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15 Marzo 2022

La condanna e il pentimento: storie di dannazione

dannazione inferno medioevo

La paura della dannazione eterna nei racconti medievali: quando la strada per la salvezza è minacciata da demoni e profezie infernali

Nel finto Medioevo messo in scena dalle opere d’intrattenimento contemporanee è più che normale imbattersi in una rigida spiritualità fatta di inquisitori sanguinari, roghi di streghe e condanne ingiuste. Tuttavia, nella dottrina cristiana diffusa attraverso i manoscritti più antichi, emerge l’aspetto su cui ancora oggi si basa l’insegnamento religioso: la misericordia. Perché secondo alcune visioni teologiche cristiane chiunque può scampare all’eterna dannazione, qualunque sia il peccato: basta che sia davvero pentito.

Un esempio di questa elasticità mentale all’apparenza moderna (quella del perdono incondizionato, in caso di una vera redenzione) lo ritroviamo nella magnifica opera di un autore ormai celebre qui sul blog: Cesario di Heisterbach, abate cistercense di grande sapienza e fervida fantasia. Grazie a lui abbiamo scoperto veri e propri racconti che originariamente dovevano servire come parabole teologiche, ma che nelle mani sbagliate (ovvero le mie) fanno da ispirazione fantasy per la scrittura dei miei romanzi. Cominciamo quindi con il racconto di due episodi che rispecchiano due facce della stessa medaglia: la salvezza e la dannazione.

La dannazione di Gottschalk l’usuraio: che vide un seggio di fuoco preparato per lui all’inferno

“Quando Master John, Scholasticus di Xanten, e Master Oliver, Scholasticus di Colonia stavano predicando la Crociata contro i Saraceni nella diocesi di Utrecht, come mi fu detto dal suddetto fratello Bernard, che in quel tempo era il collega di Oliver e assistente predicatore, c’era un uomo di nome, se ben ricordo, Gottschalk, che lavorava come usuraio. Quest’uomo prese la croce non per devozione, come fu poi chiaro, ma perché vi fu spinto dalla pressione urgente di quelli che stavano intorno a lui.”

Dialogo sui miracoli, Cesario di Heisterbach, CAPITOLO VII

Di usura e peccato ne parla ampiamente Dante Alighieri nella sua Divina Commedia, tema che però non rimaneva confinato alla sola Italia e ai suoi ricchi comuni pieni di banchieri e moneta sonante. In questa opera proveniente dal cuore del Sacro romano impero, lontanissimo dai commerci di Firenze, Genova e Venezia, accade la stessa cosa (e ben prima delle rime del Sommo).

Durante la chiamata alle armi contro i saraceni in quella che era probabilmente la Quarta crociata, un usuraio di Utrecht fu costretto dai suoi conoscenti a prendere la croce. Si trattava di un impegno letterale (prendere una croce ricamata da cucire sulla veste o sul mantello) da onorare tramite il viaggio fino in Terra Santa, per combattere e conquistare Gerusalemme. Ma di questo, l’usuraio, non ne aveva alcuna intenzione.

“Quando i dispensatori del Papa, per ordine di Innocenzo, stavano raccogliendo i soldi per il riscatto dei voti da coloro che erano troppo vecchi o troppo infermi o troppo poveri andare, questo stesso usuraio, si giustificò dicendo di essere un povero uomo, e diede a uno dei dispensatori una somma di circa cinque marchi, e con tale pretesa imbrogliò il prete. I suoi vicini dichiararono in seguito che avrebbe potuto darne quaranta di marchi, senza diseredare i suoi figli, come pretendeva. Ma Dio, che non è deriso, portò il suo inganno a una terribile fine.
Il disgraziato sedeva nelle osterie, provocando Dio, e insultando i suoi pellegrini in questo modo: “Stupidi,” diceva: “attraverserete il mare, e sprecherete le vostre sostanze ed esporrete le tue vite a tutti i tipi di pericoli, mentre io, per i cinque marchi con cui ho riscattato il mio voto, resterò a casa con mia moglie e i miei figli.” Ma il Dio della giustizia, affinché mostrasse apertamente con che favore guardava alla fatica e dispendio dei pellegrini, e quanto erano malvagi ai Suoi occhi l’arte e la bestemmia del loro oltraggiatore, spedì l’uomo da Satana per insegnargli a non bestemmiare.”

