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9 Novembre 2021

Di paure e maledizioni medievali

maledizioni medievali e il carbonaio di niversa

Gli orrori e le maledizioni medievali delle antiche cronache: due storie di paura tra fantasmi, cimiteri infestati e cacciatori di zombie

Le storie avventurose all’insegna di non morti, creature soprannaturali e situazioni macabre sono antiche quanto l’uomo. La paura è un’emozione forte, utile ai fini della sopravvivenza, e veicolo conoscitivo molto efficace. Lo sapevano gli autori appartenenti al mondo greco-romano e pure i cronisti dall’Anno Mille in poi che grazie ai loro manoscritti ci hanno tramandato un mondo fantastico di cui nutrirsi all’infinito. Io stesso non finisco mai di trovare spunti interessanti per i miei romanzi, come ad esempio le storie di cui voglio parlarvi oggi: due racconti dell’orrore a tema maledizioni medievali.

La prima storia proviene dagli scritti di Guglielmo di Newburgh1, lo stesso che ci ha regalato quella perla narrativa del prete cane, un racconto ricco di elementi fantastici geniali di cui abbiamo già assaporato la trama, qualche articolo fa. Anche in questo racconto la protagonista è una donna, la quale si ritrova a combattere un marito alquanto molesto. Sembrerebbe una “normale” situazione famigliare all’insegna di incomprensioni e litigi se non fosse che il marito in questione era morto, e pure sepolto. Ma cominciamo dall’inizio…

Il marito zombie di Buckingham

“A quel tempo, nella contea di Buckingham, accadde una cosa davvero straordinaria. Mi è stata raccontata prima dalla gente del quartiere, e poi più ampiamente da Stefano, un venerabile arcidiacono di quel distretto. Un uomo era morto e sua moglie, una donna onorata, e la sua famiglia ebbero cura di seppellirlo con i consueti riti nella festa dell’Ascensione del Signore. La notte seguente, però, entrato nel letto dove riposava la moglie, non solo la terrorizzò al risveglio, ma la fece quasi schiacciare dal peso insopportabile del suo corpo.”

Dopo averlo sepolto nel cimitero questa povera donna si ritrovò il marito in casa, la notte seguente, direttamente nel letto; si risvegliò schiacciata dal peso del cadavere e ne fu terrorizzata a morte, regalandoci una delle scene più paurose della letteratura medievale. Ma non era finita qui.

“La notte seguente il marito afflisse allo stesso modo la donna attonita, la quale, spaventata dal pericolo, come la lotta della terza notte si avvicinava, badava a restare sveglia e a circondarsi di compagni vigili.”

Il marito zombie tornò anche la notte seguente. La cronaca non entra nel dettaglio, ma questo continuo tentativo d’infilarsi nel letto della moglie (ormai ex-moglie) potrebbe essere decifrato sotto svariati aspetti simbolici che probabilmente l’autore, essendo uomo di chiesa, ha lasciato alla libera interpretazione dei suoi lettori. In ogni caso prima della terza notte, la vedova decise di prendere provvedimenti e chiedere aiuto a dei “compagni” per imbastire una guardia e cacciar via il non morto nel caso si fosse fatto vedere ancora una volta: una vera e propria squadra di cacciatori di zombie.

Eppure è venuto; ma essendo infastidito dalle grida di chi faceva la guardia, e vedendo che gli fu impedito di fare del male, partì. Così cacciato dalla moglie, ha molestato similmente i suoi stessi fratelli, che abitavano nella stessa via; ma loro, seguendo l’esempio della donna, trascorrevano le notti in veglia con i loro compagni, pronti ad incontrarsi e respingere il pericolo previsto.”

