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3 Maggio 2022

A caccia nel medioevo

a caccia nel medioevo

L’antica pratica venatoria fra destrieri, segugi, falconi, lupi, cinghiali, volpi, villani e imperatori: l’arte della caccia nel medioevo

La caccia è un’attività antichissima, forse ancor più antica della guerra, ma la sua pratica non è sempre stata legata alla pura e semplice sopravvivenza. Perché da quando gli esseri umani hanno cominciato a coltivare piante e allevare bestie in maniera intensiva, la necessità di varcare la soglia della selva oscura, imbracciando arco e frecce per stanare cervi e cerbiatti, divenne sempre meno fondamentale. Nonostante questo, però, la pratica venatoria non perse mai la sua importanza, soprattutto durante i cosiddetti “Secoli Bui”. La caccia nel medioevo divenne una forma d’arte vera e propria, oggetto di opere e manuali, da studiare e insegnare con passione. Tanto prestigiosa e raffinata da attirare l’attenzione di uomini che di cacciare per sopravvivere non ne avevano certo bisogno, come gli imperatori stessi. Fra i quali Federico II, lo Stupor Mundi: il più celebre falconiere della storia.

La falconeria

“Chiunque desideri imparare e praticare l’arte della caccia con gli uccelli, per essere in grado di nutrirli, custodirli, domarli, portarli e insegnar loro a cacciare altri uccelli, a cacciare con loro e, se necessario, a curarne le malattie, dovrebbe avere con sé la scienza di questo libro, sia ciò che è detto ora, sia ciò che segue, e quando ha questo in misura sufficiente può ricevere da qualcuno di più degno il titolo e il nome di falconiere. [Di media statura e di medio peso] non deve stancarsi dell’arte o del lavoro necessario, ma deve amarla e perseverare in essa, affinché anche nella vecchiaia non le sia meno devoto, il che verrà tutto dall’amore che ha per l’arte. Poiché l’arte è lunga e molte cose nuove accadono nella sua ricerca, non si dovrebbe mai desistere dalla sua pratica, ma mantenerla per tutta la vita per raggiungere una maggiore perfezione. Il falconiere dovrebbe avere una grande intelligenza naturale, poiché, sebbene imparerà molto sugli uccelli dagli esperti in quest’arte, avrà ancora bisogno di scoprire ed escogitare molte cose dalla sua stessa testa quando se ne presenterà l’occasione. Perché sarebbe impossibile e comunque stancherebbe alcuni annotare tutto e considerare tutte le possibili eventualità, buone e cattive, nel trattare singoli uccelli rapaci di temperamento diverso, quindi ciascuno fornisca ciò che è necessario dalla propria mente e dall’arte di questo libro….”

Reliqua librorum Frederici II Imperatoris de arte venandi cum avibus

Federico II era appassionato di caccia, soprattutto della prestigiosa modalità da effettuarsi con i rapaci, la falconeria: specialità per predare uccelli e prede di piccola taglia, come i conigli. L’imperatore era uno dei massimi esperti dell’epoca, così autorevole da scrivere un complesso trattato, il “De arte venandi cum avibus”, ovvero “L’arte di cacciare con gli uccelli.”

L’opera di Federico è un libro denso di informazioni tecniche molto precise, quasi scientifiche. Sfogliandolo, parrebbe un manuale specialistico come quelli che troviamo oggi in biblioteca, in cui si analizzano gli aspetti della caccia col falcone, si classificano svariate specie di uccelli, si studiano i movimenti migratori e le caratteristiche biologiche dei rapaci che, per loro natura, provano una profonda repulsione per l’uomo1. Per ovviare a questa naturale avversità, Federico consiglia alcuni espedienti per impedire all’animale di riconoscere il proprio padrone, dal semplice cappuccio (lo chaperon) alla brutta pratica della cigliatura.

La cigliatura consisteva nel cucire le palpebre del rapace per limitarne la visuale. La stessa funzione viene assolta dal cappuccio, metodo meno barbaro per impedire all’uccello di diventare irrequieto e provare a scappare e, magari, farsi male per via del guinzaglio che lo tiene legato. Federico consigliava di “allentare” la cucitura sulle palpebre a mano a mano che l’addestramento andava avanti, finché il falcone non fosse perfettamente abituato alla presenza del proprio padrone. Tuttavia, sembrerebbe che anche l’imperatore preferisse l’uso del cappuccio, arnese menzionato pure nella Divina Commedia: “Quasi falcone, ch’esce del cappello, Muove la testa, e con l’ale s’applaude” (Dante Alighieri, Divina Commedia, Paradiso, 19).