Appena si presentò l’occasione di tirarsi indietro, l’usuraio la prese al volo. Perché non tutti potevano partire per una crociata, questo la Chiesa lo sapeva bene, dunque era stato istituito un metodo per contribuire agli sforzi bellici, seppur non in prima persona: una tassa, ovviamente.

I vecchi, gli infermi, i poveri che non potevano permettersi di comprare armi e bagagli, e tutti coloro che non ne avevano semplicemente intenzione, tramite il pagamento di una determinata cifra potevano “riscattare il voto” e quindi sollevarsi dall’impegno. L’usuraio percorse questa strada e si finse povero, togliendosi dall’impiccio con soli cinque marchi “nonostante avesse potuto darne quaranta”. Ma il Signore non è cieco dinnanzi agli imbrogli. E l’eterna dannazione colpisce sempre i peccatori impenitenti.

“Una notte, mentre dormiva accanto a sua moglie, sentì nel proprio mulino, che confinava con la sua casa, un rumore come quello del girare di ruota. Chiamò il suo servo e gli chiese: “Chi ha messo in moto il mulino? Vai a vedere chi c’è.” Il ragazzo uscì e tornò perché era troppo sopraffatto con terrore di entrare. “Chi c’è?” gridò il suo padrone. “Un tale orribile orrore è venuto su di me alla porta”, ha risposto, “che sono stato costretto a tornare indietro.” E lui: “Anche se c’è il diavolo in persona, andrò a vedere”. Portando il mantello sulle spalle, poiché era svestito, lui andò al mulino, aprì la porta e guardò dentro, e vide qualcosa di terribile. In piedi c’erano due cavalli neri come il carbone, e da loro un servitore deforme dello stesso nero carbone, che gridò all’uomo: “Svelto monta questo cavallo; è stato portato per te.”

Una notte, nel mulino di sua proprietà, si manifestò una visione demoniaca: due cavalli neri come il carbone, tenuti per le briglie da un servitore infernale, anch’esso nero come il carbone. “Monta a cavallo” venne ordinato all’usuraio. “Perché il cavallo è per te.”

“L’uomo divenne pallido e tremante, e rabbrividì nel sentire questa parola di comando. E vedendo che non obbediva, il diavolo gridò di nuovo: “Perché esiti? Togliti quel mantello e vieni.” Perché sul mantello era stata cucita la croce del crociato, che aveva preso. Che se ne faceva ormai? Sentendo nel suo cuore disperato il potere della convocazione del diavolo, e non potendo più resistere, si tolse il mantello, entrò nel mulino e montò a cavallo, che era egli stesso stesso un diavolo. Il demone attendente montò sull’altro, e con incredibile rapidità entrambi furono portati dalla dimora di dolore a un’altra. Là il disgraziato vide suo padre e madre nella più miserabile situazione, e molti altri, della cui morte era del tutto ignaro. Anche lì vide un onorato cavaliere, Elia di Rheineck, burgravio della città di Horst, morto di recente; montava su una giovenca, pazza di rabbia, con la faccia verso la coda; e mentre lei correva qua e là, gli incornava la schiena a colpi di corna. Quando l’usuraio si avvicinò a lui domandò: “Signore, perché sopporti così grandi pene?” rispose: “Questa giovenca l’ho presa senza pietà da una vedova, e così senza pietà io devo sopportare queste pene dalle sue corna.”

L’usuraio di Utrecht venne comandato di montare in sella dopo essersi tolto il mantello su cui era cucita la croce (diventata simbolo del suo peccato), mentre il demone montava sull’altro. Insieme si recarono “da una dimora di dolore all’altra”, in una discesa agli inferi degna di una catabasi greca (vedi l’articolo su “La necromanzia“).

Tra le fiamme dell’eterna dannazione vide i propri genitori e molte altre persone di cui non conosceva la morte, fra cui un cavaliere scomparso di recente, afflitto da un tormento dantesco in piena regola: egli montava una giovenca al contrario, con la faccia rivolta verso la coda, e si buscava colpi di corna sulla schiena a ogni passo. L’aveva presa a una vedova, senza pietà, e ora ne sopportava le pene del contrappasso.

