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22 Giugno 2021

Il guerriero scheletro non morto dalla storia al fantasy

guerriero scheletro fantasy

Dalla personificazione della morte nella figura del Tristo Mietitore ai non morti della danza macabra: le origini del guerriero scheletro

Quella del guerriero scheletro è una figura ricorrente nelle storie fantastiche. Ossa secche che stanno insieme magicamente, senza tendini o muscoli, e danno vita a orde di guerrieri non morti orribili a vedersi ma sempre coi denti scoperti in un ghigno. Sorridono senza volerlo e quindi risultano in qualche modo simpatici. Almeno io li trovo divertenti. Nel romanzo che ho appena concluso ho inserito qualcosa di simile, anche se in maniera rivisitata. Perché sono affascinato dal tema filosofico della morte, da quel memento mori che fin dai tempi antichi ci ricorda una cosa molto semplice: prima o poi diventeremo come loro, con le ossa secche e il ghigno spolpato. “Mo me lo segno” direbbe Massimo Troisi.

Una delle prima apparizioni del guerriero scheletro, o più propriamente di un guerriero non morto, avviene all’interno dell’Antico Testamento, in un testo religioso scritto all’incirca nel V secolo avanti Cristo, condiviso sia dalla religione cristiana che da quella ebraica. Mi riferisco a un episodio abbastanza macabro contenuto del Libro di Ezechiele, in cui il profeta ci racconta di essersi ritrovato in una valle piena di ossa secche: ossa appartenute al popolo d’Israele, secondo alcune interpretazioni divenute secche per il loro allontanamento da Dio.

Ma la potenza divina è infinita e al pronunciarsi della Sua voce le ossa cominciarono a ricomporsi sotto lo sguardo terrorizzato di Ezechiele, andando a formare una moltitudine di corpi senza vita: una scena che sembra uscita dal film “l’armata delle tenebre” di Sam Raimi!

La mano dell’Eterno fu sopra me, mi portò fuori nello Spirito dell’Eterno e mi depose in mezzo a una valle che era piena di ossa. Quindi mi fece passare vicino ad esse, tutt’intorno; ed ecco, erano in grandissima quantità sulla superficie della valle; ed ecco, erano molto secche. Mi disse: «Figlio d’uomo, possono queste ossa rivivere?». Io risposi: «O Signore, o Eterno, tu lo sai». Mi disse ancora: «Profetizza a queste ossa e di’ loro: Ossa secche, ascoltate la parola dell’Eterno. Così dice il Signore, l’Eterno, a queste ossa: Ecco, io faccio entrare in voi lo spirito e voi rivivrete. Metterò su di voi la carne, vi coprirò di pelle e metterò in voi lo spirito, e vivrete; allora riconoscerete che io sono l’Eterno». Così profetizzai come mi era stato comandato; mentre profetizzavo, ci fu un rumore; ed ecco uno scuotimento; quindi le ossa si accostarono l’una all’altra. Mentre guardavo, ecco crescere su di esse i tendini e la carne, che la pelle ricoprì; ma non c’era in loro lo spirito. Allora egli mi disse: «Profetizza allo spirito, profetizza figlio d’uomo e di’ allo spirito: Così dice il Signore, l’Eterno: Spirito, vieni dai quattro venti e soffia su questi uccisi, perché vivano». Così profetizzai come mi aveva comandato e lo spirito entrò in essi, e ritornarono in vita e si alzarono in piedi: erano un esercito grande, grandissimo…”

Ezechiele 37:1-10

Questo episodio passato alla storia come “Visione della valle delle ossa secche” in realtà è una testimonianza della misericordia divina, in grado di resuscitare interi eserciti non solo come scheletri vuoti, ma veri e propri esseri umani coperti di muscoli, carne, pelle e vita.

Sulla tomba in San Giovanni Laterano di Papa Silvestro II (il papa diavolo, 940-1003) venne iscritta la seguente dicitura:

“lste locus mundi Silvestri membra sepulti
Venturo domino conferet ad sonitum.”

La traduzione non è semplice. Più o meno dovrebbe essere così: “Questo luogo renderà i resti sepolti di Silvestro all’arrivo sonante del Signore.” Dove per “sonante” alcuni storici intendono il suono dell’ultima tromba dell’Apocalisse, quando i morti risusciteranno per essere giudicati dopo la seconda venuta di Cristo. Tuttavia, un’altra traduzione riformula la frase così: “Alla venuta del Signore, questo luogo terreno renderà i resti sepolti di Silvestro, facendoli suonare”.  Il “suono” è quello delle membra che si muovono, un rimando al passo di Ezechiele, dove i mucchietti d’ossa vengono rianimati da un rumore inconfondibile, segno della potenza divina. Interpretazione affascinante, ma un po’ troppo fantasiosa, secondo me.

