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22 Marzo 2022

Storia di una guerra medievale: la battaglia di Cascina

battaglia di cascina michelangelo

La battaglia di Cascina del 1364 combattuta dai pisani di Giovanni Acuto (John Hawkwood) contro i fiorentini di Galeotto Malatesta: tra asini impiccati, bagni in Arno e campanari fastidiosi

Si pronuncia Càscina, l’antico borgo fortificato situato sulla principale strada di collegamento tra Firenze e il porto di Pisa. Una località importante, che per via della sua natura strategica ospitò numerosi scontri della storia medievale toscana, fra cui l’episodio di cui voglio parlarvi oggi: la battaglia di Cascina, per l’appunto.

Nel burrascoso mare della divulgazione storica sul web non sono molti ad aver affrontato il racconto di una battaglia così marginale rispetto alle “grandi battaglie della storia” (sempre le solite, quelle che vengono copia/incollate negli articoli dei siti brutti). Io però, ormai mi conoscete, sono un tipo strano. I fatti “marginali” sono il mio pane quotidiano perché ricchi di spunti e dettagli per i miei romanzi. Dettagli interessanti, di quelli che vale la pena di raccontare.

Nel romanzo che ho ormai concluso e comparirà a breve in libreria, “La stirpe delle ossa”, gli avvenimenti che spingono le famiglie feudali a combattersi l’una con l’altra tra i putridi acquitrini sono apparentemente stupide. Ma si tratta solo di apparenza. Perché la realtà è proprio così: tanto complessa da sembrar stupida. E capita di farsi la guerra per colpa di “una gallina e dodici pulcini di pasta” oppure, come nel caso della battaglia di Cascina, per via di alcuni asini impiccati sotto le mura di Firenze.

“I Pisani aveano corso il palio al ponte a Rifredi, fatti cavalieri, battuta moneta, impiccati asini, e fatte molte altre derisioni e scherne a’ Fiorentini.”

Nuova Cronica, Filippo Villani, Capitolo XCVII

L’antefatto della battaglia di Cascina ha origine negli interessi economico-politici che logoravano le due città, Firenze e Pisa, sfociati più volte in episodi di “cavalcate”: ovvero rapide incursioni a cavallo da risolversi nel giro di qualche giorno. Una di queste cavalcate aveva portato i pisani così vicino a Firenze che, travolti dall’entusiasmo, si erano messi a impiccare asini per schernire i loro nemici. Cosa che ai fiorentini non piacque affatto.

Come i fiorentini presono in capitano di guerra messer Galeotto Malatesti

“Parve a’ governatori di Firenze necessario d’avere un capitano italiano, e procacciando messer Galeotto Malatesti (…) e venne in Firenze a dì diciassette di luglio a ore venuta per i consigli d’astrologi. E innanzi che scendesse da cavallo appiè della porta del palagio de’ priori con le usate solennità prese il bastone e l’insegne, e lui diè quella de’ feditori al conte Arrigo di Monforte, e fecelo vece capitano; la reale diè a messer Andrea de’ Bardi, e altre ad altri cittadini, e senza arresto uscì di Firenze, e posate l’insegne in Verzaia tornò in Firenze, e per intendersi co’ signori e altri ufficiali dell’informazione della guerra, e soprastette alcuni dì, perché voleva piena balia di potere dare a sua volontà a’ soldati paga doppia e mese compiuto. Alla fine essendo fuori le insegne, ed egli stando pertinace, per lo meno male e meno vergogna di comune la sua domanda fu messa a esecuzione, la quale i sottili venditori non ebbono per meno che domandare giurisdizione di sangue. Avuto suo intendimento, mosse a dì ventitre del mese di giugno, accompagnato infra gli altri da trecento cittadini ben montati e riccamente armati, i quali spontaneamente vi cavalcavano per vendicare l’ingiurie de’ Pisani novellamente fatte al loro comune.

Nuova Cronica, Filippo Villani, Capitolo XCVI

Firenze elesse capitano di guerra Galeotto Malatesta, signore e condottiero famoso, che il diciassette di luglio, nell’ora concordata dagli astrologi per ottenere il favore delle stelle, s’insediò al governo della città con l’intento di muovere guerra a Pisa.

Una delle sue prime mosse fu quella d’ingraziarsi i soldati, specialmente il gran numero di mercenari su cui faceva affidamento Firenze (come facevano gran parte delle città italiane) con l’allettante promessa di “paga doppia e mese compiuto”, ovvero il raddoppio dello stipendio fino alla fine del mese, anche se l’impresa fosse terminata prima. Tali promesse erano frequenti1, ma non erano condivise da tutti, poiché i mercenari sono tipacci molto esigenti, come vedremo poi in questo stesso episodio.