Poi gli fu mostrata una sedia infuocata, non un luogo di pacifica seduta, ma di dolore, dolore senza fine; e udì una voce che diceva: “Ora sarai ricondotto a casa tua, ma dopo tre giorni spoglierai il tuo corpo, e la tua anima tornerà al tuo posto, e vi si siederà quella sedia, riceverai la tua ricompensa”. Poi fu ripreso dal demone e riportato al mulino, e lasciato lì mezzo morto. È stato trovato dalla moglie e servi e portato al suo letto; e quando hanno chiesto lui dov’era stato, rispose: “Sono stato portato via all’inferno, e tali e tali cose ho visto, e la mia guida mi ha mostrato un posto preparato me, e che dopo tre giorni avrei ricevuto la mia dovuta ricompensa.” Il prete fu convocato d’urgenza, e la moglie lo pregava di calmare i suoi terrori, di liberarlo dalla disperazione e per esortarlo alla via della salvezza. Ma quando il prete: lo esortò alla contrizione per i suoi peccati, e fare onesta confessione, assicurandogli che nessuno deve disperare della misericordia di Dio, rispose: “A che serve dire questo? Non posso redimermi, credo sia inutile confessare. Cosa è stato nominato deve essere adempiuto. Il mio posto è preparato per me; in tre giorni io devo andare là, e là ricevere il dovuto compenso per le mie azioni”.

Infine, l’ultima visione fu quella di una sedia infuocata, mezzo di “dolore senza fine”, tormento eterno e dannazione: esattamente ciò che attendeva l’usuraio al termine dei tre giorni successivi. Una profezia funesta che lo accompagnò nel viaggio di ritorno, in groppa al cavallo nero, fino al mulino. Venne ritrovato dalla moglie, mezzo morto.

Proprio come nel Canto di Natale di Dickens (le cui analogie sono molte), l’usuraio si trovò dinnanzi a una condanna apparentemente senza via di scampo. Tuttavia il prete venuto per visitarlo, udita la storia, lo esortò a confessarsi e pentirsi, assicurandogli “che nessuno deve disperare della misericordia di Dio”.

L’usuraio però si era ormai rassegnato. Per lui la visione era un chiaro messaggio di ciò che lo attendeva, senza alcuna possibilità di cambiamento; la profezia di una dannazione a cui era impossibile sottrarsi.

E così senza contrizione, senza confessione, senza viaticum o unction, il terzo giorno morì e all’inferno fu seppellito. Dapprima il prete si rifiutò di dare alla Chiesa sepoltura, ma la moglie lo corruppe e fu deposto nel cimitero. Per questo il sacerdote fu poi accusato prima del sinodo di Utrecht, e fu debitamente punito. Sono trascorsi tre anni da quando è successo tutto questo. Guarda come quest’uomo, come l’altro, è caduto e non è più risorto.

Come profetizzato, l’usuraio morì il terzo giorno e finì all’inferno, sulla sua sedia infuocata. Ma se lo sarebbe potuto risparmiare perché, come ci viene spiegato al termine dell’episodio, in un dialogo esplicativo fra un monaco e un novizio, il pentimento è l’unico modo per scampare alla dannazione.

Novizio.-Mi sembra significativo il modo in cui il cavaliere ricevette la sua punizione sull’impazzita giovenca e l’usuraio su una sedia che è significativa di riposo e stabilità.
Monaco.-Dio punisce il peccatore secondo la natura e modo del suo peccato. Il cavaliere, che prese la giovenca con violenza, espia il suo delitto sulla giovenca. Questo è secondo la natura del peccato; la giovenca corre prato dopo prato, alla ricerca del pascolo, e da lei il pascolo tiene corta l’erba che cresce. La giovenca, nella sua irrequietezza, e nel modo in cui si nutre continuamente d’erba, ricorda i nobili e i governanti del nostro tempo (…) Ma l’usuraio, perché dà il suo denaro all’usura, mentre lui si siede tranquillamente a casa, ha ricevuto la sua sedia di fuoco all’inferno. E giustamente quella sedia è una sedia di fuoco, perché come il fuoco consuma la stoppia, così l’usura divora la sostanza e il povero.

