Close

7 Settembre 2021

I bastardi di Cesare Montecuccoli contro i temibili preti

cesare montecuccoli

Imputato per i reati di eresia, concubinaggio e blasfemia, Cesare Montecuccoli governò il suo feudo con un unico scopo: la lotta ai preti

All’interno della suggestiva cornice paesaggistica italiana, che fin dal Medioevo si caratterizza per un territorio politicamente frammentato in una miriade di realtà locali, avevano luogo le guerre feudali. Ancora oggi passeggiando per le campagne possiamo scorgere numerosi castelli, talvolta così vicini l’uno all’altro che sembrano far parte dello stesso borgo. Spesso però questi edifici fortificati appartenevano a famiglie in lotta fra loro, che non perdevano occasione di dimostrare quanto si odiassero reciprocamente.

L’ambientazione del mio ultimo romanzo appena concluso, attualmente in lettura presso la casa editrice, si basa proprio su questo contesto di guerra perenne. Malarocca è il nome che ho scelto per mettere in scena gli scontri fra signorotti armati di ferro, sempre pronti a montare a cavallo e sguainare la spada; un espediente, quello del nome inventato, che mi ha permesso di raccontare una trama fortemente radicata nella realtà storica senza troppi legami con la geografia locale (aggiungendo anche un pizzico di mistero).

Tra le fonti storiche che più mi hanno ispirato nella scrittura del romanzo una menzione speciale va a Cesare Montecuccoli, signore dei castelli di Ranocchio e San Martino e portatore del titolo di conte1. Egli è il sanguinario discendente di una delle famiglie più potenti del modenese, di cui abbiamo ammirato le gesta nell’articolo Guerre feudali: una sanguinosa faida famigliare. Nel corso del Cinquecento (quindi ben lontano dai secoli cosiddetti bui) Cesare fu tra i responsabili della macabra decapitazione del signore della famiglia rivale con tanto di estrazione del cuore, dato poi in pasto ai contadini2. Proprio come nelle storie grezze che ci piacciono tanto.

Cesare aveva molti nemici. Fra di essi però non figuravano soltanto cavalieri e nobili signori. Anzi, molti dei suoi rivali svolgevano un ruolo che parrebbe quanto di più lontano ci sia dalla guerra; sto parlando dei preti e degli uomini di chiesa di cui lui era detto “inimicissimo”. Ed è proprio a causa del suo comportamento nei confronti dei religiosi che più tardi verrà processato dall’Inquisizione.

Grazie ai verbali redatti nel corso del processo siamo venuti a conoscenza delle accuse che gli venivano rivolte: eresia, concubinaggio e blasfemia. Accuse pesanti, avvalorate dai numerosissimi testimoni che accorsero per raccontare le bravate del conte tiranno. Egli, racconta un prete di Ranocchio3, espropriava i beni parrocchiali, occupava i campi, tagliava gli alberi e si macchiò pure di estorsione, minacciando un curato di strangolarlo se non avesse concesso il beneficio ecclesiastico (la rendita e l’usufrutto dei beni a lui affidati per conto della Chiesa) a un suo “bastardo”, uno dei tanti figlioli avuti tramite rapporti esterni al matrimonio.

I testimoni che volevano vederlo condannato erano per la maggior parte preti, come si evince dagli stessi verbali; resoconti che rendono manifesto il disprezzo del conte nei confronti dell’autorità cattolica e sembrerebbero aggravare la sua posizione di eretico. Anche se a quanto pare, a lui non fregava granché.

Secondo la testimonianza del frate Domenico de Rasiis, Cesare Montecuccoli non andava né in chiesa e né a messa. Egli negava l’immortalità dell’anima, perché “morto il corpo, è morta l’anima”. Inoltre riteneva preti e religiosi inutili, perché Cristo con il suo sacrificio ha patito per tutti e quindi “basta la fede sola”. Queste affermazioni, se non abiurate, sono più che sufficienti per una bella condanna al rogo. La ribellione punk di Cesare Monteuccoli però non finiva qui. Anzi, direi che siamo solo all’inizio.

Le bravate del nostro sanguinario raggiunsero presto le più alte sfere. Il vescovo di Modena venne a sapere delle miserabili condizioni del clero campagnolo e montanaro, spogliato sia del potere comunitario, sia delle rendite beneficiarie della Chiesa. La colpa era dei signorotti guerrafondai che agivano incontrastati in un contesto da film western, impadronendosi dei beni immobili e del loro usufrutto senza nessuna autorità superiore che potesse tenerli a bada.

Intendiamoci subito, però: i preti non erano certo degli agnellini. Anzi, erano molto più simili a Cesare Montecuccoli di quanto si potrebbe immaginare. Lo stesso vescovo che lamentava la pessima condizione del clero campagnolo nel 1565 ordinò una visita pastorale per raccogliere dati e riorganizzare la struttura ecclesiastica del contado. Quel che ne venne fuori fu peggio del previsto.

