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12 Ottobre 2021

La storia di Walchelin e l’armata dei morti

armata dei morti di walchelin

La cronaca del prete Walchelin e del suo incontro infernale con l’armata dei morti: la masnada di Hellequin nell’eterna caccia selvaggia

Le cronache antiche e medievali sono piene zeppe di avvistamenti sovrannaturali. Fra necromanti e scheletri guerrieri sembra che le porte dell’Oltretomba rimangano sempre spalancate per consentire alle furiose schiere di dannati di passare. Ma come apparivano nello specifico? Come erano fatte le anime tormentate che marciavano in armi, tra i viventi? Lo scopriremo in questo articolo, osservando da vicino la composizione di un’armata dei morti in tutta la sua magnificenza.

Come abbiamo visto nell’articolo il mito dei cavalieri fantasma, Tacito è uno dei primi autori antichi a fornirci la descrizione di un esercito venuto dall’aldilà: Feralis exercitus, l’esercito furioso, riferito alla tribù germanica degli Arii che sceglievano le notti più tenebrose per scendere in battaglia, dipinti di nero come usciti dall’Inferno1. Ancor più spettacolare è la descrizione di Plinio il Vecchio, che ci racconta di una battaglia cosmica avvenuta nei cieli sopra l’attuale Umbria:

Clangore d’armi e squilli di trombe furono uditi nel cielo, (…) quelli di Amelia e di Todi scorsero armi nel cielo scontrarsi fra loro, venendo da oriente a occidente, e furono sconfitte quelle che venivano da occidente. Che persino il cielo si infiammi, non ha nulla di stupefacente, e in effetti lo si è visto spesso, quando le nubi sono invase da un incendio particolarmente grande.”

Historia Naturalis II

Descrizioni evocative, ma ancora vaghe; nessuno che scenda più di tanto nel dettaglio. Per saperne qualcosa di più riguardo quei furiosi morti vestiti di ferro dobbiamo attendere la cronaca di un monaco inglese, Orderico Vitale, che attorno al 1130 mise nero su bianco quello che passerà alla storia come il racconto più esaustivo di una caccia selvaggia: la masnada di Hellequin incontrata dallo sventurato Walchelin2.

Il protagonista di questa storia spaventosa è Walchelin (Gualchelinus, in latino), prete della chiesa di Angers, situata nella Francia settentrionale. Egli venne chiamato di notte per far visita a un malato, ai confini più remoti del territorio di competenza della parrocchia. Vista l’urgenza doveva trattarsi di una chiamata importante, l’ultima prima della fine; è assai probabile che il malato fosse sul letto di morte e che necessitasse del prete per l’estrema unzione.

Dunque il nostro Walchelin s’incamminò di notte, precisamente la notte del primo gennaio dell’anno 1091; data estremamente significativa per via della sua valenza esoterica: secondo alcune leggende pagane del nord Europa la notte dell’anno nuovo è associata con la comunicazione fra i mondi, quello mortale e quello immortale, e il ritorno delle anime dannate3. Non per niente il povero prete di lì a poco avrebbe visto avverarsi ogni infausto presentimento.

Nel mentre si trovava a camminare nel buio, lontano da tutto e da tutti, Walchelin udì “un gran baccano come lo fa abitualmente un esercito immenso”. Terrorizzato, corse verso un nespolo per nascondersi, pensando si trattasse di un signorotto locale di ritorno da un assedio (nemico o amico che fosse, era sempre meglio stare alla larga dalle schiere da battaglia); la scelta del nespolo non è casuale, poiché i particolari frutti di questo albero non possono essere consumati appena colti, ma devono essere lasciati a “marcire” per qualche tempo, eliminando l’acidità che li rende immangiabili per aumentarne il contenuto zuccherino: probabile metafora per il passaggio fra i mondi di cui il prete sta per essere testimone, dalla putredine alla vita e dalla vita alla putredine4.