Della contesa fra santi angeli e demoni per l’anima di un usuraio contrito

“Era un ricchissimo usuraio, che teneva in pegno i tesori di varie chiese; e quest’uomo, mentre il suo cuore era ancora pieno di insaziabile avarizia, fu colpito da malattia mortale. Poi per la prima volta tornò in sé, anche se in ritardo era, e cominciò a pensare al peso dell’usura, i tormenti dell’inferno e la difficoltà del pentimento. Mandò a chiamare un abate benedettino, che gli era noto,e gli disse: “Signore, sono gravemente malato, non posso intraprendere nessuno dei miei affari, né restituire il denaro che ho preteso; se ti impegni a rendere conto a Dio della mia anima, tramite l’assoluzione dei miei peccati, io ti consegnerò tutta la mia proprietà, reale e personale, affinché tu possa farci tutto ciò che ti può sembrare giusto.” L’abate, percependo l’uomo per essere veramente contrito, veramente pentito, rispose: “Ci penserò su.”

Dialogo sui miracoli, Cesario di Heisterbach, CAPITOLO XXXI

Il secondo racconto a tema “salvezza e dannazione” vede come protagonista un altro usuraio, stavolta pentito e contrito per via della sua vecchiaia, che si rivolse a un abate benedettino proponendogli la cessione di tutti i suoi averi alla Chiesa. Si trattava di un uomo ricchissimo, che aveva prestato soldi alle stesse chiese, perciò la sua proposta non rimase inascoltata.

Corse dal vescovo e gli raccontò tutto quello che l’usuraio aveva detto per chiedere consiglio. Il Vescovo rispose: “Penso sia giusto che tu accetti le sue proprietà e che rispondi per la sua anima, purché tu restituisca a me il tesoro della mia chiesa.” Immediatamente l’abate tornò dal malato e gli disse: “Ci ho riflettuto, e ho deciso di prendere in carico la tua proprietà, e di rispondere a Dio dei tuoi peccati.” Il malato rispose: “Allora il mio consiglio è di portare subito i carri, e portar fuori prima tutti i miei beni, e prendi me per ultimo; così non troverai difficoltà nella rimozione.” Perché aveva due casse piene d’argento e d’oro, e anche moltissimi vasi, libri e ornamenti vari; molto grano e vino e mobili, oltre a un vasto numero di bovini. Poi l’abate dopo aver inviato tutto prima, per ultimo prese il malato stesso su una carrozza, e si affrettò a monastero; ma non appena la carrozza varcò i cancelli l’invalido tirò il suo ultimo respiro.

L’abate raccontò tutto al vescovo, il quale gli ordinò d’accettare subito l’accordo, anche perché parte del bottino spettava alla diocesi. Dunque informarono subito l’usuraio: la Chiesa si sarebbe presa le sue ricchezze e lui avrebbe scampato all’eterna dannazione.

Tuttavia, il giorno in cui l’usuraio venne trasportato fino al monastero, appena varcato il cancello, quest’ultimo morì.

Allora l’abate, conscio della sua promessa, si preoccupò di restituire i prodotti di usura per quanto poteva, e doveva essere generoso l’elemosina per l’anima dell’usuraio; il resto lo usò per il bene del convento. Il corpo fu deposto in chiesa e i monaci furono incaricati di cantare i salmi intorno alla bara. Durante la notte, mentre i fratelli cantavano intensamente, apparvero quattro spiriti maligni e presero posizione sulla lato sinistro della bara. A questa vista, i fratelli terrorizzati fuggirono in preda al panico, tranne un anziano monaco. Ed ecco, un egual numero di santi angeli si pose sul lato destro, davanti ai quattro demoni. Subito quello che sembrava essere il capo dei demoni, cominciò a recitare quel salmo di David (Sal xxxvi) “L’iniquità parla all’empio nell’intimo del suo cuore; non c’è timor di Dio davanti agli occhi suoi” Un altro disse: “Essa lo illude che la sua empietà non sarà scoperta né presa in odio.” E il terzo aggiunse: “Le parole della sua bocca sono iniquità e inganno; egli rifiuta d’essere giudizioso e di fare il bene.” Il quarto disse: “Medita iniquità sul suo letto; si tiene nella via che non è buona; non odia il male” Allora tutti insieme dissero: “Se Dio è giusto, e le sue parole sono vere, quest’uomo è nostro, perché è colpevole di tutte queste cose.”