La battaglia di Cascina tra’ Fiorentini e’ Pisani, nella quale i Fiorentini furono vincitori

“Domenica, a dì ventinove di luglio anno 1364, (…) messer Galeotto Malatesti, capitano dei Fiorentini, movendo la notte dinnanzi campo da Peccioli, la mattina s’accampò ne’ borghi di Cascina presso Pisa a sei grosse miglia, ma di via piana e spedita, e infra il giorno per lo smisurato caldo le tre parti e più dell’oste, che erano oltre di quattromila uomini di cavallo che di soldo, che d’amistà, e che dei Fiorentini, che per onorare loro patria di volontà erano cavalcati, e di undicimila pedoni, s’era disarmata, e quale si bagnava in Arno, quale si sciorinava al meriggio, e chi disarmandosi in altro modo prendea rinfrescamento.”

Nuova Cronica, Filippo Villani, Capitolo XCVII

Il 29 luglio 1364, Galeotto Malatesta, capitano di guerra di Firenze, al comando di un’armata composta dai tre terzi della città (che di solito venivano sorteggiati singolarmente per gli scontri di minore portata, ma in questo caso furono chiamati tutti e tre), nello specifico di 11.000 fanti e 4.000 cavalieri tra mercenari, alleati e fiorentini stessi, si accampò nel borgo in cui si sarebbe consumata la battaglia di Cascina.

Tuttavia, dato il gran caldo, l’armata aveva deposto le armi per fare un tuffo nell’Arno e riposarsi “al meriggio, e chi disarmandosi in altro modo prendea rinfrescamento”. Una situazione pericolosa, visto che il nemico non era così lontano.

“E il capitano, sì perché molto era attempato, sì perché del tutto ancora libero non era della terzana, se n’era ito nel letto a riposare senza avere considerazione quanto fosse vicino all’astuta volpe, e al volpone vecchio Giovanni dell’Aguto, e tutto che al campo fossono fatti serragli, deboli erano, e cura sufficiente non era data a chi li guardasse; il perché avvenne, che il valente cavaliere messer Manno Donati, come colui a cui toccava la faccenda nell’onore, andando provveggendo il campo e i modi che la gente dell’arme tenea, conosciuto il gran pericolo in che il campo stava, e temendo che nel fatto non giocasse malizia, e dove no, quello che ragionevolmente secondo uso e costume di guerra ne dovea e potea avvenire, e tantosto n’avvenne, mosso da fervente zelo incominciò a destare il campo, e dire, noi siamo perduti, e con queste parole se n’andò al capitano, e lo mosse a commettere in messer Bonifazio Lupo e in altri tre e in lui la cura del campo; ciò fatto messer Manno di subito corse al più pericoloso luogo, e donde l’offesa più grave e più pronta potea venire, cioè alla bocca della strada che si dirizzava a san Savino e quindi a Pisa, e il serraglio il quale era debole fece fortificare, e alloggiovvi alla guardia i fanti aretini con alquanti pregiati Fiorentini, e con loro i fanti de’ Conti di Casentino; e perché nel capo li bolliva per diversi e ragionevoli rispetti quello che di presente ne seguì, aggiunse alla guardia messer Riccieri Grimaldi con quattrocento balestrieri genovesi.”

Galeotto Malatesta, grande condottiero ma “attempato” e “ancora libero non era della terzana” (ovvero una specie di febbre da malaria2), se ne andò a riposare nella sua tenda e non si preoccupò molto dei soldati che avevano mollato le armi per farsi il bagno nel fiume. Cosa che invece l’avrebbe condotto alla rovina se non fosse stato per il valente cavaliere Manno Donati che, presa in mano la situazione, irrobustì le difese dell’accampamento, ordinò di montare la guardia ai migliori soldati fiorentini, aretini e della masnada dei Conti di Casentino. Si concentrò sulla difesa della strada, la via principale che conduceva fino al porto di Pisa e, non contento, mise di guardia pure quattrocento balestrieri genovesi, i migliori tiratori di cui si poteva disporre nelle guerre italiane (assoldati anch’essi).

