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29 Marzo 2022

Storie medievali di gente comune

storie medievali di gente comune

Dalle cronache italiane del Due-Trecento: storie medievali di uomini, donne e condottieri finite in tragedia

Quando parliamo di storia vengono in mente i grandi del passato, ovvero quei personaggi che “han fatto la storia” oppure, ancor meglio, “la grande storia”; la portata storica è infatti il metro di giudizio che piace usare un po’ a tutti… tranne che a me. Per la scrittura del mio ultimo romanzo “La Stirpe delle Ossa” mi sono ispirato alle storie medievali che trovate qui sul blog, e sul mio canale YouTube (iscrivetevi, se non lo avete ancora fatto!); storie di personaggi il più delle volte perduti e dimenticati, ma non meno interessanti.

Certo, è sempre bello raccontare le gesta di Guglielmo il Maresciallo o del re Santo, però trovo ancor più affascinante scoprire cosa succedeva nelle città e nei borghi italiani fra cavalcate, battaglie, scherzi, litigi e vere e proprie tragedie, alcune delle quali ho deciso di riunirle in questo articolo, in modo da farvi conoscere le storie medievali che più mi hanno colpito in fase di documentazione per il romanzo.

Il malvagio giustiziere Giovanni Acuto

“Messer Giovanni Acuto con sua gente avendo presa Faenza e messa a sacco tutta e usrpredata d’ogni cosa, avenne che due caporali intrando in uno monastero di monache, che v’era dentro una fanciulla molto bella, di che ogni uno di questi due caporali voleano la detta fanciulla; e per questo i detti capitani si sfidaro a morte per combatterla”

Cronaca senese di Donato di Neri 1370

Il John Hawkwood di cui abbiamo già parlato nel racconto della battaglia di Cascina, condottiero inglese che trascorse tutta la vita a menar di spada nel Bel Paese, fu protagonista di innumerevoli storie medievali italiane, compresa questa “chicca” dal finale alquanto sconcertante.

Durante un bel saccheggio, gli uomini di Giovanni Acuto (conosciuto maggiormente col suo nome tradotto in italiano) s’invaghirono di una fanciulla all’interno di un monastero. E tale era la sua bellezza, che si misero a combattere per decidere a chi sarebbe spettata.

“La detta fanciulla molto sì racomandava a Dio e a la Vergine Maria che l’aiutasse e non fosse vitoperata. Messer Giovanni Acuto vegiendo che per amore di costei era cagione di perdare i due caporali, non potendo riparare che non combattessero insieme, prese una daga e diede nel petto a la detta fanciulla e morì; e così ì detti due caporali rimasero di non combattere. E in questo modo la Vergine Maria consarvò la sua verginità d’essa fanciulla e fu martire. In questo tempo el detto messer Giovanni Acuto era capitano de’ Fiorentini”

I due soldati combattevano per spartirsi il “bottino”, mentre la fanciulla si raccomandava a Dio e alla Vergine per non finire violentata. Lo spettacolo attirò l’attenzione dello stesso Acuto, il quale non riuscendo a placare l’impeto dei suoi soldati, estrasse un pugnale e lo piantò nel petto della fanciulla.

Nel peggior finale della più tragica fra le storie medievali, la fanciulla trafitta dal condottiero, “per amor suo”, divenne martire. E’ probabile che si tratti di una storia falsa, tuttavia l’episodio è caratteristico di quel che si poteva pensare nel trecento italiano dei mercenari stranieri; che nonostante portassero nomi “tradotti”, conservavano sempre quei modi spietati tipici di coloro che compivano ogni genere d’empietà (anche se empietà d’ogni genere vengono messe in atto da chiunque, stranieri e non). 

Di storie medievali italiane finite in tragedia ce ne sono moltissime, alcune così “lapidarie” (è il caso di dirlo) da meritare qualche riga negli annali delle cronache senesi, di cui vi lascio una breve selezione. Si tratta di vicende che fecero notizia, come in un moderno telegiornale. E infatti vi consiglio di leggerle con voce da giornalista, anche per stemperare un po’.

Dalla cronaca senese di Paolo Tommaso Montauri, anni 1378-1383

  • Mino di Giovanni di Nino de l’Agazaia cittadino di Siena, li fu tagliata la testa per lo podestà di Siena, perchè dette una bastonata a Giovanni Tramazini nel volto, e morì: e fu a dì 13 di maggio.
  • Uno aretino amazò la moglie e la suocera.
  • Ser Agniolo d’Andrea dal Pogio si ferì lui stesso sciaguratamente nella bottega di Gura spadaio con un coltello nella coscia, e morì in pochi dì.
  • Uno fanciullo cadde nel pozzo de’ Servi che vel gitò la ruota e afogò, e fu trato morto.
  • Una donna si gettò dale finestre nel borgo, e morì.
  • I frati minori di Siena ebbero romore fra loro, e per questo il capitano di popolo ch’era Neruccio di Buoninsegnia fece serrare la porta e ste’ 3 dì e mezzo serrata.
  • Conte di Jacomo da Baldera fallì e portossene di molti denari, inperochè pochi dì inanzi andava acatando denari su pe’ banchi e acatava coregie d’argento e anella e ciò che poteva, e poi serrò e andandosene.
  • Chimento d’Andrea banchiere nipote di Jacomo Cava fallì.

Gli episodi più belli sono certamente quelli che riguardano Ser Agniolo, che si ferisce da solo nella bottega dello spadaio con un coltello, per poi morire pochi giorni dopo, e il “romore”: ovvero il tumulto, la rivolta, dei frati minori di Siena, che fecero così tanto trambusto da costringere il capitano di popolo a serrare “la porta” per tre giorni e mezzo. Se questa porta sia riferita a quella del convento o addirittura della città non sono riuscito a capirlo, anche perché resta difficile collocare un aneddoto così sintetico nella complicata storia medievale senese.

