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3 Agosto 2021

Guerre feudali: una sanguinosa faida famigliare

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La faida famigliare che dilaniò le montagne modenesi nella prima metà del Cinquecento, fra sanguinose battaglie e truculenti sbudellamenti

La guerra tra signori feudali era un aspetto estremamente rilevante della vita quotidiana medievale e rinascimentale. Ciascuna famiglia proprietaria di un feudo, anche la più povera, doveva essere pronta a fronteggiare le minacce che si presentavano sulla soglia di casa. Questo rendeva spesso inevitabile lo scontro armato col signore del castello accanto, dando inizio in alcuni casi a una vera e propria faida famigliare.

Abbiamo affrontato l’argomento delle nobili famiglie di campagna e delle loro difficoltà nell’articolo sul cavaliere errante, dove emerge lo spinoso problema delle strategie matrimoniali e della necessità di “piazzare” i figlioli a destra e sinistra. Con l’articolo di oggi però ci buttiamo nel magico mondo della guerra; quel meccanismo tanto violento quanto irrinunciabile su cui si basava l’intero sistema sociale dell’epoca.

Utilizzo la parola “guerra” anche se in realtà si trattava di fenomeni locali talvolta così episodici e insignificanti che molti di essi sono ricordati per una semplice frase buttata là, in mezzo alle cronache, e niente più. Purtroppo quando si parla di guerra medievale ci immaginiamo grandiosi eserciti composti da decine di migliaia di uomini che corrono uno contro l’altro fino a scontrarsi in un mischione epico di ammazzamenti e sbudellamenti, con le comparse dei film che fanno le capriole dappertutto e le spade che trapassano le armature di piastre. La realtà storica però era tutt’altra. Lo spezzettamento politico che ricordiamo fin dai tempi delle scuole elementari, con la cartina dell’Italia ridotta a decine e decine di staterelli, si rifletteva sulle modalità con cui venivano affrontati i conflitti. Se un signorotto di un piccolo castello voleva far guerra a un altro signorotto di un altro piccolo castello, coloro che scendevano in campo quel giorno potevano essere davvero pochi. Roba da rissa di paese, insomma. Senza contare che perfino le grandiose battaglie tra sovrani in genere non coinvolgevano tanti uomini quanto si potrebbe immaginare (con le dovute eccezioni, come ad esempio l’assedio di San Giovanni d’Acri, che vide schierati centinaia di migliaia di uomini).

Questa violenza su scala ridotta mi ha sempre affascinato moltissimo, ancor più delle grandi battaglie della storia. Perché in uno scenario locale dove tutti si conoscono per nome (nemici o amici che siano), la volontà dei singoli individui emerge in maniera ancor più evidente, così come le vicende personali e i retroscena legati alla vita quotidiana. Nelle terre di Malarocca, l’ambientazione del mio romanzo di prossima uscita, accade proprio questo. Signorotti feudali che, a margine delle difficoltà di mandare avanti un pezzo di terra in un mondo in costante evoluzione, devono fare i conti con gli odiati nemici di famiglia, sempre pronti a montare in sella e sguainare la spada.

Parlo di mondo in costante evoluzione perché quello del signore feudale non fu un ruolo rimasto immutato attraverso i secoli. Già dal XII secolo, in pieno Medioevo, il potere crescente dei comuni si diffuse a macchia d’olio sull’intero territorio italiano fino a inglobare le campagne circostanti, scontrandosi con quello che fino a quel momento era stato il potere incontrastato delle grandi famiglie nobili. E da lì in poi tutto cambiò. Le città divennero sempre più forti e la nobiltà campagnola sempre più debole, confinata ai margini della società cittadina in quei lembi di terra agricola sul limitare della selva oscura.

Nonostante questa progressiva decadenza, però, i signori dei castelli non scomparvero del tutto. Il loro ruolo giunse fino alle soglie del Rinascimento e perfino oltre, mantenendo quei tratti caratteristici del potere ereditario feudale (anche se il feudalesimo propriamente detto era già scomparso da tempo). Ed è per questo che voglio raccontarvi di una faida famigliare che negli anni ’30 del Cinquecento insanguinò le montagne modenesi per mano di due famiglie rivali, i Montecuccoli e i Tanari, sfociata poi in un processo per “eresia, concubinaggio e blasfemia”1 che coinvolse il protagonista indiscusso di questa spirale di violenze: Cesare Montecuccoli.

Cesare era l’irrequieto figlio primogenito di Bersanino Montecuccoli, capo di uno dei principali rami della famiglia. Presidiava la rocca del borgo di Montese che negli anni a seguire fu teatro di una lunga serie di avvenimenti “più o meno belli, più o meno lieti, spesso anzi brutti e luttuosi” grazie a quella “testa sventata che diè molti pensieri e dispiaceri al padre2. Egli era dunque considerato il colpevole della faida che avrebbe insanguinato il territorio per otto anni consecutivi. Anche se inizialmente la colpa venne attribuita a un cane.