I preparativi per la battaglia di Cascina erano terminati. Tuttavia, mentre i fiorentini facevano il bagno protetti dalle difese dell’accampamento, il condottiero dei pisani si fece avanti per attuare il suo piano d’attacco. Lo chiamavano Giovanni Acuto, ma il suo vero nome era John Hawkwood, cavaliere inglese che assieme alla sua compagnia mercenaria d’oltremanica aveva percorso l’Italia in lungo e in largo, per menar di spada e far soldi.

“I Pisani avendo per loro spie e dai luoghi vicini al campo, e massimamente da san Savino, dello sciolto e trascurato reggimento del campo, ma non della provvisione fatta per messer Manno, perché al fatto fu troppo vicino, conferito con Giovanni dell’Aguto sopra la materia, infine in lui commisono il tutto dell’impresa, e il popolo animoso e voglioso a furore presa l’arme nelle braccia sue si pose con lieta speranza di vittoria, quasi siccome non dovesse potere perdere. Giovanni Aguto preso il carico senza perdere punto di tempo diede ordine a quanto fu di mestiere, e uscì col popolo di Pisa, e fe’ capo a san Savino, e come mastro di guerra fe’ il campo de’ Fiorentini per tre riprese assalire da gente che prima era fuggita che giunta, affinché i nemici assediati non conoscessono il vero assalto quando venisse, e venneli fatto, che ‘l campo fu tre volte mosso ad arme dal campanaro indarno, e il capitano turbato di suo riposo fe’ comandare al campanaro alla pena del piè, che che che si vedesse non sonasse senza licenza sua.”

Giovanni Acuto venne a sapere delle condizioni precarie del campo fiorentino. Ma siccome era “astuto come una volpe” non si lasciò trasportare dall’entusiasmo dei pisani, che pensavano di travolgere i nemici a bagno nell’Arno in un’improvvisa carica devastante. Piuttosto, organizzò l’armata dei cittadini assieme ai suoi mercenari inglesi e li guidò in una serie di brevi attacchi, tre in totale, per punzecchiare il nemico.

Sembrerebbe una tattica stupida, quella di mostrarsi pochi alla volta, in brevi schermaglie, senza mai dare inizio a una mischia vera e propria (specialmente in un momento in cui il nemico appare impreparato). Invece no. Perché nel campo fiorentino dopo una serie di attacchi non portati a termine i difensori cominciarono ad abbassare la guardia. A ogni attacco, infatti, il campanaro suonava l’allarme inutilmente, poiché gli inglesi si facevano appena vedere e poi se ne andavano. Giunti al terzo allarme, lo stesso capitano di guerra di Firenze, Galeotto Malatesta, uscì infuriato dalla tenda per prendersela col campanaro, che non s’azzardasse a suonare “senza licenza sua”, pena: la prigione.

Fu a quel punto, quando i fiorentini si erano ormai abituati agli assalti inconcludenti dei pisani, che Giovanni Acuto diede l’ordine dell’attacco vero e proprio. E la battaglia di Cascina ebbe inizio.

“Appresso il detto Giovanni aspettò la volta del sole, perché i raggi fedissono nel volto de’ nemici, e a’ suoi nelle spalle. Ancora per la pratica ch’avea del paese conobbe, che a tale ora surgea un’aura che la polvere venia a portare negli occhi de’ nemici. Solo in uno per gl’ intendenti giudicato fu che egli errasse, che non misurando le miglia da san Savino a Cascina, che sono quattro di polveroso e rincrescevole piano, ne avendo rispetto alla fiamma del sole che divampava il mondo, né al grave peso dell’arme, fidandosi nella gioventù e prodezza de’ suoi inglesi nati e cresciuti nelle guerre di Francia, a’ quali per animarli e soperchiare ogni fatica e ogni paura avea messo che nel campo erano quattrocento Fiorentini, tal buono prigione per mille, tale per duemila fiorini, e del tutto ignoranti dell’arme, esso fe’ tutta gente scendere a piè, il perché lassi e mezzi stanchi giunsono al campo. Mosselo a ciò fare due ragioni, l’una perché la gente a piè più chetamente cavalca, l’altra perché leva meno polverio, immaginando, come avvenne, che prima fossono al campo che sentiti, e così prendere il campo di furto prima che si potesse ordinare; e tutte le dette cose fatte furono per Giovanni Aguto, che niente ne sentì messer Galeotto, o per difetto di spie, o perché poco curasse ciò che potessono fare i nemici, e questo è più da credere.”