Il marito zombie, preda di chissà quale fra le maledizioni medievali che appaiono saltuariamente nelle cronache, emerse dalla tomba la terza notte per ritrovarsi assalito da una schiera di guardiani pronti ad accoglierlo. I compagni della vedova impedirono al non morto di entrare in casa e quest’ultimo fu costretto ad andarsene. Tentò di irrompere nella casa dei suoi fratelli ancora in vita, ma venne respinto di nuovo dalle squadre anti-zombie.

“Divenuto così un fastidio altrettanto grave per i suoi amici e vicini, impose a tutti la stessa necessità di vigilanza notturna; e in quella stessa strada si teneva una guardia generale in ogni casa, ognuno temendo il suo avvicinarsi. Dopo aver per un po’ di tempo insorto in questo modo solo durante la notte, cominciò a vagare per l’estero alla luce del giorno. Alla fine gli abitanti, allarmati oltre misura, ritennero opportuno chiedere consiglio alla chiesa.”

Il non morto continuò a terrorizzare chiunque nei paraggi, uscendo dalla tomba per irrompere nelle case degli amici e dei vicini della vedova. I cacciatori di zombie furono costretti a vigilare per l’intera strada, dando inizio a una ronda cittadina contro la minaccia dall’Oltretomba; casa per casa, gli armati facevano la guardia assicurandosi che il cadavere non si avvicinasse per far del male agli abitanti. Ma quest’ultimo era un osso duro e cominciò a vagare pure di giorno. Il problema stava diventando insostenibile e venne portato all’attenzione delle autorità religiose competenti.

Descrissero l’intera faccenda al suddetto arcidiacono, in una riunione del clero che presiedeva solennemente. Ed egli intimò per iscritto tutte le circostanze del caso al venerabile vescovo di Lincoln, che allora risiedeva in Londra. Il vescovo, stupito del suo racconto, tenne un’indagine minuziosa con i suoi compagni; e c’erano alcuni che dicevano che cose del genere erano accadute spesso in Inghilterra, e citavano esempi frequenti per dimostrare che la tranquillità non poteva essere restituita al popolo finché il corpo di questo miserabile uomo non fosse stato dissotterrato e bruciato.

L’arcidiacono (il quale ha raccontato la storia all’autore della cronaca) venne così a sapere del non morto di Buckingham e scrisse immediatamente al vescovo per un consulto. Vennero chiamati a raccolta i sapienti della dottrina cristiana, in un concilio a tema maledizioni medievali che aveva come oggetto il marito zombie e la giusta strategia per contrastarlo. Qualcuno che si diceva esperto di queste invasioni dall’aldilà suggerì di riesumare il corpo dalla tomba e bruciarne i resti. Ma il vescovo non ne era convinto.

Questo procedimento, tuttavia, è apparso indecente e improprio in sommo grado al reverendo vescovo, che poco dopo indirizzò una lettera di assoluzione, scritta di suo pugno, all’arcidiacono, affinché fosse dimostrata mediante ispezione in che stato era veramente il corpo di quell’uomo; e ordinò che fosse aperto il suo sepolcro per porvi la lettera sul suo petto.

Il vescovo scrisse una lettera di assoluzione nei confronti del morto e la fece recapitare all’arcidiacono. Gli abitanti si recarono al cimitero in processione con gli uomini di chiesa e le squadre di cacciatori di zombie: scoperchiarono la tomba, riesumarono il corpo e posero la lettera sul suo petto per donargli una “liberazione” ufficiale. Da quel momento il morto non si rianimò più per tormentare la vedova e i suoi vicini, e quando andarono a scoperchiare di nuovo per controllare che fosse tutto a posto trovarono la lettera sul petto, nella stessa posizione di come l’avevano lasciata.

La conclusione di questa storia è un vero e proprio classico per noi che siamo abituati ai racconti sulle maledizioni medievali e le “faccende in sospeso”. Il non morto in questione aveva una certa urgenza di essere assolto da qualcosa e grazie alla lettera scritta di pugno dal vescovo trovò la pace, e come lui tutti gli abitanti.