I rapaci usati per la caccia sono molti: falconi, falconcelli (smerli o smerigli) sparvieri, girifalchi, aquile, gufi, coccovegge2. Ciascuno con le sue caratteristiche, pregi e difetti, tutte elencate nel trattato dell’imperatore e in molti altri.

Purtroppo, per mio grande dispiacere, l’opera di Federico non presenta molti aspetti narrativi, e non contiene storie di caccia. L’imperatore era un uomo di scienza, dotto e preciso, perciò non si è lasciato sfuggire aneddoti particolari come fanno invece gli altri autori medievali (regalandoci a volte dei veri e propri racconti nascosti all’interno delle cronache, come vediamo costantemente qui, sul blog).

La passione bruciante per la specialità più rinomata di caccia nel medioevo, però, risultò fatale all’imperatore, che secondo Salimbene de Adam si lasciò distrarre perfino nel corso di un importante assedio: quello di Parma del 1248. Mentre Federico si trovava a cacciare, ci racconta il cronista, gli assediati compirono una massiccia sortita prendendo alla sprovvista l’esercito imperiale e ribaltando le sorti dell’intera guerra. Tutta colpa dell’uccello, si potrebbe dire.

Le donne a caccia

Per scoprire qualcosa di più sulla caccia nel medioevo bisogna quindi rifarsi ad altre opere, anche quelle pittoriche, dove troviamo un elemento molto interessante: la frequente presenza della donna in un contesto così “violento” e di chiara ispirazione guerresca.

Le donne sono talvolta rappresentate nelle scene di caccia (soprattutto col falcone), a piedi o a cavallo3 4 5 6 7. E nel manoscritto “The Taymouth hours”, realizzato in Inghilterra nella seconda metà del Trecento, compaiono 30 miniature che raffigurano nobili signore intente a praticare svariate modalità venatorie. Lo fanno in totale autonomia, senza compagni maschi di mezzo, avvalendosi di falconi8, segugi e combattendo con spada, lancia e arco (immagine che ho scelto come copertina di questo articolo).

Queste immagini sottintendono, forse, che le donne partecipavano agli episodi di caccia nel medioevo, anche quelli più impegnativi e pericolosi? Oppure, quella di “The Taymouth hours”, deve essere interpretata esclusivamente come una rappresentazione allegorica, che mette in scena un mondo di finzione (il mondo all’incontrario), come avviene per quanto riguarda gli animaletti armati da soldato e i coniglietti assassini tipici dei marginalia (per approfondire, leggi: “Storia degli animali antropomorfi“)? Non si può dire con certezza, ma io credo che sia del tutto plausibile che le donne si recassero a caccia nel medioevo, e che lo facessero perfino in sella al destriero o con la balestra in pugno (come vediamo in alcune immagini).

Per scoprire come si svolgeva nello specifico una battuta di caccia nel medioevo, dobbiamo restare alla corte di Federico II e lasciarci guidare da un famoso cavaliere tedesco che, secondo alcuni, insegnò l’arte all’imperatore stesso: Guicennas. Grazie alla sua opera, il “De arte bersandi” (citata pure nell’opera di Federico), finalmente troviamo la descrizione dettagliata di una battuta di caccia grossa, forse quella più spesso rappresentata a livello letterario: la caccia al cervo.

A caccia nel medioevo: il cervo

“Ha osato cervare un ucciso del re, ha-ha!”

Sceriffo di Ruttingham, Robin Hood man in thights

Guicennas ci racconta che per cacciare un cervo si deve per prima cosa stanarlo con l’aiuto di un brachet (bracchetto, da non confondersi con il segugio moderno, come ad esempio il beagle, probabilmente molto diverso dai cani di settecento anni fa), per poi spingerlo, con l’aiuto di un pugno di cavalieri, verso i cacciatori armati di arco o balestra, nascosti nella boscaglia. Dopo averlo bersagliato con i dardi, nel caso non fosse stato messo a segno un colpo mortale, il segugio avrebbe dovuto localizzare il cervo ferito seguendo le tracce di sangue nel bosco, fino alla completa cattura e uccisione. Anche Pietro de’Crescentis, nel suo Trattato di agricoltura del 1305 (Ruralium commodorum libri XII), quasi un secolo dopo, racconta la medesima metodologia.