“I dati che risultano dalla relazione dipingono al vivo le condizioni e le caratteristiche del clero della montagna alla metà del ‘500: un clero ignorante, concubinario, che alleva i propri figli a spese della chiesa, frequenta i mercati e le osterie, non prende sul serio gli avvertimenti del visitatore se non sono seguiti da misure punitive del vescovo…”

A. PROSPERI, La religione della Controriforma e le feste del maggio nell’Appennino losco-emiliano

I preti campagnoli e montanari, lontano dal controllo delle autorità religiose cittadine, facevano un po’ quel che volevano in barba ai precetti che oggi potrebbero sembrare quasi scontati, come il celibato. Ma non solo. Molti di loro avevano figli riconosciuti, che allevavano direttamente a spese della chiesa, e si lasciavano coinvolgere nelle faide famigliari. I chierici non esitavano infatti a impugnare la spada o l’archibugio per andare a menar le mani in prima persona, come abbiamo potuto ammirare nell’articolo sul prete guerriero.

Per tornare al nostro signorotto sanguinario, il suo nome viene pronunciato dallo stesso vescovo di Modena, il quale chiede l’intervento del duca estense “per non lasciar andar a male tant’anime in quella montagna” che, nonostante la loro condotta non propriamente pulita, erano pur sempre membri del clero da proteggere.

“Stavano in pericolo non solo delli avversari, ma ancor, como si dice, delli soldati et sgherri della nostra montagna, i quali, non solo mangiano et consumano et svaligiano la sostanza delli poveri preti curati, ma ancora li ammazzano senza castigo, per esser le cose in questi tumulti, come ha fatto pochi di sono un figliuolo bastardo del conte Cesare Montecuccoli.”

A seguito delle sue numerose avventure d’amore, Cesare si era ritrovato con una gran varietà di figli maschi, molti dei quali furono educati come si conveniva all’epoca: in sella al destriero e con la spada in pugno. Col passare degli anni andò formandosi un seguito di “bastardi” armati che lo seguivano nelle sue imprese di guerra, portando scompiglio per tutto il territorio e accrescendo il potere della famiglia.

“Vano vagando per il territorio et giurisditione di detto castello di Ranochio bravando questo et quell’altro et specialmente preti, minaciandoli, se non gli dano danari, d’ amazargli, talché sono sforzati lassare le povere anime et andarsene con Dio.”

Immaginate quindi il violento Cesare Montecuccoli, Signore di Ranocchio e San Martino, conte e discendente di una potente famiglia della nobiltà guerriera del centro Italia, che imperversa per le campagne emiliane a minacciare e derubare preti, alla testa di una decina di bastardi4 avuti dalle sue concubine. Se non fosse che è tutto scritto nero su bianco nelle fonti storiche fatichereste a crederci, non è vero?

Nelle terre di Malarocca, l’ambientazione del mio ultimo romanzo in uscita nel 2022, succedono trambusti di questo genere. Perché ogni episodio e aneddoto che tiro fuori dalla polvere, scartabellando fra gli archivi e i documenti antichi, è fonte d’ispirazione per le mie storie. Signorotti violenti, figli bastardi, soldataglia campagnola e preti incazzati: aggiungici una strega e il romanzo è fatto. Ve ne parlerò a breve, non appena annuncerò il titolo e il nome della casa editrice. Se non volete perdere l’uscita mi raccomando iscrivetevi alla newsletter.

Il processo a Cesare Montecuccoli si risolse in un nulla di fatto, con la morte dell’ormai anziano conte di Ranocchio e San Martino. Nel 1574 venne sepolto nella chiesa di San Martino. La famiglia Montecuccoli non si curò di porre il più piccolo omaggio alla sua memoria5, probabilmente per prendere le distanze dalla sua condotta e tenersi alla larga dall’occhio inquisitoriale.

Ed è così che si concluse il suo regno immorale, fra guerra ai preti, concubine, droga e rock and roll. Testimonianze inventate da parte di preti corrotti? Può darsi, ogni volta che ci affidiamo alle cronache partiamo del presupposto che siano state scritte da qualcuno e che quel qualcuno era capace di mentire. In ogni caso, noi siamo qui per le storie fantastiche e questa è una di quelle.

Con il prossimo articolo vedremo da vicino un aspetto imprescindibile degli affari di spada: l’insubordinazione nella guerra medievale. Alla prossima!

  1. Podestà e inquisitori nella montagna modenese, Susanna Peyronel Rambaldi
  2. E. Zaccaria, Montese nella storia
  3. Processo conte Cesare Montecuccoli, costituto don Stefano de Macinis, 29 maggio 1570
  4. Processo conte Cesare Montecuccoli, costituto Giovanni del Bon, rettore della chiesa di Ranocchio, 7 giugno 1570
  5. Memorie storiche di San Martino di Salto per cura di D. Secondo Lodi Modena, 1908
Lorenzo Manara