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11 Maggio 2021

Così muore il maestro dei templari

maestro dei templari assedio di acri

Uno degli episodi più emozionanti della storia delle Crociate: la morte di Guglielmo di Beaujeu, maestro dell’ordine dei cavalieri templari

Il sultano giunse davanti a Acri e cominciò l’assedio un giovedì, il giorno cinque di aprile dell’anno 1291 dell’incarnazione di Cristo, e la prese il giorno diciotto del mese di maggio successivo dello stesso anno. E ora sentirete come avvenne.

Cronaca del Templare di Tiro, inizio XIV secolo

5 aprile 1291, l’esercito di al-Ashraf giunge in vista della città fortezza di San Giovanni d’Acri, l’ultima difesa del regno cristiano d’Oltremare. Più di duecentomila mamelucchi sono schierati fuori dalle mura, nell’attesa di sferrare l’attacco che sarà ricordato come uno degli assedi più drammatici della storia medievale. I difensori sono in inferiorità numerica, poco più di diecimila, ma tra le loro fila si ergono i cavalieri degli ordini militari; guerrieri che negli ultimi due secoli hanno votato la loro vita alla spada e alla croce. Ospitalieri, teutonici, cavalieri di San Lazzaro, di San Tommaso, del Spirito Santo e, ovviamente, i cavalieri del Tempio: tutti sulle mura di Acri, gomito a gomito, pronti a morire per la causa.

La caduta di Acri sancisce l’episodio conclusivo dell’epopea delle Crociate, la lunga serie di campagne militari promosse dalla Chiesa e volte alla riconquista di Gerusalemme, la città santa. I crociati si sono battuti duramente nel corso dei secoli, tanto da ritagliarsi un regno al di là del mare, nel vicino Oriente. Questo regno però non durò molto. Mantenerlo era un’impresa impossibile e pezzetto dopo pezzetto venne perduto sotto l’inarrestabile avanzata del nemico saraceno. Ad un certo punto non rimase altro che una città sulla costa: Acri, ultimo rifugio di coloro che ancora si ostinavano a voler restare in Terra Santa a smazzolare infedeli e guadagnarsi un posto in paradiso.

Abbiamo già affrontato l’argomento delle crociate da queste parti, soprattutto per quanto riguarda i cavalieri non morti di San Lazzaro, ma nel mio solito peregrinare alla ricerca di spunti per scrivere romanzi mi sono imbattuto in un episodio a dir poco leggendario, che si colloca in quella cornice affascinante che è l’assedio di Acri del 1291. Stiamo parlando dell’ultima città rimasta in mano cristiana, presa d’assalto da un esercito mastodontico per l’epoca e che vede come protagonisti quegli invasati dei monaci cavalieri, molti dei quali non si facevano nessun problema a combattere fino alla morte, come in un film de Il signore degli anelli. Ecco, in mezzo a tutto questo prende forma la storia del maestro dei templari, Guglielmo di Beaujeu, la cui morte ci viene raccontata nella cronaca del Templare di Tiro.

Il sultano si mosse per venire a Acri con molti uomini a cavallo e a piedi, e si dice che fossero più di settantamila uomini a cavallo, e a piedi più di centocinquantamila. Ad Acri non c’erano, tra donne e uomini e bambini, che da trenta a quarantamila persone, delle quali erano a cavallo da settecento a ottocento, e a piedi a contare i crociati ce n’erano circa tredicimila.

Cronaca, 248. (484)

Stando alla cronaca dinnanzi alle mura della città di Acri quel giorno di aprile del 1291 si presentò un esercito composto da 220.000 uomini, di cui 70.000 a cavallo. Acri invece poteva contare su un numero di difensori armati pari a 13.000 uomini, dei quali 700-800 erano cavalieri. Alcune fonti riportano che la maggior parte di questi cavalieri fossero appartenenti agli ordini, i quali generalmente possedevano una trentina di cavalieri ciascuno, di stanza ad Acri1, ma che al momento dell’assedio avevano richiamato entro le mura tutti i confratelli sparsi per i castelletti del territorio circostante.

Le cifre del Templare di Tiro potrebbero essere un tantino gonfiate, considerato che egli aveva vissuto ad Acri e lavorato nella cancelleria del Tempio proprio nei giorni prima dell’assedio; insomma non si tratta di una testimonianza particolarmente al di sopra delle parti. Tuttavia molti storici ritengono che quello che il sultano aveva messo in campo era il più grande esercito mai schierato dalla potenza mamelucca2.