“Anche si pigliano i cervi, quando dall’huomo fediti, con saetta, o palo, fuggono: e un piccol catello (cucciolo), a questo ammaestrato, per la via del sangue uscente, il perseguita tanto, che da quel catello mezzo vivo, o morto si trova.”

Può sembrare laboriosa, ma si trattava di una tecnica efficace. Laddove le grandi cacce signorili che coinvolgevano decine di cacciatori e un grande branco di cani davano come risultato la cattura di un solo cervo, viceversa, un piccolo gruppo di sei uomini e un bracchetto, come descritto da Guicennas, poteva tornare a casa invece con tre cervi9.

La caccia al cervo in ambito signorile veniva svolta come forma di aggregazione sociale e addestramento alla guerra. Pertanto, nel caso vi fossero coinvolte personalità importanti, seguiva regole molto rigide. Dapprima, un cacciatore con un segugio al guinzaglio s’inoltrava nel bosco per andare alla ricerca del cervo più bello (dando luogo al mito della riserva di caccia proibita al popolo, come nei racconti inglesi alla stregua di Robin Hood), poi tornava dal proprio maestro di caccia per decidere di concerto con gli altri cavalieri come iniziare l’inseguimento. Branchi di cani venivano portati in luoghi diversi del bosco per coprire più terreno possibile e, a quel punto, si dava inizio all’inseguimento suonando i corni. L’evento poteva durare per ore, finché il cervo non si fermava, esausto, circondato dai cani. Una volta braccato, i cacciatori si radunavano intorno alla preda e uno di loro si faceva avanti per ucciderlo a colpi di spada.

Le capacità e l’equipaggiamento del cacciatore

Nell’opera di Guicennas si fa menzione anche delle capacità fondamentali di un buon cacciatore, il quale deve sapere come fabbricare una freccia e un guinzaglio, nonché come suonare il corno e scuoiare un cervo. Nel suo equipaggiamento non possono mancare una corda e una “petra focalis”, ovvero la selce adoperata per produrre scintille e accendere un’esca (come nel caso dei primi meccanismi da sparo del XVI secolo, detti ad acciarino e pietra focaia, per l’appunto). Inoltre deve sempre disporre di martello e chiodi per ferrare il cavallo in caso di necessità. Così come deve saper guidare e mantenere i propri cani, compagni irrinunciabili per la riuscita di una buona caccia.

I cani da caccia nel medioevo

“Del prender le bestie, e le fiere, e prima come si prendea le lepri co’cani. Cap XXIX
Le lepri spezialmente si prendono con cani, ma, per trovarle, bisogna cani chiamati segugi, o vero bracchetti, i quali, quanto più sottile odorato hanno, tanto miglior sono. Anche son necessari cani al correr molto leggeri, che quelle perseguitino, e piglino, i quali tutti a questo s’ammaestrano (…) Da’ quali anche si pigliano capriuoli, e alcuna volta cervi, massimamente con aiuto di reti grandi, poste ne’ luoghi, dove si fugano. Anche si prendono da loro le volpi, avvegnaché sieno in fugga molto sagaci. Anche i conigli, quando si trovan rimossi dalle loro cave. Anche con cani si pigliano porci salvatichi, e lupi, ma con aiuto de’ cacciatori, imperroché rade volte soli presumono appressarsi a quelli, se non sono mastini fortissimi, e audaci. Ma a pigliare porci selvatichi, di necessità sono spiedi forti, con ferro acuto, e in mezzo una crocetta: i quali i cacciatori, vedendo venire il porco adirato, appoggiano, e fermano in terra, tenendo il ferro contra’l porco, che da quello fedito, non si può insino al cacciatore apprestare: e un picciol cagnuolo, a ciò ammaestrato, lo seguiti, e così da’cani s’uccide, e da’cacciatori.”

