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25 Gennaio 2022

L’ultima carica del re santo

re santo luigi ix

La carica del re santo, Luigi IX di Francia, nella battaglia di Al Mansura: il disastroso epilogo della settima crociata

Nell’anno 1249 i cristiani lanciarono una nuova crociata per riconquistare la Città Santa, Gerusalemme, caduta nelle mani del Saladino un centinaio di anni prima. La campagna militare fu guidata da un re santo, canonizzato poi dalla Chiesa: re Luigi IX dei francesi, in quella che fu una vera e propria tragedia di stampo drammaturgico (se non fosse che quelle persone patirono sulla propria pelle i tormenti della sconfitta).

Negli articoli precedenti abbiamo scoperto il preludio e gli eventi centrali della battaglia del 8 febbraio 1250, il giorno di martedì grasso, conosciuta poi come battaglia di al Mansura (potete leggerli qui Prima parte e qui Seconda parte). Con questo articolo invece approfondiremo il gran finale, l’epica carica di cavalleria a suon di tamburi e timballi che decretò la fine dell’intera campagna militare.

L’autore della cronaca in cui ci vengono narrati i fatti, nonché gran cavaliere del re santo, ci trascina nel corso degli eventi assieme a lui, descrivendo cosa avvenne dopo esser caduto da cavallo nelle prime fasi della battaglia.

Là dov’ero a piedi coi miei cavalieri, ferito come è di sopra detto, venne il re santo con la sua schiera, in gran clangore di trombe e timballi, e si fermò su un’altura; e giammai vidi un si bel guerriero, ché soprastava delle spalle tutti i suoi uomini, un elmo dorato in testa, una spada alemanna in pugno. Quando si fu fermato, i buoni cavalieri della sua schiera, che vi ho nominati, si lanciarono sui Turchi, e molti altri valenti cavalieri. E vi dico che fu un gran bel fatto d’armi; nessuno scagliava d’arco e di balestra, ma era scaramuccia di mazze e di spade fra i Turchi e la nostra gente, insieme confusi. Un mio scudiero, che s’era allontanato col mio vessillo ed era ritornato a me, mi consegnò un mio cavallo fiammingo, vi balzai e mi portai a fianco del re.

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Il re santo venne in salvo dei suoi cavalieri, lanciato alla carica assieme al grosso dell’armata. Il protagonista rimediò un secondo destriero portatogli da uno scudiero (mai scendere in battaglia senza due o tre cavalli di scorta!) e fu subito pronto a balzare in sella, nonostante la stanchezza e le ferite, per ricominciare a menar di spada!

In quel mentre, messer Giovanni di Valery il Savio s’accostò al re, e gli disse che lo consigliava di portarsi a mano destra sul fiume, per aver l’aiuto del duca di Borgogna e degli ,altri che avevamo lasciato a guardia del campo, e acciocché i suoi sergenti potessero bere, essendo il caldo già grande. Il re comandò ai suoi sergenti che andassero in cerca dei buoni cavalieri del suo seguito, e li designò per nome. I sergenti andarono a chiamarli nella mischia, dove era gran zuffa di loro e dei Turchi. Vennero al re, e chiese il loro parere; ed essi dissero che messer Giovanni di Valery assai bene lo consigliava; allora il re comandò all’alfiere di San Dionigi ed ai suoi che si dirigessero a mano destra verso il fiume. Non appena la schiera del re si mosse, fu nuovamente gran frastuono di trombe e timballi e corni saraceni. Non era molto lontano, che ricevette messaggi dal conte di Poitiers suo fratello, dal conte di Fiandra e da parecchi altri signori che avevano le loro schiere colà, e tutti lo pregavano che non si muovesse; poiché, premuti dai Turchi, non potevano seguirlo. Il re interrogò i savi cavalieri del suo seguito, e tutti lo consigliarono d’attendere: e poco dopo ritornò messer Giovanni di Valery, e biasimò il re e il suo consiglio poiché facevano dimora. In seguito, tutto il suo consiglio lo indusse a portarsi sul fiume, come il sire di Valery gli aveva detto.

