Close

11 Gennaio 2022

Gli automi meccanici nell’Età Antica

automi

Dal gigante di bronzo Talos agli automi meccanici del mondo greco antico: la storia delle macchine semoventi all’origine di robot e cyborg

Fra le meraviglie partorite dalle menti più geniali del mondo greco antico vi sono, fra le altre cose, pure gli automi. Non bastava l’invenzione dei princìpi di filosofia, matematica, psicologia, drammaturgia, fotografia (già nel IV secolo Aristotele descrisse l’impiego della camera oscura1) e molte altre materie su cui ancora oggi basiamo le nostre conoscenze; gli antichi greci si adoperarono perfino per riprodurre meccanicamente i movimenti animali e umani attraverso congegni autonomi. La parola stessa “automa” infatti significa “che agisce di propria volontà” (automatos).

Nel IV secolo avanti Cristo, Archita di Taranto, di scuola pitagorica, era considerato l’inventore della meccanica (nonché matematico, fisico, filosofo e perfino teorico musicale) e di automi meccanici straordinari.

“Non soltanto parecchi autori greci di chiara fama ma persino il filosofo Favorino, puntiglioso studioso delle cose antiche, testimonia con assoluta certezza che Archita costruì secondo metodi meccanici un oggetto ligneo a forma di colomba e questa colomba volò. E’ evidente che essa era equilibrata perfettamente grazie a contrappesi e nascondeva al suo interno la ragione del fiotto d’aria che le consentiva il volo”.

Aulo Gellio, Notti Attiche, libro X-12

Gli storici credono che la colomba di Archita fosse una macchina riempita con una vescica gonfia d’aria, chiusa da una valvola, che schizzava via tramite la spinta propulsiva dell’aria e batteva pure le ali. Ma gli automi antichi non erano solo giocattoli fine a sé stessi. Nella mitologia ad esempio fa la comparsa un umanoide creato per scopi militari, di dimensioni gigantesche.

Talos era il gigante di bronzo creato da Efesto, posto a guardia di Creta, contro cui Giasone e i suoi argonauti si scontrarono una volta giunti sull’isola. Pattugliava la costa per attaccare gli invasori con il lancio di massi e l’utilizzo del proprio pesante corpo metallico, talvolta arroventato nel fuoco per schiacciare e arrostire chiunque vi entrasse in contatto.

Talos era invincibile, nessuna arma poteva ferirlo. O quasi. Perché come da perfetta tradizione mitologica possedeva un punto debole sulla caviglia dove affiorava l’unica vena visibile dell’intero corpo bronzeo. Ed è proprio lì che venne colpito dagli argonauti, e nello specifico da un incanto di Medea, la quale lo tramortì fino a fargli sbattere il malleolo contro le rocce, proprio sul punto debole. Il gigante metallico non poté più reggersi in piedi e, ferito a morte, precipitò “con gran fracasso”. Il mito definisce la sua natura meccanica poiché dalla vena ferita ne fuoriuscì un sangue simile a “liquefatto piombo”.

“Così colui che bronzo
Era pur tutto, alla letal potenza
Della maga Medea domo soggiacque;
Chè schiantando una roccia a tener lungi
Il naviglio dal porto, a un scabro masso
Il malleolo percosse, e tosto un sangue
Ne scorse fuori a liquefatto piombo
Rassimigliante, e non potè lung’ora
Reggersi in piè su ’l prominente scoglio;
Ma siccome ne’ monti un alto abete,
Che con le scuri i tagliatori han solo
Fesso a mezzo, e dal bosco indi partîro;
E quel da’ venti pria scosso la notte
Tentenna, e rotto alfin cade dal ceppo;
Tal colui che su’ piedi ancor si resse
Per alcun tempo, esanimato al fine
Precipitò con gran fracasso a terra.”

Argonautiche, Apollonio, Libro IV, vv. 2210

Efesto nelle stesse Argonautiche costruisce un altro prodigio metallico, questa volta a forma di furioso toro sputafiamme. Siccome non lo considerava abbastanza pericoloso, ne fece una pericolosissima coppia. I tori bronzei però son poca cosa per Giasone, che grazie a una pozione magica preparata da Medea riesce a soggiogarli, legandoli all’aratro d’adamantio.

“Dunque nel palazzo di Eeta di Citea
l’abile Efesto ideò tali meravigliose opere;
e per lui elaborò tori dalle zampe di bronzo, e di bronzo
era la loro bocca, da cui una terribile fiamma di fuoco andavano spirando
e poi forgiò un aratro dal bure tutto d’un pezzo di solido adamante…”

Argonautiche, Apollonio, Libro III, vv. 228

Un altro umanoide meccanico appartenente alla mitologia classica deve la sua creazione al leggendario Dedalo, costruttore del labirinto del minotauro, nella stessa isola di Creta dove camminava il gigante Talos. Dedalo era un inventore geniale, che dopo il labirinto creò una macchina per fuggire dal giogo di Minosse con suo figlio Icaro. Grazie alle celebri ali di piume e cera che simulavano il volo degli uccelli, i due attraversarono il mare regalandoci uno degli epiloghi più tragici della storia mitologica.

Le invenzioni di Dedalo però non finirono qui. A lui vengono attribuite delle statue così realistiche che sarebbero potute scappar via se tenute sciolte2. Sebbene questo aneddoto serva a Platone come stratagemma letterario per una spiegazione filosofica, qualcuno ha immaginato si trattasse di statue realmente esistite, dalle membra semoventi, con braccia e occhi simili a quelli degli uomini e pure gambe spinte da una forza propulsiva.

