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1 Giugno 2021

I sacrifici umani nell’antichità: dai druidi agli Dei romani

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La pratica della devotio in battaglia: fra sacrifici umani e immolazioni per ottenere il favore degli Dei e condurre l’esercito alla vittoria

Ho da poco terminato la stesura del mio prossimo romanzo, quello ambientato in un medioevo fantastico pieno di misteri e ammazzamenti, e voglio anticipare fin da subito che uno dei temi principali su cui si basa la narrazione è il sacrificio. Se bazzicate da queste parti saprete ormai da tempo che è un argomento che tratto spesso, specialmente se unito all’eroismo e a un po’ di sana competizione violenta. In poche parole: la guerra. Con l’articolo di oggi però ho intenzione di approfondire le origini di questo macabro rito, magico o religioso che sia, spesso associato alle sole civiltà precolombiane del continente americano. Sto parlando dei sacrifici umani nell’Antichità europea e nell’Antica Roma.

Già, proprio i romani, quelli che noi siamo abituati a considerare un popolo razionale per nulla superstizioso. Quando si vuol salire sul piedistallo per ergerci a giudici morali di solito si tira in ballo il Medioevo come metro di paragone della crudeltà. Ebbene, come abbiamo già visto riguardo la caccia alle streghe (che nulla avevano a che fare col Medioevo), nel caso dei sacrifici umani dobbiamo spostare la lancetta a ritroso di qualche secolo, precisamente nel 97 avanti Cristo.

“Fu soltanto nell’anno 657 della città di Roma, durante il consolato di Gneo Cornelio Lentulo e Publio Licinio Crasso, che si tenne un senatusconsultum, affinché nessun uomo fosse più immolato. Risulta quindi evidente che fino ad allora si facevano sacrifici mostruosi.”

Plinio il Vecchio, Storia naturale, volume IV

L’anno 657 della città di Roma per noi corrisponde al 97 avanti Cristo. I romani infatti in epoca repubblicana misuravano il tempo a partire dall’origine di Roma (753 a.C.). Ma lasciamo perdere le date e concentriamoci su ciò che avvenne quel giorno: il Senato legiferò sull’abolizione del sacrificio umano, considerandolo addirittura mostruoso. Ciò significa che fino ad allora i sacrifici umani erano praticati.

Uno degli episodi più celebri di sacrificio nell’Antica Roma avvenne durante una battaglia che ancora oggi rievochiamo nel parlare comune, grazie all’espressione “vittoria di Pirro“. La battaglia è quella di Ascoli del 279 a.C., un furioso scontro che vide le legioni romane alleate con dei contingenti latini, sanniti ed etruschi contro quello che Annibale definì come il più astuto degli strateghi: Pirro, re dell’Epiro. Pirro portò con sé il meglio dei reparti armati provenienti da ogni angolo della Magna Grecia, tra cui numerosi cavalieri tessali, falangiti macedoni, i mitici frombolieri di Rodi e 20 elefanti da guerra (contro cui i romani avevano combattuto pochissime altre volte). Per contrastare una simile potenza Roma affidò il comando del suo esercito a Publio Decio Mure.

Publio Decio Mure era un console della Repubblica romana, originariamente membro della gens plebea che a furia di conquiste e vittorie sul campo si guadagnò l’accesso a una carica di governo fino ad allora accessibile solo ai patrizi. Era un uomo determinato e particolarmente devoto, la cui proverbiale fede negli Dei gli consentì di contrastare la potenza di Pirro, pagando però un caro prezzo.

Pirro avanzava col suo poderoso esercito verso Roma e Decio si frappose a protezione della città, in una località dell’attuale Puglia. Poteva contare su una forza di circa 40.000 uomini, ma l’urto degli elefanti era pressoché inarrestabile e niente poteva fermare quelle bestie mastodontiche gettate nella mischia. I romani provarono tutto quello che avevano a disposizione, dal lancio dei giavellotti (pila) alle frecce, ma è difficile far fuori un elefante. Non solo: più erano feriti più i pachidermi s’imbestialivano.

La battaglia si fermò al calar del sole e riprese il giorno dopo, ancora più sanguinosa. Ed è in quel frangente che il comandante Publio Decio Mure si lanciò in prima linea, a cavallo, in mezzo ai nemici. Il suo fu un atto religioso vero e proprio chiamato devotio, ovvero l’immolazione per ottenere la vittoria. In cambio della propria vita, il comandante delle legioni chiedeva l’intervento degli Dei: la forma più alta fra i sacrifici umani. Proprio come fecero suo padre e il nonno, prima di lui.

“Come un tempo mio padre, che più grande
fece la nostra patria e la sua gloria,
anch’io per la vittoria la mia vita
consacro e getto l’anima ai nemici.”

Lucio Accio, Eneadi

Già, perché non era la prima volta che si verificava una devotio in piena battaglia. La stessa cosa era accaduta al padre di Decio nella battaglia di Sentino del 295 a.C. (o Battaglia delle nazioni) e al nonno nella battaglia del Vesuvio, nel 340 a.C. Tutti e tre erano omonimi, consoli, e comandanti delle legioni di Roma. Se questo risulta confusionario per noi, oggi, può essere un campanello d’allarme per mettere in dubbio che questi sacrifici umani fossero avvenuti per davvero. Alcuni storici affermano che l’unica vera devotio avvenuta in battaglia fu quella di cui ho scelto di parlarvi oggi, ovvero del Decio nipote contro Pirro1. Altri invece concordano che la più autentica e meglio documentata sia quella di Decio figlio, nel 295 a.C.2. Ma come andò a finire la battaglia?