Il carbonaio di Niversa

La seconda delle maledizioni medievali di questo articolo proviene dalla predica di un domenicano2 che assolve un intento educativo, legato ovviamente all’indottrinamento cristiano. Il protagonista è un carbonaio, un umile lavoratore che produceva carbone stipando legna in una semplice fossa, vigilando su un lento processo di combustione, giorno e notte, davanti alla brace. E fu proprio attorno alla mezzanotte, durante la sua monotona guardia, che si ritrovò spettatore di un evento soprannaturale.

“Avendo egli accesa la fossa de’ carboni una volta, e stando la notte in una sua cappannetta a guardia della accesa fossa, sentì in su l’ora della mezzanotte grandi strida. Uscì fuori per vedere che fosse, e vide venire verso la fossa correndo e stridendo una femina scapigliata e gnuda, e dietro le venia uno cavaliere in su uno cavallo nero, correndo, con uno coltello ignudo in mano, e della bocca e degli occhi e dello naso del cavaliere e del cavallo uscia fiamma di fuoco ardente.

La scena richiama subito alla mente quella di una caccia infernale, come appare nella novella di Boccaccio ambientata nella selva oscura, dove un cavaliere nero insegue una povera donzella; cavaliere che fa da ispirazione per la letteratura fantasy e le maledizioni medievali della narrativa moderna, grazie al suo aspetto spaventoso con tanto di “fiamma di fuoco ardente” che fuoriesce dagli occhi e dal naso.

Giugnendo la femmina alla fossa ch’ ardea, non passò più oltre, e nella fossa non ardiva di gittarsi, ma, correndo intorno alla fossa, fu sopragiunta dal cavaliere che dietro le correa, la quale traendo guai, presa per li svolazzanti capelli, crudelmente ferì per lo mezzo del petto col coltello che tenea in mano. E cadendo in terra con molto spargimento di sangue, la riprese per l’insanguinati capegli e gittolla nella fossa de’ carboni ardenti, dove lasciandola stare per alcuno spazio di tempo, tutta focosa e arsa la ritolse, e ponendolasi davanti in sul collo del cavallo, correndo se n’andò per la via dond’era venuto.

Il carbonaio assistette all’omicidio della donna, che dopo essere stata brutalmente pugnalata al petto venne gettata nella fossa dei carboni e lasciata a rosolare per un po’. Il cavaliere nero attese che diventasse “tutta focosa e riarsa” e se la riprese in sella per galoppar via da dove era venuto. La scena si ripeté la notte seguente e quella dopo ancora, a riprova della natura infernale di una simile visione, che niente aveva a che fare con la realtà terrena.

Il carbonaio che non sapeva bene cosa fare andò dal conte a raccontargli tutto. E il conte, curioso, si presentò alla fossa dei carboni, di notte, per aspettare che il prodigio si verificasse sotto i suoi occhi. Cosa che avvenne.

Venne il conte col carbonaio al luogo della fossa, e vegghiando insieme nella cappannetta, nell’ora usata venne la femmina stridendo e ‘l cavaliere dietro, e feciono tutto ciò che ‘l carbonaio avea veduto fare. Il conte, avegna che per l’orribile fatto ch’avea veduto fosse molto spaventato, prese ardire, e partendosi il cavaliere spietato colla donna arsa atraversata in sul nero cavallo, gridò scongiurandolo che dovesse ristare e sporre la mostrata visione. Volse il cavaliere il cavallo, e fortemente piangendo rispuose e disse: «Da poi, conte, che tu vuoli sapere i nostri martiri, i quali Idio t’ha voluto mostrare, sappi ch’io fui Giuffredi, tuo cavaliere e in tua corte nodrito. Questa femina, contro alla quale io sono tanto crudele e fiero, è dama Beatrice, moglie che fu del tuo caro cavaliere Berlinghieri. Noi, prendendo piacere di disonesto amore l’uno dell’altro, ci conducemmo a consentimento di peccato, il quale a tanto condusse lei che, per potere più liberamente fare il male, uccise il suo marito. Perseverammo nel peccato infino alla ‘nfermità della morte, ma nella infermità della morte, prima ella e poi io, tornammo a penitenza, e confessando il nostro peccato ricevemmo misericordia da Dio, il quale mutò la pena eterna dello ‘nferno in pena temporale di purgatorio, onde sappi che noi non siamo dannati, ma facciamo in cotale guisa come hai veduto nostro purgatorio, e avranno fine, quando che sia, li nostri gravi tormenti».

