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19 Ottobre 2021

Vendette medievali: quando i ceffoni non bastano

vendette medievali

Tre storie, tre vendette medievali. Cavalieri, abati e onesti cittadini: quando la rabbia ribolle nelle vene non si guarda in faccia a nessuno

La rabbia è un primordiale stato emotivo che accompagna l’umanità fin dalla sua comparsa sulla Terra. Esistono svariati modi di sfogare questo impulso irrefrenabile, alcuni dei quali possono risultare davvero strani. Perché quando si “tappa la vena” molte persone non riescono proprio a trattenersi, dando vita a comportamenti inspiegabili. Nell’articolo di oggi ho deciso di raccogliere tre vendette medievali molto particolari; vi assicuro che non rimarrete delusi.

La prima storia proviene da una cronaca del XIII secolo1, dove si racconta un breve episodio da cui ho tratto ispirazione per la scrittura del mio romanzo. Siamo sul finire del Duecento, il podestà di Modena2 muore e viene sepolto con tutti gli onori in una bella tomba, su cui campeggia un suo ritratto in armi, in sella a un cavallo da guerra. Era stato un gran signore, rispettato dalle autorità, ma non dal popolo; un’agguerrita fetta di cittadini infatti lo odiava profondamente ed erano disposti a tutto per dimostrarlo.

I cittadini infuriati organizzarono una spedizione punitiva nel cimitero, alla tomba del defunto podestà. Giunti davanti al sepolcro cominciarono a vandalizzare tutto ciò che trovarono, cavarono gli occhi al suo ritratto e non contenti si tiraron giù le braghe per lasciare un bel ricordo della serata: proprio così, cacarono sulla tomba. Una vendetta servita calda, è il caso di dire.

Quella di espletare i propri bisogni come manifestazione vendicativa non è certo una vicenda circoscritta a questo singolo brano storico, e nemmeno esclusiva del Medioevo. Tutt’oggi si raccontano storie del genere, consumate fra le civili popolazioni d’epoca contemporanea. Tanto per restare in tema me ne viene in mente una legata a un personaggio di cui abbiamo già parlato da queste parti: Alberico il maledetto. Le cronache lo dipingono protagonista di uno scatto d’ira simile a quello dei cittadini modenesi tuttavia rivolto a qualcuno ben più importante di un podestà defunto: il Signore Onnipotente.

Alberico il maledetto, ritenuto grande eretico e adepto del diavolo, dopo aver perduto un suo sparviero in una sfortunata giornata di caccia se la prese con Dio, e invece di tirar giù una sonora bestemmia si calò le brache e andò a cacare sull’altare “precisamente in quello spazio ove si consacra il corpo del Signore3 . Troverete la sua storia completa nell’articolo che gli ho dedicato (La crociata contro Alberico il maledetto). Inutile dire che di tutti questi volgari racconti ho tratto importanti insegnamenti, perché in mezzo alle spadate e agli ammazzamenti nei miei romanzi c’è sempre posto per episodi rilassanti e pregni di significato.

Lo scherzetto che macchiò la tomba e la reputazione del podestà defunto non restò impunito, ovviamente. Suo figlio lo venne a sapere e se la prese con un ambasciatore di popolo schieratosi dalla parte dei modenesi, poiché quest’ultimo aveva pronunciato “molti oltraggi ed ingiurie” contro il padre. E siccome non c’era miglior capro espiatorio a disposizione (i veri colpevoli si erano infatti dileguati), il figlio infuriato seguì l’ambasciatore in strada, di nascosto, in un luogo desolato, e lo riempì di botte riducendolo in fin di vita. Tutto questo gli costò una multa di mille lire parmensi (perché contrariamente a quanto si pensa quella medievale era una società civilizzata con le sue regole, leggi e punizioni), chiudendo così la prima delle tre storie di vendette medievali dell’articolo.

La seconda storia non riguarda più podestà e cavalieri, ma uomini di chiesa: il protagonista è niente meno che l’abate di un monastero4, detto buon uomo “per quanto a religione ed onestà, ma per quanto riguarda gli affari mondani, semplice, rustico ed avaro”. L’avarizia è infatti il peccato capitale al centro di questo episodio, una bruttissima abitudine che renderà la vita del povero abate un inferno in Terra.

Non importa quanto fosse elevata la sua caratura morale, quanto fosse pio o religioso; l’abate era uno spilorcio di prima categoria e nessuno lo poteva più sopportare. Nemmeno gli stessi monaci che abitavano il suo monastero riuscivano a stargli vicino. La motivazione? Semplice, li trattava “male a vitto“; ovvero mangiavano (e bevevano) male.

Può sembrar strano, ma la generosità e la cortesia erano virtù importanti nel sistema dei valori medievali. Specialmente se legati al mondo cavalleresco da cui ha origine il paradigma mentale dell’autore che ci ha tramandato queste cronache5. La cortesia era la misura di giudizio di un uomo, ancor più del peccato. Perché in fondo sono tutti peccatori, no?

L’arcivescovo di Ravenna ad esempio, tale Filippo, era un gran peccatore; corrotto, padre di un figlio che spacciava per nipote e di una figlia non riconosciuta, tenuta nascosta in convento. Nonostante queste evidenti crepe sulla sua integrità spirituale, veniva da tutti considerato un gran signore poiché era particolarmente generoso e ospitale; dava sempre dei grandi pranzi e faceva mangiar bene tutti, con manicaretti gustosi e ottimo vino. Mica come fra’ Elia, ministro generale dell’ordine francescano, che quando venne a trovarlo un podestà importante lo accolse freddamente, senza manco alzarsi dal suo “sedile coperto con un cuscino di piume”6.