Giovanni Acuto attese che il sole arrivasse alle sue spalle per “fedire i nemici negli occhi”, inoltre fece smontare tutti i suoi cavalieri inglesi. Perché la piana era molto polverosa e, secondo l’autore della cronaca, così facendo si sarebbe assicurato d’arrivare al campo fiorentino senza esser visto. Cosa non semplice perché quei veterani inglesi delle guerre di Francia dovettero essere convinti a suon di bugie, ovvero che i fiorentini erano poco più di quattrocento “e del tutto ignoranti dell’arme”. Nessuno abbandonava volentieri il proprio destriero3.

Il capitano di guerra fiorentino non si accorse dell’arrivo dell’armata nemica, e si ritrovò assalito dal grosso delle forze pisane, alla cui testa vi erano i mercenari inglesi, che con il loro impeto diedero il via alla vera e propria battaglia di Cascina.

“Adunque messi nella prima fronte delle schiere quelli aspri e duri Inglesi cui tirava la voglia della preda, tutto l’esercito fe’ muovere quando gli parve, e prima i suoi Inglesi furono vicini alle sbarre che da’ nostri fossono sentiti. Il romore e le strida del subito assalto a’ nostri furono le spie. I fanti che posti erano alla guardia del luogo, i quali per lo giorno furono assai più che uomini, francamente presono l’arme non curando le spaventevoli strida, ma ordinati di subito alla resistenza non si lasciarono torre una spanna di terra. E il valente messer Riccieri Grimaldi compartiti i suoi balestrieri dove necessario gli parve, e allogatine gran parte nelle ruine delle case, le quali erano di mattoni, e pertugiate e di costa a’ nemici, confortandoli a ben fare, e sollecitandoli dolcemente e qui e quivi a rinterzare colla forza de’ verrettoni rintuzzò la fiera rabbia de’ baldanzosi nemici.”

I fanti fiorentini, gli aretini e i balestrieri genovesi posti a guardia dell’accampamento scorsero le forze nemiche quando era ormai troppo tardi. Gli inglesi furono loro addosso ma, nonostante l’inferiorità numerica, i difensori non si persero d’animo. Mantennero la posizione senza cedere di un passo, coi balestrieri riparati tra le rovine di alcune case abbandonate, intenti a tirar piogge di verrettoni sul nemico. La battaglia di Cascina era ormai iniziata, ma il grosso dell’armata fiorentina era ancora nel campo, impreparata, soprattutto a causa della campana silente, che non suonava più.

“Mentre che la battaglia era e quinci e quindi animosamente attizzata alle sbarre, il vero grido del fatto come era senza suono di campana o altro sollecitamento di capitano corse per lo campo e lo strinse ad armare, e il primo che giunse al soccorso alle sbarre, come quelli che temendo sempre stava in punto, fu messer Manno Donati, il quale veggendo quivi soprabbondare gente da cavallo, per non stare indarno uscì con tutta la sua brigata del campo, e percossi nemici ne’ fianchi, conturbando gli ordini loro, e facendo loro danno assai; e in poca d’ora vennono alle sbarre il conte Arrigo di Monforte colla insegna de’ feditori, e con lui il conte Giovanni e il conte Ridolfo chiamato dal volgo il conte Menno, e costui come giunse alle sbarre le fe’ gettare in terra, e si avventò sopra i nemici facendo colla spada cose da tacerle, perché hanno faccia di menzogna. Per simile il conte Arrigo co’ suoi Tedeschi sollecitando i cavalli colli sproni senza averne riguardo contro a’ nemici gli ruppono, passando tutte le loro schiere infino alle carra che da Pisa recavano e venivano con vino per rinfrescare loro brigata.”

Le grida e il clangore delle armi furono l’unico allarme a diffondersi nel campo, poiché al campanaro era stato proibito di suonare ancora. Dunque, il capitano di guerra fiorentino raccolse i suoi a furia di urlare.

Il primo a prestare soccorso alle barricate fu Manno Donati, colui che aveva salvato l’accampamento con le efficaci misure preventive. Radunò i suoi cavalieri e uscì per cogliere il nemico sul fianco “facendo loro danno assai”. Arrigo di Monforte, il quale era stato insignito dello stendardo dei feditori, ovvero i primi cavalieri ad aprir battaglia (fra i quali aveva combattuto lo stesso Dante Alighieri, a Campaldino4), assieme ai conti e agli altri signori a cavallo, lanciò una carica fuori dalle barricate, nel centro dello schieramento nemico, subito raggiunto dal conte Arrigo coi suoi mercenari tedeschi, i quali sfondarono le linee degli inglesi così in profondità da raggiungere i carri delle salmerie che provenivano da Pisa, carichi di vino speziato per i soldati.