In questa descrizione di una battaglia, narrata da una voce più che autorevole sul campo, troviamo quel che mai ci aspetteremmo di trovare, abituati come siamo a romanzi e film. Gli scontri che si protraevano per intere giornate, molto spesso, non erano mischioni confusi in cui le schiere si massacravano senza fine. Per la maggior parte delle volte si andava incontro al nemico pochi per volta, gruppi di uomini comandati da un signore col proprio stendardo bene in vista. E al termine della carica si tornava indietro per riorganizzarsi, mandare avanti un altro gruppo e ricominciare da capo.

Le mischie truculente e confuse accadevano, certo, non dico di no, ma non erano la norma e non erano desiderabili né per l’una né per l’altra parte. Nello specifico, a un certo punto della battaglia, il re santo si trova a discutere con i suoi “savi” se fosse stato il caso di ripiegare verso il fiume, per prender fiato e bere. L’alfiere reale, portatore del vessillo di San Dionigi (ovvero la leggendaria Orifiamma), si portò a mano destra lungo il fiume. Tuttavia la manovra venne ostacolata dal nemico.

Intanto il conestabile messer Umberto di Beaujeu gli s’appressò, e gli disse che il conte d’Artois suo fratello era assediato in una casa della Mansurah, e andasse a soccorrerlo. E il re gli disse: «Conestabile, precedetemi, e io vi terrò dietro.» E io dissi al conestabile che sarei suo cavaliere, e molto mi ringraziò. Ci mettemmo in via per andare alla Mansurah. Allora venne un sergente armato di mazza dal conestabile, in gran scoramento, e gli disse che il re era stato bloccato, e i Turchi s’erano messi tra lui e noi. Ci voltammo, e vedemmo che ve n’era ben mille e più tra lui e noi, e noi non eravamo che sei. Allora dissi al conestabile: «Sire, non ci è possibile raggiungere il re fra mezzo a costoro; ma andiamo in su, e mettiamo questo fossato tra noi e loro, e così potremo riunirci al re.» Il conestabile segui il mio consiglio. E sappiate che se avessero badato a noi, ci avrebbero uccisi tutti; ma tenevano d’occhio il re e le altre truppe numerose, cosicché ci credettero dei loro.

Il re santo venne avvisato che suo fratello, il conte d’Artois, si era andato a infilare nella città di Mansura con tutti i suoi cavalieri e i cavalieri del Tempio (venendo poi massacrato, per approfondire leggi l’articolo dedicato). Dunque decise di mandare avanti il Conestabile di Francia, assieme al cavaliere protagonista della cronaca, per poi seguirli subito dopo. Purtroppo però non vi riuscì. Perché dopo che furono partiti venne raggiunto da una schiera di mamelucchi che bloccarono la via del ritorno all’autore della stessa cronaca, dividendolo dal suo re: “ve n’era ben mille e più tra lui e noi, e noi non eravamo che sei.”

Dato che non potevano tornare indietro decisero di fare il giro largo attraversando un corso d’acqua, con l’idea di ricongiungersi al re senza passare in mezzo ai nemici.