Pietro de’Crescentis, Trattato di agricoltura, 1305 (Ruralium commodorum libri XII)

La caccia nel medioevo prevedeva l’impiego dei cani sia liberi che trattenuti dal guinzaglio. Li si poteva seguire a piedi, come nel caso della caccia con arco e frecce, oppure in sella al destriero, come nel caso delle grandi cacce signorili di stampo guerresco. I tipi di cani scelti dai cacciatori erano numerosi: il levriero era usato per catturare e abbattere una preda in corsa, stessa cosa valeva per il grande alaunt, un molossoide oggi scomparso, simile all’alano, forte e agguerrito. A volte questi cani erano provvisti di pesanti collari borchiati, per impedire che venissero azzannati alla gola durante la lotta con prede particolarmente pericolose, come il cinghiale, l’orso o il lupo.

I mastini, solitamente riservati alla guardia di greggi e case, potevano essere usati anche nella caccia, sebbene fossero meno apprezzati. Infine, il segugio veniva usato per stanare e seguire le prede, soprattutto cervi e cerbiatti, formando branchi di almeno dodici cani per arrivare addirittura a cinquanta10. I cani però davano il meglio se coadiuvati dall’utilizzo di alcuni arnesi, come ad esempio le reti ma, soprattutto, le armi più efficaci per cacciare: ovvero l’arco e la balestra.

Tiro con l’arco o balestra

“Come si pigliano col balestro Cap. XXVIII
Che il balestratore, che vuol l’oche, o altri uccelli grandi saettare, dee aver saette biforcate dalla parte anteriore, in ciascuna parte acute, che l’alie che toccano, e’l collo, taglino, imperrocché la comune percossa, o foro della saetta, non offenderebbe l’uccello in tanto, che rimanesse, quivi, ma fedito, se n’andrebbe: ma finalmente, fedito,  altrove si morrebbe. Anche, quando saetta, dee guardare non alla prima, né all’ultima, ma a una di quelle del mezzo, acciocché se la saetta va, o più qua, o più là, come spesso avviene, che la prima, o l’ultima ferisca, acciocché invano non saetti (…)
Quelli che con balestra o arco vuol saettare, dee la mano manca tener fermissima, se dirittissimamente vuol saettare: ed è di necessità che abbia balestro o arco ottimo e saette dirittissime. Ma colui, che vuol saettare con saeppolo, o arco da pallottole, dee aver le pallottole d’ugual peso, e ben ritonde (…)
Anche si pigliano a fornuolo: e questo i contadini usano nelle notti molto oscure. Hanno una fiaccola, la quale un porta chinata: presso alle siepi verdi, nelle quali dormono gli uccelli, i quali, quando si destano, vengono allo splendor del fuoco, e due altri, con due mazzuole, che hanno da capo, a modo di paletta, tessuta di vinchi, gli ammazzano.”

Pietro de’Crescentis, Trattato di agricoltura, 1305 (Ruralium commodorum libri XII)

Il tiro con l’arco è forse la tecnica più utilizzata durante le battute di caccia nel medioevo, sia per quanto riguarda i grandi eventi signorili, che per gli episodi di minore portata. Arcieri e balestrieri erano spesso aiutati dai loro cani (di solito segugi, come il bracchetto), che localizzavano e seguivano la preda per lasciare che i loro padroni la ammazzassero a suon di dardi, tenuti a debita distanza.

Per tirare a prede piccole, come conigli e uccelli, gli arcieri potevano usare frecce di ogni forma e fattura: biforcute per mozzare ali e collo della preda11, oppure smussate (boujons), con l’estremità arrotondata per abbattere gli uccelli più piccoli senza danneggiarli troppo (ed evitare di trovarsi in tavola per cena una poltiglia spappolata).

Il saeppolo (o arco da pallottole) è un arco specifico per la caccia agli uccelli. Treccani lo definisce “Piccolo arco per tirare pallottole, usato un tempo nella caccia di uccelli“, tuttavia mi trovo dubbioso riguardo questa interpretazione. Perché nonostante venga definito “arco” poteva trattarsi anche di una balestra, visto che l’equivalente nel mondo anglosassone è lo “stone bow”, termine per indicare principalmente un tipo di balestra. Al posto di quadrelli o verrettoni, il saeppolo (chiamato anche pellet bow, in inglese) può scagliare pallottole tramite un meccanismo di raccolta che ricorda vagamente quello di una fionda. Come riportato nel manoscritto, i proiettili dovevano essere pallottole della stessa dimensione, “ben ritonde“: semplici sassi non avrebbero sortito l’effetto sperato.