In ogni caso, Walchelin non riuscì neppure ad avvicinarsi all’albero, poiché l’armata dei morti lo raggiunse prima e nella maniera più spaventosa: “un essere di taglia gigantesca, armato di un’enorme mazza” gli comparve dinnanzi per intimargli di fermarsi sul ciglio della strada. Egli era il condottiero dell’Oltretomba, il temibile Hellequin (Harlequin o Herlechin), il cui nome stesso richiama origini infernali5.

Walchelin, costretto a star fermo dinnanzi all’armata dei morti che gli sfilava di fronte, si ritrovò spettatore di una processione di cinque diversi gruppi di anime dannate, ciascuna con le sue peculiarità. Il primo gruppo era composto dai saccheggiatori, una folla appiedata di gente incatenata a qualsiasi tipo di fardello: vestiti, cibo, oggetti e perfino animali; se li portavano appresso come contrappasso per aver derubato in vita, lamentandosi del loro tormento. Fra loro Walchelin riconosce dei membri della sua comunità, morti da poco.

Il secondo gruppo appare decisamente più carnevalesco: cinquecento coppie di dannati trasportavano dei feretri su cui sedevano nani con teste grandi quanto barili; una simbologia alquanto caratteristica che gli studiosi non sono ancora riusciti a decifrare. In mezzo a questa misteriosa processione svettava un tronco d’albero portato in spalla da due etiopi, sopra il quale era legato un uomo nudo, grondante sangue, punzecchiato da un demone tramite uno spiedo incandescente; contrappasso per il tremendo peccato di cui l’individuo si era macchiato: l’assassinio di un prete. E il nostro Walchelin lo sapeva bene, poiché conosceva sia lui che il prete.

“Sui feretri sedevano uomini piccoli come nani, ma con teste enormi come botti. Un enorme tronco d’albero era portato da due etiopi, e sul tronco un disgraziato, legato strettamente, soffriva le torture, urlando forte nella sua terribile agonia. Un temibile demone seduto sullo stesso tronco gli pungolava senza pietà la schiena ei lombi con spiedi roventi mentre grondava sangue.”

Il terzo gruppo era composto da uno squadrone di donne a dorso di mulo: si trattava di prostitute. Scontavano i loro peccati a cavallo di selle ricolme di chiodi incandescenti e il vento infernale soffiava così forte da sollevarle e farle ricadere sugli spunzoni in un eterno tormento. Non sapremo mai che grado di conoscenza aveva Gualchelinus con le donnine allegre infernali, ma a ognuno le sue considerazioni.

Il quarto gruppo era formato da chierici e monaci neri, e anche fra loro vi erano dei volti famigliari. In questo caso però la loro presenza fu del tutto inaspettata. Walchelin infatti riconobbe quelli che da tutti i viventi erano considerati come beati, nella fattispecie un vescovo e due abati, che a quanto pare non meritavano il tepore della luce di Dio. Gettando tra le fiamme questi membri del clero realmente esistiti, l’autore della cronaca parrebbe essersi tolto qualche sassolino dalla scarpa in perfetto stile dantesco (anche se con un secolo d’anticipo rispetto al Sommo).

Arrivati a questo punto voi mi direte: ma che diavolo di armata dei morti è? Dove stanno le armi e i guerrieri? Semplice, si trovano in fondo, gli ultimi accompagnatori di questa diabolica sfilata. Walchelin dopo il passaggio dei monaci osservò la marcia di un’infinita colonna di cavalieri neri. Costoro montavano destrieri giganteschi, neri e senza insegne, armati con tutti gli strumenti necessari alla guerra.

“Ecco senza dubbio la Masnada Hellequin. Ho sentito dire che numerose persone l’hanno già vista in passato, ma, incredulo com’ero, mi sono preso gioco di coloro che me ne parlavano, perché mai non avevo avuto dinanzi agli occhi prove certe di un simile avvenimento. Ora sono le anime dei morti che io vedo realmente; ma nessuno mi crederà quando racconterò quel che ho visto, se non mostro agli uomini una prova certa.”