Del Conte di Jacomo da Baldera invece si racconta una probabile bancarotta fraudolenta, poiché dopo aver raccolto “denari su pe’ banchi”, corregge d’argento e tutto ciò che poteva, “serrò” e se ne andò. Chissà se poi sono riusciti a prenderlo.

Il povero fanciullo spaventato

“A dì 16 di detto mese cavalcò la gente del comune di Siena al di là da Radda, presero molta preda e prigioni; e’nimici li perseguitaro infino presso a Siena, e poi là e’ Fiorentini missero uno agguato, e poi la matina uscì fuore la gente de’ Sanesi e incontroronsi insieme ch’erano più di 600, combatterono per una grande peza e fuvi assai de’ feriti e de’ morti; che intanto certa brigata de’ Fiorentini [venne] per infino presso a Siena per loro luogo a Capraia e in Valdipognia e presero prigioni e preda, e tolsero’ uno fanciullo a una donna, e lei lo richiese per amore di Santo Antonio, ed elino dissero: “Tu ce l’ai adomandato per tale signore che noi te lo voliamo rendare; e così fecero e poi el fanciullo in capo a tre dì si morì di sua morte, dissesi per la grande paura ch’egli ebbe si morì.”

Cronaca senese di Paolo Tommaso Montauri, anno 1391

In una delle infinite cavalcate di cui si racconta spesso nelle storie medievali, capitò che una drappello di fiorentini si diede al saccheggio per i borghi limitrofi a Siena, rubando e predando. Nel corso dell’incursione tolsero un fanciullo a una donna, la quale li pregò, disperata, di restituirlo “per amore di Santo Antonio“.

I soldati fiorentini, nel sentire il nome del santo, decisero di restituire il fanciullo. Tuttavia, “per la grande paura ch’egli ebbe” il fanciullo morì dopo tre giorni. Probabilmente era stato malmenato o, se molto piccolo, strattonato in malo modo provocando delle lesioni. In ogni caso, questo tristissimo episodio ci racconta molto su quel che può accadere in guerra, di qualunque epoca si parli.

Di Barocco l’eccitato (Barocco fu morto)

“Barocco fu uno dei maggiori nobili di Siena, ed era de’ Malavolti, e quasi non era niuno che per la sua alterigia non volesse superchiare, e none aveva paura di nessuno. E un dì messere Robba de’ Rinaldini, avendo veduto a costui fare certa ingiuria a una contadina, che la volse pigliare forzatamente e lei cominciò a gridare, e in tanto v’arrivò questo messere Robba e cominciò ad ammonire costui onestamente, che non faceva bene a fare quello che lui faceva inverso de’ sudditi della città; soprattutto a volere esforzare una donna.”

Cronaca senese di autore anonimo, anni 1263-1264

Tale Barocco de’ Malavolti, uno dei maggiori nobili di Siena sul finire del XIII secolo, che in realtà poteva chiamarsi “Braccio” (spesso i nomi venivano “corrotti” in fase di scrittura, inconsapevolmente; accade perfino all’interno di uno stesso paragrafo), era un malvagio menefreghista che non aveva paura di nessuno.

Un giorno volle “pigliare forzatamente” una contadina per stuprarla e costei cominciò a gridare, tanto che le andò in soccorso un altro messere: Robba de’ Rinaldini (anche qui, vai a sapere come si chiamava realmente). Robba, fattosi paladino delle ingiustizie, ammonì Barocco: “che non faceva bene a fare quello che lui faceva inverso de’ sudditi della città; soprattutto a volere esforzare una donna“.

“E quando Baroco entese messere Robba che l’ammoniva, cominciò a pigliare quistione co’lui e cacciò mano alla sua dagha per dare a messere Robba; ma messere Robba chacciò mano alla sua spada che gli portava dietro il suo famiglio, e andò adosso a Barocco, e lo ferì per modo che anzi si partisse l’ammazzò. E molta gente che era a vedere la detta questione, ognuno diceva, ben gli stà.”

Quando Barocco estrasse il pugnale, Robba rispose facendosi portare la spada da un suo famiglio (scudiero?) e lo ferì “per modo che anzi si partisse l’ammazzò“. L’aspetto interessante della vicenda non è tanto il riprovevole atto di violenza nei confronti di una donna (cosa che non è di certo esclusiva medievale), quanto l’opinione “pubblica”, se così possiamo chiamarla.

Poiché si potrebbe esser portati a pensare che in tali Secoli Bui la gente fosse abituata a violenze e stupri e che, addirittura, potessero essere normali accadimenti di cui non ci si poteva far niente. Ma a giudicare dall’intervento del buon messer Roba e da quel che accadde dopo, la realtà storica ci stupisce ancora una volta.

“E intanto andoro le novelle a Guglielmo, podestà, come era stato morto Baroco e quale era la cagione, e chi l’aveva morto; di subito fu mandato a messere Robba, che non dubitasse di niente, imperoché loro avevano inteso la cagione e perché; e che di questa morte Baroco se n’era stata cagione; e però fu perdonato a messer Robba de’ Renaldini.”

Il podestà di Siena, avvertito dell’omicidio, indagò sul fatto e dopo aver ascoltato i testimoni presenti sul luogo del duello non ebbe niente di che dubitare: Robba aveva fatto bene ad ammazzare quel violento stupratore e fu perdonato. Un lieto fine per concludere l’articolo in bellezza!

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Lorenzo Manara