La città di Acri però aveva dalla sua una formidabile doppia cinta muraria, intervallata da un fossato, e un tessuto urbanistico composto prevalentemente da abitazioni fortificate, case torri e castelli che fungevano da base operativa dei vari ordini; cuore pulsante di una fitta rete di alleanze e accordi più o meno leciti con i regni vicini (come avvenuto con l’ordine degli Assassini). E non solo: essendo una città portuale importantissima per i commerci del Mediterraneo, al suo interno prendevano posto interi quartieri popolati da mercanti italiani, primi fra tutti i genovesi, pisani e veneziani. Ciascuno di questi gruppi possedeva il proprio quartier generale fortificato, con mura di pietra e torri, che venivano sfruttate soprattutto per far fronte alle inimicizie fra le città marinare del Bel Paese.

Gli attriti fra genovesi, pisani e veneziani erano così forti che quarant’anni prima era scoppiata una vera e propria guerra nel porto di Acri, che coinvolse perfino gli ordini, costretti a schierarsi per l’una o l’altra parte. Le galee italiane s’incendiavano a vicenda, fra abbordaggi e combattimenti all’ultimo sangue, e in determinati frangenti i soldati scesero perfino a terra, fra le vie della città, distruggendo abitazioni e chiese della parte avversa. Insomma, noi italiani siamo riusciti a portare le nostre guerre campanilistiche perfino Oltremare, dando fastidio a tutti quanti.

Questa abitudine alla guerra aveva forgiato una città fortezza poderosa, che come abbiamo detto poteva contare su ben due cerchie di mura, intervallate da un fossato largo circa 10 metri. I mamelucchi del sultano dovettero bombardare la città con una fitta sassaiola per giorni e giorni, forti di oltre 70 manganelle, macchine d’assedio che noi comunemente chiamiamo catapulte. Alcune di queste macchine erano congegni impressionanti, in grado di scagliare pietre di oltre 50kg3.

Dopo aver spianato a dovere un tratto di mura largo sessanta metri, minato torri e sfondato ingressi, i mamelucchi si prepararono all’assalto finale, quello che decise le sorti dell’intera battaglia e che coinvolse il maestro dei templari, Guglielmo di Beaujeu.

E quando venne il venerdì, prima di giorno, un tamburo risuonò molto forte e al suono di quel tamburo, che faceva un rumore orribile e molto intenso, i saraceni assalirono la città di Acri da tutte le parti.

Cronaca, 260. (496)

I saraceni sfondarono le difese e si riversarono nella città con la potenza soverchiante del loro esercito. La battaglia infuriava per le strade, tra i fumi del fuoco greco e delle palle di fuoco. I cavalieri degli ordini militari si lanciarono contro di loro per cercare di contenere l’assalto e respingerli, ma erano troppo pochi. Il maresciallo degli Ospitalieri, Matteo di Claremont, guidò un’ultima carica a cavallo assieme ai suoi confratelli. “Galoppò in mezzo ai saraceni come una furia, attraversò la porta di Sant’Antonio e finì oltre l’intero esercito. Con i suoi colpi gettò a terra molti degli infedeli, e altri ancora fuggivano da lui come pecore che fuggono dal lupo4. Matteo di Claremont combatté strenuamente col pugno di fratelli che gli restavano intorno e fu costretto poi a ripiegare in città, circondato dalle orde nemiche. Il suo cavallo però era esausto e il maresciallo si fermò in una piazza del quartiere genovese. Fu raggiunto e colpito a morte. Così questo fedele guerriero, cavaliere di Cristo, abbandonò la sua anima al Creatore.

Il maresciallo degli Ospitalieri era morto, e il suo maestro, ferito gravemente, fu portato alle navi per essere imbarcato. Il secondo più grande ordine militare del regno crociato era sconfitto. Restavano ormai solo i sopravvissuti degli ordini minori, molti dei quali senza guida, e l’ultima speranza per la città: l’ordine dei cavalieri del Tempio. Il maestro dei templari, Guglielmo di Beaujeu raccolse i suoi dieci o dodici cavalieri che gli restavano5 e lanciò un’ultima carica verso il punto da cui traboccavano i nemici, la stessa porta che gli ospitalieri avevano dato la vita per difendere.