Insomma, l’abate protagonista della nostra storia era un taccagno e questo lo portò a farsi dei nemici. I suoi stessi monaci non vedevano l’ora di liberarsene e giunsero alla conclusione che l’unico modo per sostituirlo con qualcun altro era di farlo fuori. Si misero d’accordo con un signorotto locale e la sua marmaglia di masnadieri e organizzarono la rivolta.

Il malcontento che serpeggiava fra i santuomini del monastero non passò inosservato, lo stesso abate doveva aver percepito qualcosa tuttavia non attuò alcuna misura difensiva per proteggere sé stesso e il suo governo. Fu allora che gli venne offerta un’ultima possibilità. Quaranta buoni reggiani che abitavano nelle circostanze avevano capito che di lì a poco sarebbe successo un bel guaio e si armarono di buoni propositi per andare a difendere l’abate che, nonostante tutto, non meritava di lasciarci la pelle.

Questi volontari armati fecero la guardia per tutta la notte, proteggendo il monastero da attacchi esterni e dai monaci stessi, che fremevano per insorgere. Arrivata l’ora di pranzo del giorno dopo, però, l’indole dell’abate affiorò nuovamente in superficie. Costui “non li ringraziò nemmeno della guardia che avevan fatta tutta la notte, non li invitò a pranzo, e lasciò che andassero a pranzare alle proprie case. Ed egli andò al suo palazzo con alcuni suoi scudieri e donzelli per pranzare.”

Perciò i bravi cristiani che si erano impegnati a proteggerlo, indiavolati come scimmie, lo mandarono a quel paese e si ritirarono nelle loro case, lasciandolo solo, in balia dei suoi nemici. E infatti nel giorno di pentecoste i monaci ammutinati suonarono la campana della torre e spalancarono le porte per lasciar entrare il signorotto e i suoi masnadieri. Il monastero venne occupato dai nemici e spogliato di ogni bene; i soldati portarono via tutto quel che volevano come pagamento per il loro intervento e avrebbero preso anche la vita dell’abate se quest’ultimo non si fosse dato alla fuga. Riuscì a scappare lanciandosi di sotto dalle mura che circondavano il complesso e corse via per le campagne, fino a un convento di frati minori.

Là, i suoi amici lo andarono a trovare, compresi quei bravi cristiani che avevano tentato di proteggerlo; e tutti lo rimbrottarono pesantemente, insultandolo per la sua avarizia che gli era quasi costata la vita. La seconda storia di vendette medievali si conclude così, senza dirci come andò a finire. Anche se è facile immaginare che da quel momento in poi l’abate ci avrà pensato due volte prima di lasciare a bocca asciutta i suoi monaci.

La terza storia riguarda un cavaliere, anzi, sei cavalieri per la precisione; tutti salpati Oltremare per andar a combattere in Terra Santa contro il nemico saraceno e cercare di riprendere così Gerusalemme. Questi sei cavalieri appartenevano alla masnada di un gran signore, sire di Joinville, il quale ci racconta della terribile vendetta divina che li travolse, tutti e sei, a causa della loro condotta da villani7.

I cavalieri si trovavano al funerale di un alfiere morto in battaglia, durante la cerimonia, ma a giudicare da come si comportavano non sembravano affatto dispiaciuti. Passarono tutto il tempo a ridere e scherzare, importunando il prete e coloro che erano raccolti attorno alla salma, in preghiera. Sire di Joinville andò da loro per rimproverarli, poiché era “cosa villana che cavalieri e gentiluomini parlassero mentre si cantava la messa”. Ma nemmeno il suo intervento li ricondusse all’ordine. Continuarono a burlarsi del morto e pure del loro signore, dicendo che tutto quel divertimento derivasse dal fatto che “pensavano a rimaritare sua moglie (del defunto)”. Fu allora, dice l’autore della cronaca, che Dio mise in atto la peggiore fra le vendette medievali che vi ho raccontato finora.

L’indomani avvenne una grande battaglia8 e tutti e sei incontrarono la morte. E, di conseguenza, tutte e sei le loro mogli dovettero riprendere marito. Occhio per occhio…

Questa è l’ultima delle tre vendette medievali di cui volevo parlarvi oggi. Ce ne sarebbero così tante altre da raccontare che potrei scriverci altri dieci articoli. E sicuramente salteranno fuori, prima o poi, perciò iscrivetevi alla newsletter così non ve ne perderete neppure uno. Alla prossima.

  1. Cronaca di Fra Salimbene parmigiano vol. II
  2. Giacomo da Enzola
  3. Cronaca di Fra Salimbene parmigiano vol. I
  4. Guglielmo de’ Lupicini di S. Prospero di Reggio
  5. Alessandro Barbero, il frate Salimbene da Parma
  6. Cronaca di Fra Salimbene parmigiano vol. II, ALCUNI FRAMMENTI. Incomincia il libro, che ha per titolo Il Prelato, a cui fare mi porse occasione frate Elia: e contiene molte buone ed utili cose.
  7. Vita di San Luigi IX, Jean de Joinville
  8. La battaglia di Mansura, di cui potete leggere gli antefatti nel mio articolo “L’insubordinazione nella guerra medievale
Lorenzo Manara