Per trovare delle rappresentazioni ancora più vicine all’immagine che tutti abbiamo in mente del guerriero scheletro grazie a romanzi, film, fumetti e, soprattutto, ai videogiochi e ai giochi di ruolo bisogna andare avanti di almeno un millennio rispetto all’Antico Testamento e catapultarci nel magico mondo del Medioevo. L’Età di mezzo, sempre considerata buia e sudicia, ci regala una gran quantità di spunti fantastici ricolmi di ossa secche e ghigni simpatici.

E’ a partire del Medioevo che una moltitudine di scheletrini festanti armati di spade, archi e frecce, falci a due mani, archibugi1 e ogni genere di strumento musicale, affollano gli affreschi di chiese, palazzi, monasteri e castelli in una danza eterna e irriverente per ricordarci il destino ultimo dell’umanità. Queste rappresentazioni macabre fanno parte di quella che alcuni definiscono la Bibbia dei poveri, ovvero l’insieme di raffigurazioni simboliche religiose che potevano essere lette da tutti coloro che, in realtà, non sapevano leggere affatto. Perché gli affreschi, soprattutto quelli nelle chiese, avevano uno scopo divulgativo che altrimenti non sarebbe stato possibile con i soli testi scritti. E il memento mori, l’ammonimento per eccellenza, è uno dei temi più bizzarri.

L’iconografia macabra medievale ci restituisce varie tipologie di rappresentazioni. La prima è il trionfo della morte, ovvero il tema che riguarda la morte stessa, personificata come uno scheletro animato, che decima gente a destra e a manca senza fare distinzione di classe. Sovrani, nobili, ricchi e poveri: tutti cadranno sotto i colpi della grande falce ricurva, esattamente come le spighe di grano durante la mietitura. Ed è proprio da qui che nasce il personaggio del Tristo Mietitore, lo scheletro non morto col mantello e il cappuccio nero, armato di falce.

Nella metà del Trecento cominciano ad affiorare esempi di personificazione della Morte come la conosciamo oggi. La falce la si può notare già nell’affresco del Buffalmacco e verso la metà del Quattrocento l’inconfondibile scheletro in sella al cavallo scheletrico è ormai assimilato nella cultura europea2. L’ispirazione della Morte come guerriero scheletro a cavallo deriva sempre dalla Bibbia, e in particolare dal libro dell’Apocalisse.

“Ed ecco, un cavallo pallido; e colui che vi sedeva sopra aveva nome la Morte. E l’Ades lo seguiva da vicino. E fu data loro autorità sulla quarta parte della terra, per uccidere con una lunga spada e con la penuria di viveri e con una piaga mortale e mediante le bestie selvagge della terra…”

Apocalisse di Giovanni 6:8

In questa breve descrizione del quarto cavaliere dell’Apocalisse, Morte, assistiamo all’ennesimo problema di traduzione dei testi biblici: manoscritti scritti e riscritti più volte e in più lingue attraverso i secoli con l’ovvio risultato che, arrivando fino a noi, molti significati sono andati perduti o, addirittura, travisati. Le cause sono molteplici: dalla consapevole alterazione per far meglio aderire il testo alla propria dottrina (cosa più frequente di quel che si pensa3) al semplice errore umano: i copisti che si occupavano di riscrivere a mano migliaia e migliaia di parole commettevano molti errori!

Si verificavano infatti mancanze di lettere, di parole o addirittura interi salti di riga. Spesso gli studiosi riescono ad accorgersi di queste sbadataggini, altre volte invece si creano problemi interpretativi che ci impediscono di comprendere appieno significati molto importanti.

Nel caso di questo breve brano sull’Apocalisse, al centro del dibattito c’è il colore del cavallo della Morte, che nella traduzione che ho scelto è definito “pallido”. Il problema è che non sappiamo se sia il termine corretto. Il testo più antico dell’Apocalisse di Giovanni di cui siamo a conoscenza è scritto in greco4 dove il quarto cavallo ci viene mostrato usando la parola chlōros, che può significare verdastro-giallognolo. Molti artisti nel corso del tempo hanno scelto l’una o l’altra traduzione, dipingendo la Morte a cavallo di un fetido e miasmatico destriero di color verde-palude o, viceversa, a cavallo di un destriero smunto, con le costole a vista, di un pallore mortifero trasformatosi successivamente in un vero e proprio scheletro su quattro zampe5.

guerriero scheletro cavaliere dell'apocalisse
I quattro cavalieri dell’apocalisse, Albrecht Durer, 1498. Qui l’artista ha scelto la chiave interpretativa del cavallo pallido, scheletrico.

Il guerriero scheletro della narrativa fantastica parrebbe quindi derivare da simbologie della religione cristiana. Ma non solo. Perché la resurrezione è un tema comune a molte culture compresa quella greco-romana e quella egizia. Nomino queste tre in particolare per via della leggenda di Zacla il necromante, un sacerdote del culto della dea Iside che secondo la tradizione letteraria romana possedeva poteri di divinazione legati ai morti (necromanzia o negromanzia6) e di resurrezione7.