Appurato che l’orrenda visione era vera, il conte chiese al cavaliere la ragione di quel tormento. E il cavaliere spiegò il mistero che si celava dietro la più tragica fra le maledizioni medievali: i due stavano scontando una penitenza per amore poiché si erano uniti al di fuori del matrimonio, arrivando perfino a uccidere il marito di lei.

E domandando il conte che gli desse ad intendere più specificatamente le loro pene, rispuose con lagrime e con sospiri: «Però che questa donna per amore di me uccise il suo marito, l’è data questa pena, che ogni notte, tanto quanto ha stanziato la divina giustizia, patisce per le mie mani duolo di penosa morte di coltello, e però ch’ella ebbe verso di me ardente amore di carnale concupiscenza, per le mie mani ogni notte è gittata ad ardere nel fuoco, come nella visione vi fu mostrato. E come già ci vedemmo con gran disio e con piacere di grande diletto, così ora ci veggiamo con grande odio e ci perseguitiamo con grande sdegno. E come l’uno fu cagione a l’altro d’accendimento di disonesto amore, così l’uno è cagione a l’altro di crudele tormento, ché ogni pena ch’io fa patire a lei sostengo io, ché ‘l coltello di che io la ferisco tutto è fuoco che non si spegne, gittandola nel fuoco e traendolane e portandola tutto ardo io di quello medesimo fuoco ch’arde ella. Il cavallo è uno demonio al quale siamo dati, che ci ha a tormentare. Molte altre sono le nostre pene.

Il contrappasso al quale sono condannati i due amanti è quindi legato in maniera simbolica al peccato di cui si sono macchiati in vita, e che si ritrovavano a scontare con tanta sofferenza. Ma il conte non si diede per vinto e chiese come fosse possibile alleviare la loro punizione, visto che il Signore ha voluto renderlo partecipe del tormento.

Pregate Idio per noi, e fate limosine e dir messe, acciò che si alleggino i nostri martiri». E questo detto, sparì come saetta folgore. Non ci incresca adunque, dilettissimi miei, sofferire alquanto di pena qui, acciò che possiamo scampare di quelle orribili pene e dolorosi tormenti dell’ altra vita, alla quale, o vogliamo noi o no, pur ci conviene andare.

Il cavaliere nero svanì nel nulla dopo aver assolto il suo compito: mostrare ai timorati di Dio cosa avviene se si infrangono le Sue leggi. Ma non si trattò di un addio, poiché il cavaliere (e molti altri della schiera infernale) sarebbero riapparsi in svariati luoghi europei lungo tutto il corso del Medioevo, in quella che è la visione dell’armata fantasma, vero e proprio topoi letterario.

Date un’occhiata agli altri articoli che ho scritto a tema maledizioni medievali e iscrivetevi alla newsletter per non perdere le nuove storie fantastiche che pubblico ogni settimana. A rileggerci!

  1. Historia rerum anglicarum, libro quinto, capitolo 22, William of Newburgh
  2. Jacopo Passavanti, “D’uno carbonaio che vidde entrare una femina nella fossa de’ carboni che aveva accesa.”, tratto da Elinando di Froidmont, Flores, I, 13 e Vincenzo di Beauvais, Speculum Historiale, XXX, 120
Lorenzo Manara