I romani non ottennero una vera e propria vittoria. Al termine della giornata, dopo la strage di corpi lasciati sul campo dai micidiali elefanti, poteva anzi sembrare che fosse stato proprio Pirro a vincere. Tuttavia il re dell’Epiro al termine dello scontro se ne uscì con una frase abbastanza significativa dell’accaduto, poi divenuta leggendaria: “Un’altra vittoria così e sarò perduto.3. Il fatto è che quella singola battaglia aveva logorato il suo esercito e frenato la spinta verso Roma. Il re dell’Epiro aveva vinto, sì, ma ad un prezzo così alto che l’intera campagna militare era praticamente destinata a fallire.

La devotio dei Deci è solo una delle diverse forme di sacrifici umani praticati nell’Antichità. Ed è probabilmente l’usanza che più mi ha ispirato nella scrittura del romanzo, dove l’auto-immolazione incontra l’eroismo. Altre versioni invece aderiscono in maniera più fedele al modello crudele e barbarico che tutti abbiamo in mente quando si parla di sacrificio rituale; episodi spesso citati dagli stessi storici romani, che ci hanno tramandato leggende ancora oggi affascinanti.

“I druidi d’Irlanda ci appaiono soprattutto come maghi e profeti. Predicono il futuro, interpretano il volere segreto delle fate e praticano gli auspici.” Cesare, De bello Gallico

In quella che dovrebbe essere una cronaca sulla guerra ai Galli, Cesare si lascia andare a una scrittura così ricca di dettagli che ne possiamo desumere uno spaccato di vita dell’una e dell’altra parte. Molti paragrafi sono dedicati alla misteriosissima figura del druido, anello di congiunzione fra il mondo reale e il regno delle fate. Si credeva infatti che il sapere e i poteri magici dei Celti venissero trasmessi dal contatto con le fate, e che gli aspiranti druidi dovessero studiare come novizi per venti anni prima di padroneggiare simili capacità.

“I druidi sono timorati degli Dei, attendono a sacrifici umani pubblici e privati e discettano di religione. Un gran numero di giovani tenendoli in gran conto, si accalca intorno a loro per istruirsi… Si reputa che il druidismo sia originario della Britannia, da dove venne esportato nella Gallia e oggigiorno coloro che studiano la materia in gran parte effettuano viaggi in quella terra per approfondire le loro cognizioni… Si dice che imparino a memoria una gran mole di poesie e che di conseguenza alcuni di loro proseguano gli studi per vent’anni. Considerano errato affidare i loro studi alle scritture… Hanno pure vaste conoscenze riguardo alle stelle e al loro movimento, alle dimensioni del mondo e alla terra, alla filosofia naturale e ai poteri e alle sfere d’azione degli Dei immortali, di cui discutono trasmettendole ai loro giovani discepoli.”

Non sappiamo molto sui druidi e ciò che sappiamo è filtrato dalla mente degli antichi osservatori, come lo stesso Cesare. Anche Plinio il Vecchio nel suo Naturalis Historia (opera enciclopedica monumentale di trentasette libri che racchiude le conoscenze del mondo antico), scrisse che la magia della Britannia celtica era molto potente e che quei druidi superavano in grandezza perfino i magi persiani (altra cultura magica tenuta in grande considerazione). Plinio ritiene che le immolazioni dei druidi rientrassero nella sfera della magia, poiché lui non credeva a questi fenomeni, né ai loro dei. Insomma, questione di punti di vista.

Nel De Bello Gallico, Cesare ci racconta che i druidi chiedessero il favore degli Dei tramite sacrifici umani qualora ne avessero bisogno, in malattia o in guerra. Essi credevano infatti che senza un’adeguata offerta di sangue le divinità non sarebbero potute essere soddisfatte. E che le uccisioni rituali erano molteplici. In alcune occasioni certi galli costruivano “statue enormi, fatte di vimini intrecciati, che riempiono di uomini vivi ed incendiano, facendoli morire tra le fiamme”4.

Non sappiamo bene dove finisce la verità e inizia la propaganda romana, poi trasformatasi nella cultura popolare contemporanea, piena di storie su druidi, sacrifici umani, falcetti dorati e maghi col cappello conico azzurro. Il fatto è che ancora oggi è un mondo affascinante, a cui non ho potuto resistere nemmeno io visto che ho dovuto scriverci un romanzo sopra. La data di pubblicazione è fissata per il 2022. Ma avremo modo di parlarne in maniera più approfondita. A rileggerci!

  1. G. Stievano, La supposta devotio di Publio Decio Mure nel 279 a.C, p. 3
  2. E. Montanari, La nobilitas e le origini del diritto alle immagini, p.13
  3. Plutarco, Vita di Pirro, 21
  4. De Bello Gallico, VI, 16
Lorenzo Manara