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15 Giugno 2021

Aneirin il bardo e l’ultima battaglia dei celti

aneirin il bardo gododdin

Trecento eroi chiamati a raccolta per salvare il regno di Gododdin: l’ultima cavalcata dei celti di Britannia nel poema di Aneirin il bardo

“Tre guerrieri e tre ventine e tre
centinaia, che indossavano i preziosi d’oro1
Di quelli che marciarono
dopo l’eccesso di baldoria,
Solo tre sopravvissero al cozzare
delle armi taglienti;
I due armati di Aeron e Kynon
l’intrepido,
(e io stesso dallo spillar sangue)
siam degni di questo canto…”

Y Gododdin, Aneirin (600 ca.)

Quando parliamo di bardi in ambito storico-fantastico possono venire in mente svariate cose. Alcuni potrebbero pensare al bardo degli irriducibili galli, che con la sua voce orribile veniva costantemente imbavagliato da Asterix e Obelix prima di ogni banchetto a base di cinghiale. Altri un pochino più accademici ricorderanno il soprannome di Shakespeare. Altri ancora andranno con la mente a uno degli archetipi impersonabili nei giochi di ruolo moderni, consacrato fin dagli anni ’80 in Dungeons and Dragons assieme al chierico, al barbaro berserker, al mago e tutti gli altri. L’unica cosa su cui possiamo concordare è che ognuno di questi elementi corrisponde a un tema ben preciso, anzi due: il canto e la guerra. Ed è proprio da questo binomio che comincia la storia di Aneirin il bardo, partito assieme ai suoi trecento compagni per un’ultima disperata battaglia… ma tornato solo, l’unico sopravvissuto al massacro.

Siamo sul finire del VI secolo, nell’attuale Scozia. A quel tempo i romani avevano già abbandonato l’isola britannica, lasciando la popolazione locale preda di una ripetuta serie di invasioni da parte dei “barbari” (Gli Angli e i Sassoni dalla Germania, gli Irlandesi da ovest, i Pitti da nord2). Senza più le legioni imperiali al loro fianco, le antichissime tribù che abitavano l’isola già dall’Età del Ferro si trovarono a fronteggiare l’avanzata di quei popoli guerrieri affamati di territorio, sempre più numerosi, sempre più inarrestabili3. Questi ultimi difensori rimasti erano i celti, chiamati britanni dai romani, ovvero gli abitanti della Britannia.

In principio anche i celti erano considerati barbari e, intendiamoci, continuavano a esserlo sotto certi aspetti. Tuttavia dopo aver trascorso quasi quattro secoli in compagnia dei romani si erano adattati alla società dell’Impero e ne erano divenuti parte integrante. Avevano combattuto al loro fianco (a volte anche contro di loro, specialmente all’inizio, come nel caso della rivolta capeggiata da Boudicca), ma quando i legionari fecero fagotto e dissero addio alla nebbiosa Inghilterra la situazione di ritrovata autonomia invece che migliorare la loro condizione, la peggiorò. Perché i nuovi popoli giunti sull’isola cominciarono a conquistare tutto quello che apparteneva ai celti, pezzetto dopo pezzetto, finché questi ultimi non si ritrovarono chiusi in una striscia di territorio scozzese che allora rispondeva al nome di Gododdin.

Gododdin era uno dei regni celtici di Britannia, da alcuni considerato l’ultimo baluardo contro gli invasori anglosassoni4. Il monarca di questo regno leggendario presiedeva le adunate di guerra in una grande sala fortificata su un’altura di basalto, stagliata sulle pianeggianti brughiere circostanti. Il nome del castello era Din Eidyn e fra le sue possenti mura vi soggiornava il protagonista della nostra storia: Aneirin il bardo.

Aneirin era poeta di corte presso la grande sala di Eidyn. Il suo nome è giunto a noi grazie all’opera che scrisse in quegli anni, un meraviglioso poema intriso di eroismo e leggenda che narra del sacrificio dei 300 cavalieri di Gododdin contro gli invasori anglosassoni. Costoro erano partiti dal castello in quella che si prospettava come una cavalcata di sola andata; un tentativo disperato di rallentare l’avanzata dell’esercito nemico, ben più forte e numeroso. Nonostante i presupposti fossero drammatici, nessuno si tirò indietro e neppure Aneirin. Egli si unì alle schiere di nobili guerrieri vestiti di ferro e oro e partì con loro per guadagnarsi la gloria eterna.

Sappiamo poco e niente sul suo conto. Qualcuno dice che fosse figlio di un capoguerra di Gododdin, dunque appartenente a una classe socialmente più elevata rispetto alla normale popolazione. Si pensa sia stato istruito presso il monastero di San Cadog5, importante centro cristiano altomedievale del Galles, cosa che ci aiuta a tratteggiare meglio la figura di bardo guerriero: un cristiano istruito alla lettura e alla scrittura, probabile conoscitore degli autori antichi, ma anche milites di nascita, spadaccino e cavaliere.

Il tema del canto e della guerra diventa l’elemento chiave per definire il ruolo del bardo, specialmente nel caso di Aneirin: poeta di corte e membro della casta dei guerrieri scelti che formavano la guardia del re. Già, perché a pensarci bene è naturale che Aneirin fosse il figlio di un capo, viste le capacità non comuni di cui si faceva portatore. Se da un lato la propensione militare era diffusa fra la maggioranza della popolazione celtica, quella poetica non lo era di certo. Quindi l’appartenenza a una classe sociale più elevata forniva l’accesso allo studio di materie specialistiche normalmente inaccessibili, come nel caso della musica.

