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1 Marzo 2022

Storie di sanguinosi miracoli medievali

miracoli medievali

4 storie di miracoli medievali tratte da antiche cronache del Trecento italiano. Episodi macabri accomunati da un solo elemento: il sangue

La morte è una tematica da sempre discussa, temuta ma anche canzonata (per approfondire vedi lo “scheletro guerriero“), per questo le manifestazioni più vistose delle religioni, ovvero i prodigi soprannaturali, sono spesso incentrate sulle tematiche più macabre, talvolta perfino truculente. In questo articolo scopriremo quattro sanguinosi miracoli medievali della cristianità che mi hanno colpito per le dinamiche da perfetto thriller esoterico. E visto che scrivere romanzi è il mio mestiere, non potevo fare a meno di raccontarveli.

  1. Il pane insanguinato
  2. L’asino, il leone e la profezia
  3. Come cadde il ponte alla Carraia, e morivvi molta gente
  4. Del giocatore che tentò d’accoltellare un santo

Il pane insanguinato

“Una dona mancandole el pane al sabato a sera s’avide, e la note fecie el pane e la domenica a matina el cosse, e quando el volse trare del forno era el forno el pane pieno di sangue e questo fu a la Vila al Piano preso a Siena 24 miglia, che vi trasse a vedere tutto el vicinato e videro questo miracolo, e ognuno tolse di quello pane e così sanguinoso lo mostravano per miracolo della santa domenica.”

Dalla Cronaca senese di Donato di Neri e di suo figlio Neri, P 735

Nell’anno 1390, nell’allora località di Villa al Piano, presso Siena, i villani si ritrovarono spettatori di uno fra i più impressionanti miracoli medievali, tanto da attirare l’attenzione di Donato di Neri, che ne descrisse gli eventi nella sua cronaca senese. Una donna “mancandole el pane al sabato sera” preparò l’impasto la notte per recarsi al forno il mattino seguente, in modo da cuocerlo di domenica.

Ovviamente non disponeva di un forno in casa propria (caratteristica non esclusiva del medioevo, visto che in molte parti d’Italia perfino nel Novecento si cuoceva nei forni in comune), ed è probabile che pagasse le gabelle per usarlo, come avveniva del resto per la macinazione del grano nel mulino di proprietà cittadina, o del signore, tramite pagamento in moneta o in “decima”, ovvero la decima parte del macinato.

Questo aspetto della “cosa comune” medievale, con tanto di tassazioni, registri e contratti emerge a più riprese nel mio ultimo romanzo, “La Stirpe delle Ossa”, ormai vicinissimo alla pubblicazione, dove i personaggi (oltre a lottare per la propria vita) si scontrano con quella che potrebbe essere definita come la prima forma di burocrazia, trasposta ovviamente in un contesto di spadate e ammazzamenti.

Tornando alla cronaca, nel tirar fuori la pagnotta la donna s’accorse del prodigio: il pane era pieno di sangue. Il simbolismo è abbastanza evidente, in questo caso si è unito il corpo di Cristo, da sempre rappresentato con prodotti del grano, al sangue vero e proprio, invece del solito vino.

Perciò, quella santa domenica, i villani accorsero da ogni angolo del paese per andare a vedere uno dei miracoli medievali più disgustosi. Ciascuno prese un pezzetto di quel pane insanguinato, ma non è dato sapere se poi se lo son mangiato oppure no.

L’asino, il leone e la profezia

“In questi tempi avenne in Firenze una cosa bene notabile, che avendo papa Bonifazio presentato al Comune di Firenze uno giovane e bello leone, ed essendo nella corte del palagio de’ priori legato con una catena, essendovi venuto uno asino carico di legne, veggendo il detto leone, o per paura che n’avesse, o per lo miracolo, incontanente assalì ferocemente il leone; con calci tanto il percosse, che l’uccise, non valendoli l’aiuto di molti uomini ch’erano presenti. Fu tenuto segno di grande mutazione e cose a venire, ch’assai n’avennero in questi tempi alla nostra città. Ma certi alletterati dissono ch’era adempiuta la profezia di Sibilla, ove disse: «Quando la bestia mansueta ucciderà il re delle bestie, allora comincerà la dissoluzione della Chiesa etc.»; e tosto si mostrò in papa Bonifazio medesimo, come si troverrà nel seguente capitolo.”

Nuova Cronica, Giovanni Villani, LXII

Il leone, simbolo che già nel XIII secolo adornava piazze e palazzi di Firenze (analogo al concetto di “guardiano della soglia” presente nella rappresentazione dei felini nell’Antico Egitto, vedi “Storie di animali antropomorfi“), non era solo un celebre soggetto scultoreo, ma anche animale in carne e ossa da ammirare nel serraglio sul retro di Palazzo della Signoria, in via dei leoni (nomen omen).

Papa Bonifacio VIII aveva fatto incatenare la bestia nel cortile dell’allora Palazzo dei Priori, ma quel che non sapeva era che tale simbolo di forza e prestigio sarebbe stato sconfitto da un funesto presagio della Sibilla, che recitava: “Quando la bestia mansueta ucciderà il re delle bestie, allora comincerà la dissoluzione della Chiesa“.

Un giorno, infatti, un asino che trasportava legna passò vicino al cortile e “per paura che n’avesse, o per lo miracolo” uccise il leone a calci, lasciandolo steso sul pavimento. E, proprio come i più sanguinari miracoli medievali, di lì a poco papa Bonifacio VIII morì.

