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8 Giugno 2021

Berserker: i guerrieri lupo delle saghe norrene

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Spesso associati ai vichinghi o ai furiosi barbari in stato di trance: chi erano i berserker? E cosa li accomuna con i guerrieri lupo norreni?

Quando parliamo di vichinghi molti s’immaginano una marmaglia di selvaggi barbuti che stanno sulla neve a petto nudo, con la faccia dipinta d’azzurro e dei bei tatuaggi sul bicipite. Ah, e non dimentichiamoci le treccine che impreziosiscono i lunghi capelli biondi sormontati da un bellissimo elmo con le corna. Nonostante queste siano per la maggior parte cavolate gli autori di film, videogiochi e romanzi sembrano non curarsene affatto, fondando la loro estetica sugli stereotipi; soprattutto adesso che le avventure norrene son tornate di moda grazie alle serie tv. In tutto questo marasma compaiono sempre delle figure imprescindibili del tema: i berserker, a volte chiamati anche guerrieri lupo.

I berserker sono personaggi furiosi, consacrati alla guerra e al furore guerriero, sempre arrabbiati e immancabilmente coperti di pellicce animali (quando non stanno a petto nudo). La loro presenza è quasi obbligatoria specialmente all’interno di videogiochi e giochi di ruolo a tema fantasy-medievale, che grazie alla figura del barbaro di Dungeons and Dragons si sono ritagliati un posto d’onore di fianco al mago, al ladro, al chierico e agli altri archetipi della narrativa fantastica. Ma chi erano davvero nella realtà?

I berserker compaiono nelle saghe mitologiche norrene già nel corso del Duecento, periodo in cui troviamo descrizioni che combaciano in modo abbastanza preciso con l’immaginario contemporaneo (tatuaggi e corna a parte). Le opere che li riguardano sono quelle della tradizione nordica, da cui ha avuto origine gran parte della letteratura fantasy come ad esempio Il signore degli anelli. L’autore antico più citato è sicuramente Snorri Sturluson che oltre a raccontarci di nani, elfi e orchi ha coniato la classica definizione di berserker in uso ancora oggi.

“Vennero avanti senza armatura, pazzi come cani o lupi, e si mordevano gli scudi, forti come orsi o tori selvaggi; uccidevano gli uomini con un sol colpo, ed erano immuni sia al fuoco che al ferro. Il loro nome era Berserker.”

Yngling Saga, VI, Snorri Sturluson XIII sec.

In questa descrizione ritroviamo i nostri amati personaggi vichinghi. C’è l’elemento della nudità, la forza sovrumana associata agli animali totemici più comuni (lupi e orsi) e, ovviamente, la propensione a uccidere. Ma Sturluson non si è limitato solo a questo. Nella saga dedicata a Harald Hardrade, leggendario re di Norvegia, un episodio alquanto epico ritrae un singolo berserker fronteggiare l’intero esercito anglo-sassone da solo, in quella che successivamente passò alla storia come la battaglia di Stamford Bridge, del 1066.

Harald Hardrade salpò dalla Norvegia con i suoi incursori vichinghi per invadere l’Inghilterra e dopo qualche vittoria iniziale si accampò nei pressi di un fiume per rifocillarsi e riprendere fiato. Il re d’Inghilterra Harold Godwinson però si dirigeva a spron battuto verso di lui e al termine di una rapidissima marcia forzata sorprese gli invasori mentre bivaccavano, sparsi fra una sponda e l’altra del fiume. I vichinghi non riuscirono neppure a indossare l’armatura che furono attaccati e costretti e ripiegare, attraversando in fretta e furia l’unico ponte che collegava le due sponde: Stamford bridge.

La leggenda vuole che uno dei vichinghi, un berserker furioso, si piazzò nel mezzo del ponte per guadagnare tempo e dar modo ai propri compagni di passare. Da solo e con la propria ascia a due mani tenne a bada l’intero esercito anglosassone, che nello stretto passaggio non riusciva ad avere la meglio sul vichingo indiavolato. Gli inglesi venivano fatti a pezzi uno dopo l’altro e scagliati di sotto dal ponte; cadevano come mosche sotto i colpi d’ascia danese che grondava sangue. Il berserker resistette per un’ora, finché i nemici non lo trafissero con una lunga lancia da sotto il ponte, su una barca.

I vichinghi vennero sconfitti e il re norreno Harald morì trafitto da una freccia alla gola. Le sue avventure si conclusero in terra straniera, nel tentativo di conquistare l’Inghilterra, ma riecheggiarono fino a oggi grazie ai viaggi straordinari e alle imprese che portò a termine in gioventù, dagli scontri contro i pirati arabi alle battaglie combattute al soldo dell’imperatore di Bisanzio, tra le fila della mitica guardia variaga.

Se da un lato queste cronache sembrano confermare la veridicità di tutto quel che si dice riguardo i berserker, dall’altro testimoniano che la leggenda era già entrata in circolo e si era ammantata di fantasia. Già, perché nel momento in cui vennero scritti questi affascinanti episodi, l’epoca vichinga era terminata da almeno due secoli. Esiste qualcosa di più antico su di loro?

Qualcosa c’è, e si tratta del Dialogo del Corvo o Canto di Harald (Hrafnsmál o Haraldskvæði) scritto nel tardo IX secolo durante il periodo d’oro delle incursioni delle popolazioni nord-germaniche, che percorrevano le coste europee per saccheggiare, conquistare e sterminare. Perché, è importante ricordarlo, i vichinghi non sono una popolazione, ma un’etichetta che indica generici guerrieri norreni che facevano il mestiere di pirata; etichetta che nelle cronache viene perfino usata come sinonimo di normanni e danesi1. Nel Dialogo del Corvo compare un brano che descrive i berserker, forse la prima descrizione scritta di cui abbiamo traccia.

