrei che fosse cosí.»
Allora uscí dalla sua tenda
e salí nel suo palazzo.
A questo punto termino
la vita e la processione di Renart.
Qui finisce il nome di Renart.”

Qui finisce il nome di Renart la volpe, nell’ultima storia che la vede protagonista di un ciclo d’avventure, fra combattimenti all’ultimo sangue, mutilazioni volgari, abbuffate, messe sacrileghe, animali che fottono e adulterio. Ci vedete delle analogie con il classico Disney? Ben poche, a dir la verità, a parte l’estetica di un mondo d’animali antropomorfi ispirato al Medioevo.

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  1. La Mort et Procession Renart, XII-XIII secoli
Lorenzo Manara