Si trattava di un “famoso” esemplare da caccia che apparteneva ai Tanari, l’odiata famiglia rivale dei Montecuccoli. Cesare lo incrociò per strada mentre se ne ritornava al castello, portato al guinzaglio dai servi dei Tanari, e come dimostrazione di forza probabilmente fine a sé stessa, decise d’impadronirsene. Quella sera portò il cane da un suo contadino chiedendogli di occuparsene e se ne tornò al castello per festeggiare la bravata. Ma il rapimento non restò segreto a lungo.

Il cane venne infatti riconosciuto poco tempo dopo e i Tanari mandarono degli uomini per riprenderselo. Quella che ne seguì fu una rissa di paese tra i villani delle due fazioni che le leggende locali arricchiscono di dettagli; in una versione lo stesso Cesare si trova costretto ad ammazzare il cane piuttosto che consegnarlo ai nemici. In ogni caso la scintilla era ormai scoppiata e i Tanari organizzarono una “cavalcata” punitiva. La guerra era iniziata.

La famiglia dei Tanari radunò i propri cavalieri, gli scudieri e la soldataglia stipendiata assieme a un gran numero di villani armati in maniera semplice, col preciso obiettivo di saccheggiare ciò che era possibile portar via e distruggere tutto il resto; poche centinaia di uomini, la maggior parte dei quali abbastanza sgangherati. L’attacco al borgo dei Montecuccoli ebbe luogo nel 1531 e oltre alle consuete devastazioni portò alla morte del fidato contadino di Cesare, quello che era stato incaricato di tenere il cane. Della bestia non se ne saprà più niente, ma da quel momento in poi il sangue sgorgò a secchiate per le montagne del modenese, coinvolgendo i vari rami di famiglia e le località vicine.

Cesare si ritrovò assalito nel suo stesso castello e per sfuggire alla morte si lanciò giù dalla rocca, azzoppandosi e finendo quasi trafitto nella macchia circostante. Negli anni a seguire la faida famigliare portò alla distruzione di mulini, terreni agricoli e molti morti ammazzati dell’una e l’altra fazione. Un escalation di violenza che perdurò fino al 1538, anno della battaglia che pose fine a una faida durata otto anni3.

Con l’aiuto dei parenti e di altri alleati degli insediamenti circostanti i Montecuccoli misero in piedi un’armata e si diressero a spron battuto contro i Tanari. Non sappiamo molto di come si svolse la battaglia vera e propria, ma l’esito è ben documentato a causa dei suoi risvolti macabri, degni del miglior romanzo fantasy. La famiglia Montecuccoli ottenne una vittoria schiacciante e per stroncare ogni possibile rappresaglia decise di mozzare la testa al signore dei Tanari e di strappargli il cuore.

La testa finì impalata sulle mura della rocca di Montese mentre il cuore venne consegnato ai contadini del borgo dove era stato nascosto il famoso cane da caccia, per essere cucinato e mangiato dagli abitanti. La degna conclusione di una sanguinosa faida famigliare tipica delle guerre feudali che macchiarono l’Italia per secoli, di paese in paese, dal castelletto più insignificante al feudo più ricco e potente.

Cesare il sanguinario visse ancora a lungo e le sue bravate si conclusero solo con la sua morte. Molto di quel che sappiamo sul suo conto deriva dalle testimonianze raccolte nel processo istituito contro di lui, che lo vede imputato per i reati di “eresia, concubinaggio e blasfemia”. Perché la fama di questo signore di montagna crebbe a dismisura quando intraprese una guerra contro un nemico più potente dei Tanari e delle famiglie degli appennini modenesi; quando egli stesso affermò di voler “annichilire quanti preti e frati4 erano sparsi per il territorio dilaniato dagli scontri, e che a loro volta non vedevano l’ora di farlo fuori…

Vi racconterò del sanguinario Cesare contro i temibili preti nel prossimo articolo. Restate con me e iscrivetevi alla newsletter per non perdervi neppure un contenuto del blog!

  1. Archivio di Stato di Modena, processo a conte Cesare Montecuccoli, 29 maggio 1570
  2. E. ZACCARIA, Montese nella storia
  3. Nel Medioevo e perfino oltre i reati gravi come l’omicidio venivano debitamente puniti dalle autorità giudiziarie, a seguito di un regolare processo e magari di una tortura a scopo interrogatorio. Nonostante fossero presenti giudici e perfino avvocati, la mentalità dell’epoca giustificava certi comportamenti violenti come ad esempio la vendetta. La riprova di questo paradigma sociale ce la offre Dante Alighieri, nel 29° canto della Divina Commedia. Egli si vergogna profondamente di non aver ancora vendicato il suo parente morto ammazzato nel corso di una faida famigliare, Geri del Bello, ucciso dai rivali Sacchetti. (Barbero, Dante il ghibellin fuggiasco)
  4. Archivio di Stato di Modena, processo a conte Cesare Montecuccoli, 29 maggio 1570, Costituto fra’ Domenico de Rasiis, cit.
Lorenzo Manara
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