Il saeppolo, o arco da pallottole, in una moderna ricostruzione. Tale tipologia di arco era diffusa anche nel mondo asiatico.

Per tirare con proiettili del genere ed evitare che si schiantassero contro il manico dell’arco (o la mano dell’arciere!) era necessario tendere la corda in maniera leggermente deviata rispetto all’allineamento del braccio, in modo che la pallottola sarebbe schizzata via di fianco al manico. Si tratta di un argomento oscuro, di cui si trovano poche informazioni. Mi piacerebbe sapere se nel medioevo era uso scagliare più pallottole assieme, come accade oggi con i fucili da caccia caricati a pallettoni. Ma non ho ancora trovato fonti storiche su questo specifico dettaglio.

Il tiro con l’arco è la modalità di caccia nel medioevo che richiede meno risorse rispetto alla falconeria o agli inseguimenti con decine di cani, e, di conseguenza, rivestiva un ruolo più importante nel procacciare cibo. Come detto sopra, un gruppetto di pochi cacciatori poteva essere molto efficiente, di certo più del signore feudale o di un santo cacciatore12 che “prendeva d’assalto” il bosco con decine di cani e cavalieri della sua masnada, a suon di corni e grida. L’obiettivo era differente, del resto, così come il metodo impiegato per raggiungere il risultato: da un lato la pura e semplice necessità, dall’altro una pratica militare per tenere allenati i propri cavalieri e scudieri, oltre a uno sfoggio di potere e autorità.

Un altro metodo “povero” per acchiappare uccelli in uso presso i contadini era quello che prevedeva l’uso di una torcia, di notte, da agitare vicino ai cespugli. Gli uccelli, svegliati all’improvviso, uscivano dai loro nidi in direzione della fiamma e finivano smazzolati dai contadini armati di bastone. Nessuna particolare capacità era richiesta, se non quella di colpirli al volo in una specie di versione sanguinaria del baseball.

Ma non si cacciavano solo uccelli e cervi. Vi erano numerose altre prede che abitavano il bosco nel medioevo, ciascuna delle quali richiede un metodo di cattura specifico. Di seguito, riporto alcuni suggerimenti presi dal trattato di Pietro de’Crescenzo riguardo lupi, volpi, porci selvatici e, infine, i peggiori di tutti: i topi.

Del pigliar lupi e volpi. Cap XXXII

“Volpi e lupi massimamente si pigliano con tagliuola di ferro, che intorno a se ha molti ramponi aguzzati: ed eglino hanno intorno ad esse un anello, presso al luogo ove annodati si volgono, al quale s’annoda un pezzo di carne, e ogni cosa s’occulta, fuor che la carne, e giacciono in terra ferme: e quando il lupo tira la carne co’denti, l’anello si lieva in alto, e racchiude i ramponi intorno al capo del lupo, il quale quanto più tira, credendo fuggire, con essa più forte è stretto, e tenuto.”

Pietro de’Crescentis, Trattato di agricoltura, 1305 (Ruralium commodorum libri XII)

Come si piglino alle fosse. Cap XXXIII

“Nelle fosse, in questo modo massimamente i lupi si pigliano: fassi una fossa larga, sì come un gran pozzo, e tanta profonda, che quindi non possa uscire. Questa si copre d’un ritondo graticcio, che non tutta, ma quasi tutta, sopra la fossa, ma sia rasente l’orlo, e sotto il graticcio in mezzo si lega una stanga più lunga che’l graticcio, e ritonda, e nel mezzo del graticcio si lega un’oca, o vero un agnello, e copresi tutto il luogo di paglia:e il lupo venente, volendo pigliar l’oca, o l’agnello, cade nella fossa col graticcio subitamente rivolto. Anche alla fossa si prendono moltitudine di porci selvatici, in questo modo.”