Giunto alla visione delle schiere più pericolose dell’armata dei morti Walchelin se ne esce con una trovata geniale: tornarsene in parrocchia con un souvenir, qualcosa d’infernale appartenuto ai dannati. Così tutti crederanno alla sua storia senza ritenerlo un pazzoide.

M’impossesserò di uno dei cavalli liberi che seguono il corteo, lo monterò immediatamente, lo condurrò a casa mia e lo mostrerò a tutti i vicini affinché mi credano. […] Si mantenne pronto al centro della strada e tese la mano verso un cavallo ch’era in procinto di passare. Questo si fermò affinché il prete potesse montarlo e, soffiando dalle narici, proiettò una nube immensa simile a una grande quercia. Il prete mise allora il suo piede sinistro nella staffa, prese le redini e mise la mano sulla sella: immediatamente percepì sotto il suo piede un calore ardente come un fuoco e un freddo incredibile si diffuse attraverso la mano che teneva la briglia sino alle sue viscere.”

A quel punto quattro cavalieri si staccarono dalla colonna e piombarono addosso a Walchelin. Con urla tremende e atteggiamento furioso gli fecero capire d’aver avuto una pessima idea:

“Perché t’impossessi dei nostri cavalli? Verrai con noi. Nessuno di noi ti ha fatto del male, mentre tu cerchi di rubarci ciò che ci appartiene.”

Un cavaliere infernale afferrò Walchelin per la gola, dimostrando ancora una volta (assieme alle sensazioni trasmesse con il contatto del destriero infuocato), che questa è un’armata dei morti in carne e ossa; cadaveri, certo, ma del tutto in grado di manipolare la materia terrena al contrario di spettri o altre entità immateriali.

Per sua fortuna, Walchelin venne salvato da un quinto dannato, qualcuno che era stato suo conoscente e anche di più: il fratello deceduto. Il prete infatti è fortunato, con tutte le messe che ha detto in ricordo dei morti si è guadagnato una protezione che impedisce alle schiere dell’Oltretomba di trascinarlo giù, con loro.

“Sarebbe stato giusto che tu morissi e che fossi condotto con noi per condividere le nostre sofferenze, poiché hai osato, con audacia sacrilega, metter mano a oggetti che sono di nostra proprietà. Nessun altro prima aveva osato un simile gesto, ma la messa che hai celebrato quest’oggi ti ha preservato dalla morte.”

Dopo quest’ultimo scambio di battute i morti scomparvero. Walchelin si ammalò e rimase a letto per una settimana, ma una volta guarito poté vivere altri quindici anni in serenità, celebrando messe per i defunti e raccontando a tutti quel che vide la notte del primo gennaio dell’anno 1091. E tutti gli credettero, poiché era riuscito a portare con sé un segno inequivocabile del contatto con l’esercito dei morti. Non si trattava di un destriero infuocato, né tanto meno di un oggetto rubato ai dannati. Si trattava di una cicatrice.

Walchelin era stato marchiato dalle mani incandescenti del cavaliere fantasma. Lo stesso autore della cronaca riferisce di aver visto con i suoi occhi quell’orrenda bruciatura sul collo, testimonianza incontrovertibile del racconto del prete e di quella notte in cui si spalancarono le porte dell’Oltretomba.

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  1. Tacito, De origine et situ germanorum (98 d.c.)
  2. Orderico Vitale, Historia Ecclesiastica, libri XIII
  3. Gaignebet and Florentin, Le Carnaval, pag. 17–39
  4. Ci si riferisce al nespolo europeo, unica varietà di cui era a conoscenza Orderico Vitale nel Medioevo, prima che in tempi moderni importassimo il nespolo giapponese, che matura in primavera e non credo debba essere fatto “ammezzire” prima di essere consumato
  5. il dibattito sull’origine del nome Hellequin è ancora vivo fra gli storici, fra chi sostiene la teoria del Hel, il reame dei morti nella mitologia germanica (Grimm, Teutonic Mythology) e chi l’analogia con l’Hell King, il re degli Inferi o Re Herla, condottiero della caccia selvaggia di cui ci racconta Walter Map
Lorenzo Manara
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