Il corpo dell’usuraio venne deposto nel feretro per iniziare la veglia funebre e si manifestarono subito quattro spiriti maligni, che presero posizione sul lato sinistro della bara. I monaci fuggirono terrorizzati, consci del fatto che l’Inferno reclamava l’anima dell’usuraio per condannarlo all’eterna dannazione. Nonostante il pentimento infatti era morto senza confessarsi, e senza ricevere perdono ufficiale.

Ma all’improvviso comparvero altre quattro entità, questa volta celesti: angeli che presero posto sul lato destro del feretro, pronti al confronto con le forze del male. Confronto di natura teologica (niente combattimenti sovrannaturali, purtroppo), poiché i due gruppi cominciarono a sfidarsi in rima, quella sacra.

I demoni recitarono il salmo di David, che inizia con una descrizione dell’empio peccatore, il quale “si rifiuta d’esser giudizioso e di fare del bene”. Se Dio è giusto, dicono i demoni, l’usuraio è nostro, perché colpevole di tutte queste cose. Quindi merita la dannazione.

Ci troviamo dinnanzi ancora una volta alla mentalità medievale che contrasta in maniera vistosa con l’immaginario contemporaneo: i demoni di Cesario di Heisterbach sono entità “corrette”, che svolgono il loro incarico nella piena autorevolezza datagli da Dio. Elemento che può sembrare sconvolgente è il fatto che citino i Testi Sacri per trovarne la giusta applicazione. Giusta per loro, ovviamente, visto che hanno ripreso i primi versi del salmo evitando di recitarne la fine, cosa che invece son pronti a fare gli sfidanti del team angelico.

“Risposero i santi angeli: “Se portate questo salmo di Davide contro di lui, dove proseguire a recitarlo». Il demone disse: “Questo ci basta, per la sua dannazione”. A questo gli angeli risposero: “Dato che tu taci, reciteremo noi il resto del Salmo, che hai solo iniziato.” Il primo: disse: “O Signore, la tua benevolenza giunge fino al cielo, la tua fedeltà fino alle nuvole». Al che il secondo angelo aggiunse: “La tua giustizia s’innalza come le montagne più alte, i tuoi giudizi sono profondi come il grande oceano.” Poi il terzo: “O Signore, tu soccorri uomini e bestie. O Dio, com’è preziosa la tua benevolenza!” E quando il quarto aggiunse: “Perciò i figli degli uomini cercano rifugio all’ombra delle tue ali;” irruppero tutti insieme: “Perché Dio è giusto, e la Scrittura non può essere infranta, questo figlio dell’uomo è nostro; volò al Signore, e andrà al Signore, perché ha riposto la sua fiducia sotto l’ombra delle sue ali: “sarà saziato dell’abbondanza della sua casa, poiché si è lamentato con le lacrime di contrizione; ed egli si disseterà al torrente delle tue delizie; poiché in lui è la fonte della vita: e per la sua luce vedrà la luce.”

La misericordia, dunque, raggiunge tutti, anche i più empi peccatori; basta la sincera contrizione per tornare sotto la luce di Dio (ed evitare la dannazione). L’usuraio cedette i suoi beni dopo aver riposto la sua fiducia in Dio, “sotto l’ombra delle sue ali”. Non importa quindi che sia morto prima di confessarsi: “egli si disseterà al torrente delle tue delizie; poiché in lui è la fonte della vita: e per la sua luce vedrà la luce.

A questa parola i diavoli furono confusi e attoniti; i messaggeri celesti presero l’anima di peccatore contrito, e si rallegrarono per lui.

Si concluse così il confronto fra angeli e demoni nella chiesa del monastero benedettino, la notte in cui l’anima dell’usuraio contrito salì in paradiso invece di perdersi nell’eterna dannazione infernale. Iscrivetevi alla newsletter per non perdere i nuovi articoli e l’uscita del mio prossimo romanzo: “La Stirpe delle Ossa”!

Lorenzo Manara