Socrate- perché non hai fatto attenzione alle statue di Dedalo. Ma forse da voi non ve ne sono neppure.
Menone- perché dici questo?
Socrate- perché anche queste statue, se non sono legate, fuggono e se la svignano, mentre, se sono legate, restano.
Menone- e allora?
Socrate- possedere una delle statue di Dedalo slegata non vale un gran prezzo, è come avere uno schiavo fuggitivo: non stanno ferme; possederla legata invece vale molto, perché sono opere molto belle. A che riguardo dico questo? Riguardo alle opinioni vere. Le opinioni vere, per tutto il tempo in cui stanno ferme, sono un bel possesso e producono ogni bene, ma non vogliono star ferme per molto tempo e fuggono dall’anima umana, sicchè non valgono molto, finchè qualcuno non riesce a legarle con un ragionamento causale
.”

PLATONE, Menone, 97d-e, 395-347 a.C.

Al confine fra mondo antico e mondo medievale si muovevano quegli autori arabi che attingevano alle fonti greche per tradurre, trascrivere e produrre nuova conoscenza. Uno dei più celebri è Jabir ibn Hayyan (latinizzato in Geber), vissuto nel VIII secolo, cui sono state attribuite così tante opere nel corso del tempo da riempire un’intera libreria. Si tratta perlopiù di leggende appartenenti alla sottocultura esoterica, legate alla stregoneria moderna e, soprattutto, all’alchimia.

Jabir afferma nel suo Libro delle pietre che lo scopo dell’alchimista è “confondere e indurre in errore tutti tranne coloro che Dio ama e provvede!3 Infatti le conoscenze alchemiche e in particolare quelle di Jabir sono state scritte secondo un codice esoterico che solo gli iniziati avrebbero potuto comprendere (o forse si tratta di una scusa per giustificare la lacunosità di tali conoscenze). Il suo lavoro aveva come obiettivo ultimo il Takwin, termine arabo che sta a indicare la creazione di minerali, piante e animali in via artificiale, e quindi la creazione della vita stessa, compresa quella umana4.

L’idea alla base della generazione della vita artificiale deriva dalla classificazione naturale dei quattro elementi, che secondo le concezioni esoteriche servono come fondamenta per la creazione (se è possibile in natura, allora lo si può fare anche in laboratorio). Jabir racconta perfino di uno stregone “Ankabutà, che riuscì a creare un essere umano, che, tuttavia, non possedeva i poteri della ragione e della parola e non poteva mangiare. Menziona anche l’argilla di una certa montagna, che aveva il potenziale per produrre spontaneamente corpi umani (senza vita) e sarebbe stata usata dalle persone per creare esseri umani (viventi); questi, tuttavia, non vissero mai più di un giorno5.

In un poema del ciclo di Carlo Magno6 un’intera comunità è composta da automi meccanici, con corni d’avorio bianco in bocca, che sbattono insieme come tamburi e grandi campane “così come fossero veri e tutti fossero vivi“.

Ciascuno tiene nella sua bocca un corno d’avorio bianco.
(…)Fondono, usano il tornio poco e tanto,
come la strada e il carro che discendono sulla terra.
Suonano il corno e sbattono e insieme rombano
come tamburi o grandi campane che pendono;
gli uni accigliati e gli altri sorridenti
così come fossero veri e tutti fossero vivi.

traduzione di Christa Tuczay, Esoterismo e magia nel Medioevo

Pure nel ciclo di Artù compaiono vari automi meccanici, di metallo e non. In una versione in lingua francese del “Tristano e Isotta” del XII secolo7, viene descritta una “sala delle statue” dove il cavaliere che soffre laceranti pene d’amore può rifugiarsi per ammirare l’effige artificiale dell’amata, ricreata appositamente per lui “così simile alla regina nella forma, nella bellezza e nella grandezza, che sembrava che fosse lì di persona, fresca come se fosse stata viva (…) niente di più bello in tutto l’universo”.

La statua di Isotta emanava dalle labbra e dai capelli un profumo ricavato da un sistema di tubicini collegati alla cavità del cuore, dove si nascondeva una scatola piena di aromi. Era vestita di porpora ed ermellino, indossava una corona d’oro puro con incastonate pietre preziose e sulla fronte brillava uno smeraldo. Con la mano destra reggeva uno scettro d’oro e di gemme, alla cui sommità un automa-uccellino batteva le ali. Non mancavano altre riproduzioni semoventi di nani, giganti (come ad esempio il personaggio di nome Moldagog), e alcuni animali: un cagnolino e un leone ruggente.

Non esistevano solo automi meccanici sanguinari, dunque, ma anche pregiati attrezzi per il privato sollazzo di cavalieri ed eroi. Col trascorrere dei secoli moltissimi inventori di svariati paesi del mondo, da Al-Jazari (e i suoi straordinari automi meccanici) a Leonardo da Vinci (col suo automa cavaliere), si son cimentati nella difficile riproduzione del movimento tramite la meccanica. Ed è anche grazie alle loro scoperte e ai loro progressi se oggi potete leggere questo articolo tramite il vostro calcolatore digitale portatile.

Iscrivetevi alla newsletter per non perdere i nuovi articoli e le ultime uscite dei miei romanzi!

  1. “conservare la configurazione del sole e della luna, guardati attraverso un foro di qualunque forma” Jean-A. Keim, Breve storia della fotografia, pag 4
  2. PLATONE, Menone, 97d-e, 395-347 a.C.
  3. 4:12
  4. The alchemical creation of life (takwin) and other concepts of genesis in medieval Islam, O’Connor, Kathleen Malone, Ph.D., University of Penssylvania, 1994
  5. “Takwin”, Encyclopedia of Islam, new edition, vol. X
  6. Viaggio di Carlo Magno in Oriente, XII secolo
  7. Tommaso di Bitannia (Tumas de Britanie o tommaso d’Inghilterra)
Lorenzo Manara