“Il sacerdote pose una er­betta alla bocca del morto tre volte, e un’altra al petto; e poscia voltosi verso l’O­riente, e tacitamente adorata la potenzia dello illustrante Sole, con così venerevole spettaco­lo trasse tutti i circostanti a vedere un così fatto miracolo…”

Apuleio, l’Asino d’oro o Metamorfosi, II secolo

Tornando al nostro simpatico guerriero scheletro sempre sorridente a questo punto non possiamo che tirare in ballo il tema della danza macabra, un’altra rappresentazione medievale ricolma di estetica mortuaria. A differenza del Trionfo della Morte, solitamente raffigurato in dipinti e affreschi come un massacro apocalittico, quello della danza appare più spensierato perché, come dice la parola stessa, gira attorno a un movimento festante.

Le orde di scheletri non si occupano più di maciullare innocenti ma, imbracciati gli strumenti musicali più vari come tamburi, pifferi, trombe, violini, si lanciano in una danza che attira a sé numerosi viventi: gente di ogni estrazione sociale, spesso appartenenti alle classi più elevate, che si vedono costrette a spassarsela con quei mucchietti d’ossa matti come cavalli. La più vasta rappresentazione della danza macabra di sempre è ammirabile a Lucerna, all’interno del cosiddetto ponte dei Mulini (o ponte della Morte): un ponte coperto tutto di legno, decorato con decine di tavole dipinte nella prima metà del Seicento a tema simpatici scheletrini. Bellissimo.

Ma c’è un’ultima variante che vorrei raccontarvi prima di concludere. Una storia che fa parte della fertile mitologia giapponese, cultura che effettivamente tratto poco da queste parti perché non ne sono esperto. In realtà non mi sento esperto di niente, ed è il motivo per cui scrivo questi articoli: quando trovo qualcosa che potrebbe servire per i miei romanzi mi viene naturale prendere appunti. Solo che invece di tenere tutto al chiuso nei cassetti sbatto il risultato delle mie ricerche qui su internet e chi s’è visto s’è visto.

Tornando al guerriero scheletro, il popolo del sol levante come al solito se ne esce con una storia davvero fantastica, degna di chiudere degnamente questo piccolo viaggio tra le ossa secche. Mi riferisco al Gashadokuro, lo scheletro gigante.

Utagawa Kuniyoshi, “Souma no furudairi” 1845

Siamo nel XIX secolo, in epoca molto più recente rispetto agli scheletrini medievali visti finora, quando il geniale artista Kuniyoshi si dice abbia inventato questa creatura fantastica: un gigantesco spirito scheletro. Kuniyoshi è un pittore e disegnatore di ukiyo-e, ovvero stampe artistiche impresse su carta (come la famosa grande onda di Kanagawa). La sua illustrazione del gashadokuro è ispirata alla leggenda della principessa strega Takiyasha, che per sconfiggere il samurai Ooya Tarou Mitsukuni evoca un esercito di scheletri guerrieri tramite pergamena magica. Kuniyoshi però decide d’interpretare a modo suo la leggenda, trasformando l’esercito in un unico enorme guerriero scheletro.

Il risultato visivo è spettacolare. Una stampa così ci starebbe una favola nello studio dove scrivo, magari sopra allo schermo del computer. Ora vado a vedere quanto costa una copia su ebay. Se siete interessati a scoprire di più su morti viventi e ossa secche non perdete l’articolo Il necromante: il mago che resuscita i morti.

  1. Trionfo della Morte dell’Oratorio dei Disciplini a Clusone
  2. Il Trionfo della Morte a Palermo è uno dei più significativi, che ha dato ispirazione a dipinti divenuti un classico del tema, come Il Trionfo della Morte di Bruegel, del XVI secolo
  3. E’ il caso delle “lettere sospese”, lettere che venivano aggiunte sopra la parola per fornire una seconda chiave interpretativa. Il caso più celebre è quello del Libro dei Giudici 18:30, dove la parola Mosè con la sostituzione di una singola lettera viene trasformata in Manasse: questo perché nel versetto si parla di un discendente del profeta macchiato di idolatria e che quindi è preferibile non accomunarlo a Mosè, ma a questo personaggio inventato di nome Manasse
  4. Codex Vaticanus, 325 ca. la copia più antica di una Bibbia completa
  5. Albrecht Durer sceglie questo tipo di rappresentazione per la sua opera dei “Quattro cavalieri dell’Apocalisse”, 1498
  6. Necromantia usato ne “Le Etymologiae o Origines” di Isidoro di Siviglia (560-636) sarebbe il termine più vicino alla sua etimologia greca (necros, morto e manteia, divinazione) e dunque una forma di veggenza attraverso l’interrogazione dei morti o dei loro spiriti. Ma nel Medioevo il termine, spesso corrotto in Nigromantia, viene usato frequentemente per indicare l’evocazione di demoni (Magic in the cloister, Sophie Page)
  7. Apuleio, l’Asino d’oro o Metamorfosi, II secolo
Lorenzo Manara
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