La battaglia di Cascina da questo momento in poi dilagò per l’intero territorio, poiché i fiorentini si gettarono all’inseguimento dei nemici che lo stesso Giovanni Acuto condusse in ritirata, soprattutto i pisani, lasciati soli dagli inglesi.

“Il sagace messer Giovanni dell’Aguto, il quale era nell’ultima schiera co’suoi caporali e altri pregiati Inglesi, avendo compreso che la testa delle sue schiere non era di fatto entrata nel campo come si credette, e che la resistenza era dura, si giudicò vinto, e senza aspettare colpo di spada di buon passo co’detti caporali si ricolse a san Savino, dove aveano lasciati i loro cavalli, lasciando nelle peste il popolo de’ Pisani faticato, e poco uso e accorto negli atti dell’arme. I Genovesi Aretini e’ fanti dell’Alpe come vidono rotte le schiere de’ Pisani, e mettersi in fuga, seguitando la caccia ne presono assai. Essendo adunque per gli Aretini Fiorentini e’ fanti del casentino alle sbarre ben sostenuta la puntaglia de’ nemici, e mezza vinta loro pugna, per i balestrieri genovesi e per i Tedeschi in poco tempo recati a fine, il capitano fe’ muovere l’insegna reale, la quale per spazio d’un miglio o poco più si dilungò dal campo, sotto il cui riguardo assai d’ogni maniera si misono a perseguitare i nemici, e trovandoli sparti in qua e in là, lassi e spaventati, ne presono assai. Stando la cosa in estrema confusione per i Pisani, per alcuni valenti e pratichi d’arme, parendo loro conoscere il vantaggio, consigliato fu messer Galeotto che seguitasse la buona fortuna, la quale li promettea la città di Pisa: rispose, che non intendea il giuoco vinto mettere a partito, e più fe’, che tantosto fe’ sonare alla ricolta, sotto il dire che temea degli aguati de’ sottrattori e sagaci nemici; onde molti che sarebbono stati presi ebbono la via libera a fuggirsi, e massimamente gl’Inglesi ch’erano fediti e rifuggiti in san Savino, né osavano sferrarsi de’ verrettoni che giunti in Pisa, dov’ebbono solenni medici, e in pochi giorni gran numero ne perì.”

Lo stendardo del capitano di guerra di Firenze fu lanciato in prima linea, all’inseguimento del nemico ormai sconfitto, in fuga per le campagne. Quello era il momento decisivo di ogni battaglia, quando le schiere sono rotte e si fugge per la vita: quando si fanno morti e prigionieri.

La vittoria fu così decisiva che per “alcuni valenti e pratichi d’arme” sembrava l’occasione di spingersi fino a Pisa e conquistarla. Ma Galeotto Malatesta non volle rischiare. Temeva che i “sagaci nemici” si riorganizzassero più avanti per tendere loro un agguato, dunque preferì accontentarsi della vittoria sul campo e gridare alla “ricolta”. Le armate fiorentine si raccolsero in strada e i nemici non ancora catturati e “fediti” fuggirono fino a Pisa, alcuni con ancora i verrettoni dei balestrieri genovesi conficcati nelle membra “e in pochi giorni gran numero ne perì”.

“Tornato il capitano al campo, e cercato il luogo dove fu la battaglia, assai vi si trovarono morti, ma molti più il seguente dì per le fosse e per le vigne, quale per stracco, quale di ferite, e molti colla sete in Arno mettendovisi dentro vi annegarono. Stimossi che i morti per detta cagione passassono i mille: i presi furono vicini a duemila, de’ quali tutti forestieri furono lasciati, e i Pisani presi da quelli che erano venuti al servigio del comune si furono loro. Tutta gente di soldo fu per messer Galeotto in segreto istigata e sollecitata a domandare a lui paga doppia e mese compiuto, ed egli per la balia presa dal come la promesse loro che montò a dannaggio del comune circa a centosettantamila fiorini e più, perché presa la speranza della detta promessa gran quantità di ricchi e buoni prigioni i soldati trabaldarono, e feciono con poca di cortesia riscuotere.”

Nei giorni seguenti furono molti i corpi ritrovati nelle fosse e nelle vigne; i corpi di coloro che avevano tentato di fuggire e, feriti, si erano abbandonati a terra, per morire dissanguati nella notte o annegati nell’Arno, che li condusse fino a Pisa. L’autore stima più di 1.000 caduti e 2.000 prigionieri. Ma al ritorno da Firenze il capitano di guerra dovette sopportare un altro attacco, quello dei suoi stessi mercenari. Poiché al tempo del suo insediamento al governo l’anno prima aveva promesso quella famosa “doppia paga e mese completo” riservata alle imprese importanti, e la masnada di mestiere se lo ricordava bene.