La musica era, come adesso, una disciplina artistica strettamente legata alla poesia. La parola stessa deriva dal greco mousike “Arte delle Muse” che, come sappiamo, sono divinità associate a ogni tipologia poetica e musicale. I poemi omerici erano pensati per essere narrati oralmente da cantori, così come lo erano i poemi epico-cavallereschi e le canzoni di gesta; canzoni non a caso, per la loro musicalità imposta dalla struttura metrica. Gli strumenti stessi accompagnavano la narrazione proprio come vediamo fare a volte nei film stereotipati dai menestrelli con la lira in pugno.

Ecco chi era il bardo: un narratore di storie alla maniera antica, legato alla musica e ai racconti di guerra. Se poi il bardo, come nel caso di Aneirin, era figlio di un capo celtico, e quindi aveva avuto accesso alla pratica militare oltre che allo studio della parola, be’, il risultato è conforme all’archetipo fantastico diffuso da Dungeons and Dragons; ovvero un guerriero cantore, che picchia duro con la spada tutto il giorno e poi ci scrive sopra un poema. Bello, no?

Anche io suono uno strumento musicale. Adesso che ho terminato la stesura del mio nuovo romanzo, in uscita nei primi mesi del 2022, potrei pensare di declamarlo accompagnato da una melodia. Il genere del romanzo è ovviamente lo storico-fantastico, pregno delle tematiche di cui avete un assaggio qui, sul blog, ma non so quanto possa legarsi bene al suono di una chitarra elettrica. Ci penso. Nel frattempo continuiamo col racconto di Aneirin il bardo.

Il monarca di Gododdin radunò alla sua corte trecento guerrieri tra i più forti del regno. L’intento era quello di formare le fila di un esercito d’élite, di rinomati guerrieri ed eroi; pochi ma buoni, insomma. Una volta accolti nel suo grande salone diede inizio a una lunga serie di feste e banchetti, intervallati da addestramenti militari e duelli; questo periodo preparatorio si protrasse per un anno intero.

Quando furono pronti, i 300 eroi decisero finalmente di montare in sella e cavalcare verso sud, verso il nemico.

“Mai vi fu alcuna armata
Dal castello di Eidyn
Che avrebbe annientato così gli invasori a cavallo”

Y Gododdin, XIII

Cavalcarono verso Catraeth, dove incontrarono battaglia con un’armata di migliaia di Angli, convenientemente esagerata nelle stime per mantenere il tono epico della vicenda. I pochi britanni, fieri e per nulla spaventati, si gettarono nella mischia dando luogo a uno scontro durissimo. La battaglia mieté vittime da entrambe le parti e fu combattuta all’ultimo sangue. Nessun passo indietro, nessuna pietà.

Aneirin scrive che i britanni lottarono come leoni, ma le schiere nemiche erano soverchianti e dopo ore di combattimento i nostri eroi caddero sul campo uno dopo l’altro. Al termine dello scontro giacevano tutti e 300 sul terreno di battaglia. Tutti tranne Aneirin, che fu preso prigioniero e rilasciato in seguito dietro riscatto per fare ritorno alla grande sala di Gododdin, dove avrebbe iniziato la stesura del poema che narra la storia dei suoi valorosi compagni, morti per la causa comune.

Secondo la leggenda il sacrificio dei britanni non fu vano, perché l’imponente esercito degli Angli uscì devastato dalla battaglia. Il prezzo pagato per sconfiggere i 300 di Gododdin era stato troppo alto per continuare la campagna militare; la stessa situazione in cui si erano ritrovati i persiani dopo aver affrontato i 300 spartani di Leonida e perfino Pirro, re dell’Epiro, contro la legione romana di Publio Decio Mure (episodio che diede origine all’espressione “vittoria di Pirro“).

La verità però è che il regno di Gododdin cadde pochi decenni dopo, sotto l’incessante avanzata dei popoli anglosassoni. Poi arrivarono i guerrieri norreni (con tanto di berserker) e infine i normanni al seguito di Guglielmo il Conquistatore nel 1066. Insomma, le invasioni non erano finite di certo, ma quella è un’altra storia…

Su quell’altura di basalto dove il monarca di Gododdin ospitava i suoi leggendari banchetti oggi troviamo il bellissimo castello della capitale scozzese, Edimburgo, il cui nome deriva proprio dalle sale di Eidyn. E sono certo che se ci si mette in ascolto, fra le sue poderose mura di pietra, è possibile ascoltare il riecheggiare lontano di quei trecento guerrieri in festa, nell’eterno baccanale dell’Aldilà.

Con questa chiusura a effetto concludo l’articolo. Seguitemi per non perdere le prossime storie fantastiche che pubblicherò qui sul blog. A rileggerci!

  1. torques, nel poema originale. Potrebbe riferirsi alle collane d’oro che identificavano lo status nobiliare dei guerrieri più importanti, come quelle dell’Età del Ferro trovate in alcuni siti archeologici scozzesi
  2. Ammiano Marcellino, 364
  3. L’idea del popolo oppresso che tenta il tutto per tutto per resistere al malvagio nemico razziatore è presente in moltissime culture, e in questo caso ha origine da un sermone di un abate del VI secolo: San Gildas, col suo “De excidio Britanniae”. Egli diffuse l’idea dei barbari invasori che, come con Roma, piombavano sulle civiltà più progredite per saccheggiarle e distruggerle. San Gildas voleva risvegliare le coscienze dei suoi contemporanei, i britanni, sempre divisi in fazioni bellicose, corrotti e scarsamente interessati alla causa comune.
  4. Brian Hope Taylor paragona l’invasione anglosassone della Britannia ai cowboys e gli indiani hollywoodiani, Yeavering: an Anglo-British centre of early NorthUmbria
  5. The Library of the World’s Best Literature. An Anthology in Thirty Volumes, C.D. Warner
Lorenzo Manara
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