“Mentre noi venivamo in giù lungo il fiume, tra il fiume e il ruscello, vedemmo che il re aveva toccato il fiume, e che i Turchi circondavano le altre truppe del re, menando di mazze e di spade; e spinsero tutte le altre truppe con quelle del re sopra il fiume. Là ci sconfissero, e molti dei nostri tentarono di passare a nuoto dalla parte ove stava il duca di Borgogna: ciò che non poterono fare, poiché i cavalli erano stanchi e la giornata afosa. E perciò scorgevamo, venendo avanti, il fiume coperto di lance e di scudi e di cavalli e di uomini che affondavano e perivano. Venimmo a un piccolo ponte, a metà del ruscello, e dissi al conestabile che restasse a guardia del ponte; «ché se lo abbandoniamo, assaliranno il re da questo lato; e attaccati da due parti, i nostri dovranno pur cedere.» E così facemmo. E si disse che saremmo stati perduti quella giornata, se non fosse il coraggio del re. Infatti il sire di Courtenay e messer Giovanni di Saillenay mi raccontarono che sei Turchi avevano afferrato il morso del re, e l’avevano fatto prigioniero; e lui, da solo, se ne liberò a gran colpi di spada. E quando i suoi uomini videro che il re si difendeva, si fecero animo, e molti di loro rinunciarono al tragitto del fiume, e accorsero in aiuto del re.”

Il re santo assalito da una poderosa carica dei mamelucchi fu costretto a ripiegare fino al fiume, e là si consumò un vero e proprio massacro, poiché i cristiani, stanchi e feriti, si gettarono fra le acque e perirono in molti “il fiume fu coperto di lance e di scudi e di cavalli e di uomini che affondavano e perivano“. Il re stesso si trovò a combattere in prima persona, assalito da sei mamelucchi tutti assieme, riuscendo a difendersi da solo “a gran colpi di spada“.

L’autore della cronaca non poté ancora ricongiungersi col grosso delle truppe e, assieme ai pochi uomini che gli rimanevano, restò a guardia di un ponticello, per evitare che di lì passassero altri nemici che avrebbero potuto accerchiare il re.

A noi altri ch’eravamo a guardia del ponticello, venne il conte Pietro di Bretagna dalla Mansurah, ed era stato colpito da un fendente in mezzo al viso, in modo che il sangue gli colava in bocca. Cavalcava un cavallo bardato; aveva abbandonato le redini sull’arcione della sella, e si teneva stretto con le due mani, acciocché la sua gente che era dietro, e assai lo spingeva, non lo facesse cadere. Pareva non tenere in gran conto i nemici; ché quando sputava il sangue dalla bocca, spesso diceva: «Guarda per Dio! avete visto questi ribaldi?» In coda alla sua schiera veniva il conte di Soissons e messer Pietro di Noville, detto Caier, che molte percosse aveva ricevuto quel giorno. Quando furono passati, e i Turchi videro che noi tenevamo il ponte, e ci eravamo rivolti verso di loro, li lasciarono. Io m’appressai al conte di Soissons, di cui avevo sposato la cugina germana, e gli dissi: «Sire, credo che farete bene a rimanere a guardia del ponticello; poiché se noi lo abbandoniamo, questi Turchi che vedete ci prenderanno in mezzo, e così il re sarà assalito alle spalle e di fronte.» E mi domandò se dimorando lui, anch’io dimoravo; e gli risposi: «Sì, molto volentieri.» Udito ciò il conestabile, mi disse che non ci allontanassimo di là fintantoché egli non ritornasse, e andrebbe a cercar soccorso.

Mentre il cavaliere teneva la guardia sul ponticello, molti cristiani cominciavano a tornare dalla città di Mansura, feriti e stremati, sopravvissuti al massacro. Il conte Pietro di Bretagna cavalcava chino sulla sella, col volto insanguinato, tenuto fermo dai soldati a piedi per non cadere, e gridava sputando sangue “Avete visto questi ribaldi?” I mamelucchi infatti avevano cominciato ad avvicinarsi ed erano intenzionati ad attraversare il ponte: preso quello, l’esercito del re santo sarebbe stato perduto.