Come cadde il ponte alla Carraia, e morivvi molta gente

“In questo medesimo tempo che ’l cardinale da Prato era in Firenze, ed era in amore del popolo e de’ cittadini, sperando che mettesse buona pace tra loro, per lo calen di maggio MCCCIIII, come al buono tempo passato del tranquillo e buono stato di Firenze, s’usavano le compagnie e brigate di sollazzi per la cittade, per fare allegrezza e festa, si rinnovarono e fecionsene in più parti de la città, a gara l’una contrada dell’altra, ciascuno chi meglio sapea e potea. Infra l’altre, come per antico aveano per costume quegli di borgo San Friano di fare più nuovi e diversi giuochi, sì mandarono un bando che chiunque volesse sapere novelle dell’altro mondo dovesse essere il dì di calen di maggio in su ’l ponte alla Carraia, e d’intorno a l’Arno; e ordinarono in Arno sopra barche e navicelle palchi, e fecionvi la somiglianza e figura dello ’nferno con fuochi e altre pene e martori, e uomini contrafatti a demonia, orriboli a vedere, e altri i quali aveano figure d’anime ignude, che pareano persone, e mettevangli in quegli diversi tormenti con grandissime grida, e strida, e tempesta, la quale parea idiosa e spaventevole a udire e a vedere; e per lo nuovo giuoco vi trassono a vedere molti cittadini; e ’l ponte alla Carraia, il quale era allora di legname da pila a pila, si caricò sì di gente che rovinò in più parti, e cadde colla gente che v’era suso; onde molte genti vi morirono e annegarono, e molti se ne guastarono le persone, sì che il giuoco da beffe avenne col vero, e com’era ito il bando, molti n’andarono per morte a sapere novelle dell’altro mondo, con grande pianto e dolore a tutta la cittade, che ciascuno vi credea avere perduto il figliuolo o ’l fratello; e fu questo segno del futuro danno che in corto tempo dovea venire a la nostra cittade per lo soperchio delle peccata de’ cittadini, sì come appresso faremo menzione.”

Nuova Cronica, Giovanni Villani, LXX

Il giorno di calendimaggio dell’anno 1304, ovvero la festa che nel primo giorno di maggio dava luogo a un fiorire di festeggiamenti per tutta la città di Firenze, in concomitanza con l’arrivo della piena primavera, accadde una tragedia di stampo infernale.

Bande di cittadini festanti provenienti dal quartiere di San Frediano invitarono “chiunque volesse sapere novelle dell’altro mondo” a recarsi lungo il fiume, più precisamente sul ponte alla Carraia, e d’intorno a l’Arno, dove si sarebbe messo in scena uno spettacolo dantesco.

Numerosi teatranti in costume, in piedi su un palco galleggiante “sopra barche e navicelle“, con l’ausilio di fuochi e altri effetti speciali, diedero inizio a una rappresentazione medievale dell’Inferno: fantocci bruciati, costumi demoniaci, grida, “strida, e tempesta” si susseguirono in uno show che poteva essere ammirato dalle sponde dell’Arno e dal ponte della Carraia stesso, sul quale era stipata la folla stupefatta.

Il ponte, però, come ci racconta l’autore della cronaca, era di legno e non poteva reggere il peso di tutte quelle persone assieme. Durante la rappresentazione teatrale crollò, trascinando con sé il pubblico. Molti morirono schiacciati dal peso e annegarono in quella che viene vista come la punizione per aver gioito e scherzato su una cosa seria, l’inferno, “sì che il giuoco da beffe avenne col vero, e com’era ito il bando, molti n’andarono per morte a sapere novelle dell’altro mondo“.

Forse l’interpretazione di questo prodigio divino lo fa apparire più come un castigo che come uno dei tanti miracoli medievali. Ma il sangue c’è, quindi considero le premesse rispettate. Tanto il blog è mio e decido io.

Del giocatore che tentò d’accoltellare un santo

“1392. Ne la città di Gaeta fu uno miracolo d’uno che si chiamava Cubello Afinato degli Afinati, si pose un dì a giocare del mese d’agosto, e avendo molto perduto levandosi ritto vide una figura di Santo Antonio e subito trasse una draga che aveva a lato e percosse la detta figura, e come costui percosse la detta figura, così lì prese in quelo medesimo luogo uno dolore ismisurato per tale modo, che se gli aventò el fuoco di Santo Antonio e per tre dì non fé’ altro che gridare e tutto arse dal detto fuoco, che non pareva né bestia né persona, e così in capo di tre dì morì e fu noto a tutta la città di Gaeta, per modo che non si diceva altro che questo miracolo.”

Dalla Cronaca senese di Donato di Neri e di suo figlio Neri, P.747

Sul finire del Trecento, nell’ultimo dei miracoli medievali di oggi, un tale di nome Cubello Afinato degli Afinati, accanito giocatore d’azzardo, perse tutto quel che aveva in un gioco diffuso nella città di Gaeta, di cui purtroppo non conosciamo il nome. Non appena fece per andarsene, però, si trovò di fronte nientemeno che Santo Antonio.

Non sappiamo per quale motivo, forse per lo spavento, ma Cubello reagì in maniera forse un tantino esagerata: estrasse la daga e accoltellò il santo. E subito si manifestò la punizione del tremendo atto. Perché il giocatore d’azzardo venne colto da un dolore pari a quello di un incendio (ovvero il fuoco di santo Antonio Abate, l’eremita egiziano che nel medioevo era associato alle pestilenze e ai morbi più orrendi, vedi “Bibbia e stregoneria“).

Morì tre giorni dopo, fra atroci sofferenze, e in tutta Gaeta non si fece altro che parlare di questo. Così tanto che la storia è arrivata ai giorni nostri, su questo minuscolo spazio di web italiano, fra miti e leggende.

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Lorenzo Manara