I templari guidati dal loro maestro galopparono compatti verso il nemico e caricarono i ranghi serrati dei mamelucchi, che continuavano ad assaltare senza posa, come fossero infiniti. Ed è in questo frangente che si consuma l’episodio che, a detta delle cronache, decide le sorti dell’intero assedio.

“Un giavellotto venne scagliato in direzione del maestro del Tempio nel momento in cui aveva la mano sinistra alzata e lo colpì sotto l’ascella. La punta di ferro gli entrò a un palmo di mano dentro il corpo, nel punto in cui le placche della corazza non erano attaccate, perché quella non era una corazza sicura, ma una corazza leggera per armarsi facilmente alla svelta. E quando si sentì ferito a morte, voltò il cavallo e cominciò ad andarsene. Molti pensarono che volesse mettersi in salvo e pure lo stendardiere del Tempio lo seguì, così come tutti i suoi uomini. Mentre se ne andavano venti crociati del Vallo di Spoleto lo rincorsero per dirgli: “Per Dio, signore, non andatevene, perché la città sarebbe presto perduta!” E lui gli rispose a voce alta, in modo che tutti lo udissero: “Signori, non posso più, perché sto morendo.” E allora vedemmo il giavellotto conficcato nel suo corpo.

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Così muore il maestro dei templari. Il giavellotto di cui si fa menzione credo proprio che in realtà sia una freccia, magari scagliata dagli archi compositi di stampo turco, molto potenti, che riescono a penetrare grazie alle punte affilate a spillo i varchi della maglia di ferro ad anelli. Nella cronaca si specifica infatti che il dardo lo colse sotto l’ascella, dove l’armatura non poteva proteggere con le proprie piastre.

Dopo che il maestro dei templari fu ferito molti si misero a fuggire. I saraceni penetrarono in città in massa, appiccarono fuoco alle macchine da guerra dei difensori, presero le fortezze degli ordini e passarono a fil di spada tutto coloro che si trovarono davanti6.

Molti difensori presero la via del mare e le ultime navi cristiane salparono dal porto di Acri portando via i sopravvissuti e i feriti. Non tutti, però. Alcuni restarono a combattere barricandosi per le strade, nei palazzi fortificati e nelle torri della città di pietra e i templari guidati dal maresciallo Pietro di Sevrey si chiusero nella loro fortezza a picco sul mare. Resistettero per dieci giorni in quel formidabile castello e avrebbero continuato ancora a lungo se non fosse per le abilità dei saraceni, che scavarono tunnel sotterranei tutti intorno alla fortezza e la fecero saltare. Il crollo fu devastante e i difensori morirono tutti, compresi molti saraceni, schiacciati dalle rovine.

Fu così che Acri, l’ultima città fortezza del regno crociato, cadde in mano nemica e venne rasa al suolo. Gli episodi legati a questo assedio sono numerosi e ho volutamente mancato di elencarli perché voglio dedicarvi in futuro altri articoli. Sto anche pianificando il mio prossimo romanzo e la grande quantità di documentazione che mi ha regalato lo studio di questo frammento di storia crociata è davvero prezioso per il mio lavoro.

Se adorate le imprese eroiche di spade e ammazzamenti iscrivetevi alla newsletter. Perché di storie fantastiche è pieno il mondo e non vedo l’ora di raccontarvene altre. A rileggerci!

  1. I cavalieri di San Lazzaro difendevano la città con 25 cavalieri, un valore non molto inferiore a quello dei Templari e degli Ospitalieri, che si stima avessero avuto circa trenta cavalieri ciascuno ad Acri. Tuttavia, i due ordini maggiori avevano più cavalieri sparsi per le guarnigioni periferiche poiché i loro possedimenti erano maggiori di quelli dei Lazzariti. Grassière, Saint-Lazare, pag. 21
  2. Antonio Musarra, Acri. 1291 pag 185
  3. Antonio Musarra, Acri. 1291, pag 188
  4. Sulla distruzione della città di San Giovanni d’Acri” (De excidio urbis Acconis)
  5. Templare di Tiro, Cronaca 262. (498)
  6. 263. (499)
Lorenzo Manara