Là mi fermai così sul mio cavallo, e con me il conte di Soissons a destra e messer Pietro di Noville a sinistra. Ed ecco un Turco arrivare dalla parte dov’era la truppa del re, dietro a noi, e colpire alle spalle messer Pietro di Noville con la mazza e stenderlo sul collo del cavallo, e poi attraversare il ponte e slanciarsi fra i suoi. Quando i Turchi videro che non abbandonavamo il ponte, attraversarono il ruscello, e si misero tra il ruscello e il fiume, come avevamo fatto noi venendo in giù; e noi traemmo incontro a loro in tal modo, che eravamo tutti apparecchiati ad assalirli qualora volessero passare il ponticello e muovere verso il re. Davanti a noi erano due sergenti del re, di cui l’uno aveva nome Guglielmo di Boon e l’altro Giovanni di Gamaches, contro cui i Turchi, dispostisi tra il fiume e il ruscello, opposero una gran frotta di villani a piedi, che gli gettavano zolle di terra. Ma noi, non poterono colpirci. Da ultimo mandarono avanti un villano a piedi, che scagliò loro per tre volte fuoco greco. Colsero una volta Guglielmo di Boon, ma alla rotella; altrimenti sarebbe tutto arso. Noi eravamo coperti dei proiettili a cui sfuggivano i sergenti. Or avvenne che io trovai una sopravveste imbottita di stoppa di un Saraceno, e me ne feci scudo, e fu molto utile; ché non rimasi ferito dai loro proiettili che in cinque parti, e in quindici parti il mio cavallo. Or avvenne che un mio cittadino di Joinville mi portò uno stendardo della mia arma, che aveva una lancia per asta; e quando li vedevamo incalzare i sergenti, noi gli correvamo addosso, e fuggivano. Il buon conte di Soissons, frattanto, scherzava con me e mi diceva: «Siniscalco, lasciamo urlare codesta canaglia; per Dio! ancora dovremo parlarne, di questa giornata, quando saremo in mezzo alle dame.»

L’autore della cronaca assieme al conte di Soissons, Pietro di Noville e un pugno di sergenti a cavallo resistettero agli assalti del nemico che tentava di prendere il ponte. Subirono lanci di dardi e perfino di palle di fuoco, che dovettero parare con gli scudi per non finire arsi vivi. L’autore venne colpito cinque volte, probabilmente da frecce che non riuscirono a penetrare la maglia di ferro, mentre il suo destriero quindici. Ma non si scoraggiò, anzi, imbracciò lo stendardo che aveva una punta di lancia in cima e lo usò per inseguire i nemici con tanta foga da venir richiamato dal conte di Soissons: meglio andarci cauti, perché di quella giornata ne avrebbero dovuto parlarne “in mezzo alle dame.

La sera, al tramonto, il conestabile ci condusse lì i balestrieri del re a piedi, e si schierarono davanti a noi. E quando i Saraceni ci videro mettere il piede nella staffa della balestra, fuggirono; allora mi disse il conestabile: «Siniscalco, andiamo bene. Ora voi raggiungete il re, e non lo lasciate più, fintanto che non sarà disceso nel suo padiglione.»(…) sopraggiunse frate Enrico di Ronnay, preposto dell’Ospedale, e baciò la mano al re, che aveva passato il fiume. E il re gli chiese s’aveva notizie del conte d’Artois suo fratello; lui rispose che ne aveva di buone, tenendo per certo che il conte d’Artois era in paradiso.

Tennero le posizioni sul ponte fino al tramonto, quando il Conestabile inviò loro i balestrieri che misero in fuga i mamelucchi. La battaglia si era conclusa e il re santo fu costretto a ripiegare al di là del fiume, al comando di un esercito decimato.

“In quella battaglia vi furono molte persone, e molto superbe, che fuggirono vergognosamente attraverso il ponticello di cui vi ho parlato, e senza freno fuggivano; né potemmo mai fermarne nessuna: dei quali potrei dirne il nome, ma me ne asterrò; ché sono tutti morti.”

Nel ritirarsi fino a Damietta, di venerdì, vi fu un altro assalto dei mamelucchi. Ormai era più che chiaro che la campagna militare stava volgendo al termine, poiché i nemici spingevano i crociati a mare, sempre più arditi, sempre più pericolosi. Finché, come se non bastasse, si aggiunse pure il morbo.