“Essi vengono chiamati guerrieri lupo. In battaglia portano scudi sporchi di sangue, così come rosse sono le loro lance. Formano un manipolo serrato, e il re nella sua saggezza ripone la propria fiducia in uomini simili, che sanno spezzare le difese nemiche.”

Dialogo del Corvo, IX secolo, Þorbjörn Hornklofi

L’assonanza con il lupo non è casuale. Questo animale infatti viene spesso associato con il furioso berserker che, nonostante le pochissime fonti storiche pervenute fino a noi, sembra sempre più simile a quegli antichi cinocefali del mondo greco-romano di cui vi è traccia perfino in Italia. Perché se proprio dobbiamo ricercare l’origine del mito, non possiamo fare a meno di notare che una delle prime testimonianze ci viene restituita dalla Storia dei Longobardi, di Paolo Diacono, nel 787, in cui si fa menzione dei guerrieri lupo.

La cronaca narra che i Longobardi in principio fossero originari della Scandinavia e che furono obbligati ad abbandonare la propria terra a causa di una grande carestia. Per migrare in luoghi più fertili s’incamminarono attraverso le lande nordiche della Germania affrontando un viaggio colmo di pericoli. Durante la marcia si scontrarono con una popolazione di guerrieri chiamati Assipitti che volevano impedire loro di passare. L’esercito degli Assipitti era imponente e i Longobardi non osarono battersi con loro poiché troppo pochi, stanchi e affamati. Trascorsero molto tempo a riflettere e infine decisero di escogitare uno stratagemma.

Simularono di avere nel loro accampamento dei cinocefali, cioè uomini con testa di cane, e fecero correre voce fra i nemici che questi esseri fossero combattenti ostinati, che bevevano sangue umano. Per rendere la storia più credibile i Longobardi allargarono le tende del loro campo e accesero moltissimi fuochi. I nemici udendo queste voci e vista la grandezza dell’accampamento (e magari scorgendo guerrieri vestiti in pelle di lupo) persero completamente la voglia di combattere. Sembra la trama del film Il 13° guerriero, quello con un giovanissimo Antonio Banderas. E invece è la cronaca che narra le origini dei Longobardi, probabilmente una delle prime apparizioni dei guerrieri lupo delle saghe norrene.

Nel mio ultimo romanzo ambientato in un Medioevo del XIV secolo queste cose non potrebbero accadere. Il Medioevo è un periodo lunghissimo e l’evoluzione culturale e sociale vede un’impennata vertiginosa soprattutto a partire dall’epoca dei comuni. Insomma la gente non era stupida e difficilmente qualcuno avrebbe abboccato allo scherzetto longobardo. O forse non erano stupidi nemmeno gli Assipitti e niente di tutto questo è mai avvenuto, dopotutto è solo una cronaca. Non lo sapremo mai.

Così come non sapremo mai cosa fosse davvero l’ira barbarica del berserker, il berserkergang, come è stato definito da alcuni. C’è chi dice fosse uno stato di trance auto-indotta poco prima della battaglia, che facesse cadere il guerriero in preda a una frenesia incontrollabile lasciandolo stremato al termine dei combattimenti. C’è chi dice che questa ira fosse dovuta all’assunzione di sangue (di lupo oppure orso) o di sostanze psicoattive come quelle contenute in alcuni funghi velenosi. E infine c’è chi parla di porfiria, una malattia spesso legata alla licantropia e quindi riconducibile ancora una volta all’analogia con i guerrieri lupo (e addirittura al vampirismo). Berserker mannari, insomma, portatori di una malattia genetica che li spingeva al massacro. Ma queste ipotesi formano solo un gran minestrone privo di fondamento perché, come già detto, sappiamo davvero pochissimo sull’argomento e la fantasia ha lavorato molto per ricamarci sopra attraverso i secoli.

Le cronache più antiche talvolta associate ai berserker sono quelle romane. A Tacito nel I secolo viene spesso attribuita la paternità di una delle prime fonti che attestano l’esistenza dei berserker. Tuttavia, andando a leggere il passo della cronaca, quella che emerge è una descrizione di un formidabile guerriero germanico un po’ troppo generica secondo il mio modesto parere.

Quanto agli Arii, a parte la forza che li fa emergere fra i popoli or ora enumerati, con artifici e scelta di tempo esaltano la ferocia, già insita nel loro aspetto truce: hanno scudi neri e il corpo tinto di scuro; per combattere scelgono notti tenebrose, e la sola raccapricciante comparsa di questo esercito di fantasmi semina panico, poiché nessun nemico sa reggere a quella stupefacente e quasi infernale visione; infatti in ogni battaglia i primi a essere vinti sono appunto gli occhi.

Tacito, De origine et situ germanorum (98 d.c.)

Insomma, su questo argomento esistono ben poche certezze e sono tutte spesso mischiate con robe sciamaniche new age e magliette con i loghi dei gruppi metal svedesi. Come già detto, sappiamo per certo che i vichinghi non indossavano elmi modello “Canzone dei Nibelunghi“, con le corna o con le ali alla Asterix; un invenzione teatrale ottocentesca per rendere i costumi di scena più accattivanti (avete presente la Cavalcata delle Valchirie di Wagner?).

Ah, anche la doppia ascia è un mito moderno. Nessuno andava in guerra con un’arma per mano, poiché lo scudo era di fondamentale importanza. Ed era stupido abbandonarlo per impugnare la stessa arma due volte, ascia o spada che fosse.

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  1. Cronaca anglosassone, anno 793
Lorenzo Manara