La richiesta era ovviamente esigente e per via di un’escalation di rabbia e avidità, l’armata finì per ribellarsi, poiché “presa la speranza della detta promessa gran quantità di ricchi e buoni prigioni i soldati trabaldarono, e feciono con poca di cortesia riscuotere”. E per non rischiare di finire schiacciata dai suoi stessi mercenari, la città pagò “centosettantamila fiorini e più”.

Accadeva di frequente nell’Italia trecentesca di dover pagare i mercenari anche solo per tenerli lontani5. Questi doni per stipulare tregue e patti di non aggressione (talvolta con contratti validi un certo periodo da misurarsi in mesi) contribuirono al mito del Bel Paese ricco di moneta sonante, che attirava masnade prezzolate da ogni angolo del mondo.

“Forte e molto diè che pensare a quelli savi e valenti cittadini, che in que’ giorni si trovarono nel numero de’ reggenti, messer Galeotto, il più famoso uomo allora d’Italia in cose militari e in podere d’arme, meritasse d’essere in tal forma assalito nel campo da uomo non meno famoso né meno saggio in simili atti di lui, e che esso fosse l’autore, che i soldati per difendere il campo contro buono uso di gente d’arme pertinacemente volessono esiandio e con minacce e atti disonesti paga doppia e mese compiuto, le quali cose diligentemente ponderate furono cagione d’affrettare il trattato della pace, dando di ciò pensiere ad alquanti discreti e intendenti cittadini. Ma noi tornando al processo della guerra, il dì seguente, che fu l’ultimo di luglio, messer Galeotto, con tutto l’esercito e con i prigioni, girandosi pure vicino a Pisa per tornarsene a san Miniato del Tedesco assai bane in ordine e colle schiere fatte, in quello cavalcare fe’ cavaliere Lotto di Vanni da Castello Altafronte, giovane di gentile aspetto, e degli accomandati al comune di Firenze, Piero de’ Ciaccioni di san Miniato, e Bestolino de’ Bostoli d’Arezzo.”

In ogni caso, la battaglia di Cascina si concluse con una vittoria decisiva (anche se molto costosa) e seguirono festeggiamenti e onori. Nella cronaca si menzionano pure due addobbamenti sul campo, di tali Piero de’ Ciaccioni di san Miniato, e Bestolino de’ Bostoli d’Arezzo fatti cavalieri a seguito delle loro imprese nella mischia contro i pisani e gli inglesi di Giovanni Acuto. Bravi, ragazzi!

La battaglia di Cascina è conosciuta soprattutto per l’affresco incompiuto di Michelangelo Buonarroti, che avrebbe dovuto abbellire il Salone dei Cinquecento, a Firenze, assieme a un’altra grande opera mai terminata di Leonardo da Vinci, riguardo la battaglia di Anghiari. Nella visione artistica Di Michelangelo, la rappresentazione della battaglia di Cascina era manifestata nella scena più teatrale di tutte, ovvero quell’esercito di fiorentini a bagno nell’Arno che si armano alla svelta per incontrare il nemico in battaglia.

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  1. Nella guerra di Chioggia contro Genova, i veneziani ottennero il permesso del saccheggio, paga doppia e mese completo, “Le milizie terrestri, di Hannelore Zug Tucci, Storia di Venezia, 1997
  2. Febbre che compare a giorni alterni (ossia ogni terzo giorno se nel conteggio si calcolano entrambe le giornate in cui si verificano 2 accessi febbrili consecutivi); è propria della malaria. Enciclopedia Treccani
  3. Di cavalieri smontati per combattere a piedi ci sono molti altri episodi della storia medievale inglese, soprattutto nel corso della Guerra dei cent’anni, con il culmine nella battaglia di Agincourt.
  4. Epistola perduta di Dante Alighieri, riportata da Leonardo Bruni “Della vita, studi e costumi di Dante”, XV secolo
  5. Una cosa simile avviene nelle cronache di Neri di Donato da Siena dal 1352 al 1381. “I sanesi posero una presta (tassa) alla città e al contado per cagione della malvagia compagnia del Conte Lando a fiorini 2 per migliaio. Colse la città 40 mila fiorini d’oro e il Contado seimila.”
Lorenzo Manara