“Dopo le due battaglie descritte, sopraggiunsero grandi malanni nel campo: in capo a nove giorni, i corpi dei nostri caduti riaffiorarono sull’acqua (si disse per la ragione che il fegato era marcito) galleggiando fino al ponte che era tra i nostri due campi, e non poterono passare, sfiorando il ponte le acque. E tanti erano, che tutto il fiume era pieno di morti da una riva all’altra, e per il lungo, lo spazio d’un sasso lanciato. Il re aveva assoldato cento ribaldi, che lavorarono per otto giorni. I corpi dei Saraceni, che erano circoncisi, gettavano di là dal ponte e lasciavano rapire dall’acque, e i Cristiani li facevano mettere in grandi fosse gli uni sugli altri. Vidi il ciambellano del conte d’Artois e molti altri, che cercavano i loro amici fra i morti; ma giammai sentii dire che alcuno fosse ritrovato.”

“Per le ferite che m’ebbi il giorno di martedì grasso, mi prese la malattia del campo, alla bocca e alla gambe, e una doppia terzana, e un raffreddore di testa che mi si purgava dal naso; (…) La malattia incominciò a infierire nel campo, e tanto alla nostra gente marcivano le gengive, ch’era forza i barbieri tagliassero la carne morta, acciocché potessero masticare e inghiottire. Moveva a pietà udire per tutto il campo i lamenti di quelli cui si tagliava la carne morta; ché urlavano come femmine alle doglie del parto.”

Ed è così, dunque, che si concluse la settima crociata, quella del re santo, fra gengive marce e le grida dei feriti. Il re venne fatto prigioniero in un villaggio, stanco e malato pure lui, per poi essere rilasciato dietro riscatto di 800.000 bisanti d’oro.

Matthew Paris, uno degli autori del Flores Historiarum e creatore di una serie di meravigliose mappe della Terra Santa, scrisse queste parole riguardo la battaglia di Al Mansurah dell’11 febbraio 1250:

Luigi, re di Francia, fu fatto prigioniero, e tutto il suo esercito disperso e messo in rotta, e molti nobili del suo regno furono presi con lui, e un grande corpo appartenente al Tempio, all’Ospedale, all’Ordine Teutonico e quello del Santo Lazzaro.
… Furono catturati, uccisi e dispersi gli ordini del Tempio, dell’Ospedale, di Santa Maria Teutonica e di San Lazzaro, due volte (…) I Saraceni trionfarono molte volte sull’esercito generale dei cristiani, vale a dire i Francesi, con il Re presente, i Templari, gli Ospitalieri, i Teutonici, i fratelli di San Lazzaro e tutti gli abitanti della Terra Santa furono conquistati, catturati, massacrati, ahimè!”

M. Paris. Flores historiarum. 1307

Per la prima volta, nella cronaca del monaco inglese vengono citati i cavalieri di San Lazzaro, l’ordine dei crociati lebbrosi, di cui potete approfondire la storia qui: “l’Ordine dei cavalieri di San Lazzaro“.

Tornando alla cronaca di Joinville, e alle condizioni del re, invece:

“Il re, che aveva la malattia del campo e una forte dissenteria, avrebbe potuto essere accolto su una galea, se avesse voluto; ma egli disse che, s’a Dio piace, non abbandonerebbe il suo popolo. La sera cadde in deliquio più volte; e per la forte dissenteria scendendo spesso in camera privata, dovette tagliarsi il fondo dei calzoni.

Tornato a casa, però, la sua fede gli impedì di dimenticare quelle terre e il sogno di una Gerusalemme liberata. Poiché, nonostante ci avesse quasi lasciato la pelle, decise di ritornare a combattere in quella che gli storici definiscono come l’ottava crociata, anch’essa nefasta quanto la precedente. Quella volta però, gli fu fatale.

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Lorenzo Manara