Pietro de’Crescentis, Trattato di agricoltura, 1305 (Ruralium commodorum libri XII)

Come si pigliano i topi. Cap XXXV

“I topi si pigliano e uccidono in molti modi. Uno modo è co’ gatti domestici, che si tengono in casa. L’altro modo è con trappole che si fanno di piccol legno cavato, nel qual cade un altro legno piccolo grave, e tiensi sospeso con un piccolo fuscello, sotto l’quale si pone un poco di cotenna di porco: e quando’l topo la piglia, scocca, e cade addosso al topo. Ma questo modo è sì conosciuto da tutti, che non bisogna troppo spiegarlo. Anche si pigliano con un’asse levata e sostenuta da un piccol fuscello, pigliando l’esca, scocca l’asse, e muore il topo. E ancora è un altro modo, quando in un nodo di canna grossa si fa da un capo un’archetto con corda, nella quale sta un ago grande, e nel mezzo della canna bue un foro, e dentro si pone la cotenna legata ad alcuna verghetta e si acconcia che quando il topo, per lo foro, la cotenna muove, l’arco scocca e l’ago fora il capo del topo, e tienilo. Ancora d’un altro modo. Prendasi un vaso, donde non possano uscire, e facciasi mezzo d’acqua, la cui superficie si cuopre di spelda che soprassa all’acqua, la quale il topo, vedendo, e non l’acqua, discende in quella e annega. Anche un altro modo che il vaso si cuopre d’una carta, e questa in croce si taglia, e nel mezzo vi si mette una cotenna di porco, e’l topo, volendo ire a quella, la carta si piega, e’l topo dentro rovina, e affoga, se acqua vi sia, e sanza acqua in breve tempo si muor di fame, e la carta da sé, per sua natura ritorna al suo luogo, e in questo modo molti se ne pigliano. Dicesi ancora dagli esperti che se i topi, nel vaso, senza acqua cadenti, lungo tempo viver si permettono per molta fame costretti, si mangiano intra di loro. Il più poderoso divora il più vile: e se tanto si lasci, che rimanga il più forte solo, e questo si lasci andare, quantunque, in qualunque parte, ne truova, gli uccide, e manuca, imperroché, è avvezzo, e con agevolezzagli piglia, conciossiacosa, che da lui non fuggano.”

Pietro de’Crescentis, Trattato di agricoltura, 1305 (Ruralium commodorum libri XII)

Il tema della caccia nel medioevo non si esaurisce certo qui, data la sua ampiezza. Nel mio piccolo ho cercato di riportare quelle fonti storiche interessanti e originali che avevo adocchiato tempo fa, durante la fase di documentazione per la Stirpe delle Ossa, il mio ultimo romanzo. Se ti piace quel che scrivo resta da queste parti, magari arruolandoti alla mia masnada tramite newsletter. E ci leggiamo alla prossima.

  1. A. L. Trombetti Budriesi, Introduzione al De Arte Venandi cum avibus
  2. Ruralium commodorum libri XII, Pietro de’Crescentis
  3. Coppia con falco, Anjou bible, 1340, Maurits sabbe library
  4. Bianca Lancia e Federico II, Codex Manesse
  5. The devonshire Hunting Tapestries, 1420
  6. Mirror case: lady and a knight with falcon, carved ivory, Museo Correr
  7. Riding couple, Tristano e Isotta, Ivory, Paris, Louvre 1340
  8. Sembrerebbe che il rapace ritenuto più appropriato per le donne fosse lo sparviero (sparrow hawk), di cui esistono alcuni esemplari talvolta chiamati “Éperviers a dames”
  9. Come spiegato in “A cultural history of animals in the medieval Age, Medieval Hunting, Brigitte Resl”
  10. “A cultural history of animals in the medieval Age, Medieval Hunting, Brigitte Resl”
  11. A tal proposito consiglio il Ruralium commodorum libri XII, un’enciclopedia sull’agricoltura scritta a Bologna intorno al 1305, dove l’autore, Petrus de Crescentiis, dedica il suo decimo libro a diversi tipi di caccia: falconeria (capitoli 1 a 15), cattura di uccelli (capitoli 16 a 20), cattura quadrupedi (capitolo 21-26), topi cattura (capitolo 27) e pesca (capitoli 28-30)
  12. Diversi santi sono raffigurati con un falco in mano, come Bavo in Belgio, Gengoult e Thibaut in Francia, Giuliano l’Ospitaliere in Francia e Spagna e Tryphon nell’Europa orientale. Le vite di Saint includono aneddoti di caccia, come l’apparizione di un cervo crocifero a sant’Eustachio, leggenda poi trasferita a Hubertus, patrono dei cacciatori il cui culto si sviluppò a Saint-Hubert nelle Ardenne
Lorenzo Manara
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