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24 Maggio 2022

Il guanto di sfida nella guerra medievale

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L’invito al combattimento tramite guanto di sfida, o guanto di battaglia: dalla realtà storica al mito dello “schiaffo” da duello medievale

Nel film “Robin Hood: un uomo in calzamaglia” lo sceriffo di Ruttingham impugna un guanto di stoffa per schiaffeggiare Robin Hood e sfidarlo a singolar tenzone. Robin, dal canto suo, risponde menando un poderoso ceffone in faccia allo sceriffo con un pesante guanto di ferro. Il simbolismo che accompagna il guanto di sfida, sia per quanto riguarda i duelli che per quanto riguarda la guerra vera e propria, è davvero esistito in ambito medievale, ma con qualche differenza rispetto all’immaginario collettivo.

Il guanto di sfida, detto anche guanto di battaglia (o guanto della battaglia), compare sulla scena italiana sul finire del XIII secolo, quando i cronisti cominciarono a descrivere inviti alle armi particolarmente teatrali. Nel 1288 l’esercito di Arezzo presentò al nemico di Firenze il “guanto della battaglia”1, seguito subito dopo da una vergognosa rinuncia al combattimento. Alcuni esperti, però, ritengono che si tratti di una comparsa prematura, dovuta all’intrusione culturale del cronista, e che la pratica si diffuse in Italia non prima di metà Trecento2. In ogni caso, quel che emerge è l’applicazione principale di questo strumento simbolico: uno strumento che non riguardava il duello, ma la guerra vera e propria.

Di guerre scoppiate a suon di provocazioni ce ne sono un’infinità. Su questo stesso blog potete trovarne vari esempi, come nel caso dello scontro campale nei pressi di Cascina, nel 1364, cominciato con un atto di dileggio per istigare il nemico al combattimento (ovvero, l’impiccagione di alcuni asini sotto le mura della città, per approfondire leggi l’articolo dedicato). Le sfide di guerra erano lanciate in svariati modi, alcuni dei quali davvero originali, ma dal momento in cui le compagnie mercenarie straniere cominciarono a percorrere l’Italia in lungo e in largo, mutò anche questo aspetto culturale. I tedeschi, in particolare, sembravano i più attenti a gesti e atti di guerra rituale3, come ci racconta bene Matteo Villani nella sua Cronica.

“Come il re Luigi rifiutò la battaglia con Currado Lupo”

La mattina seguente, Currado Lupo innanzi che scendessono dal castello nel piano, mandò a richiedere il re Luigi di battaglia, e per segno di ciò gli mandò il guanto per lo suo trombetta; il re ricevette il guanto, e con dimostramento di fianco onore e d’ardire, senza tenere altro consiglio promise la battaglia.

Nuova Cronica, Matteo Villani, Libro Primo, Capitolo XXXIX

Corrado Lupo, ovvero Konrad Wolff von Wolfurt, era un condottiero di ventura tedesco, di stanza in Italia, alla guida di compagnie mercenarie che compivano le loro scorrerie nel sud, tra Campania, Puglia, Molise e Abruzzo. Nell’anno 1348 si trovava in guerra con re Luigi di Taranto, re di Napoli, durante la sanguinosa contesa che affliggeva la dinastia regale degli Angioini. Una situazione davvero complicata, che ebbe origine con la nascita della dinastia stessa e che proverò a riassumere in poche righe.

La casata Angioina nacque con Carlo I d’Angiò, che per concessione di suo fratello Luigi IX (ovvero il re santo, protagonista di una serie di articoli, qui, sul blog, vedi: “l’insubordinazione nella guerra medievale“) ottenne il feudo omonimo nella Francia Occidentale (feudo che un tempo apparteneva all’Inghilterra dei Plantageneti). Successivamente, Carlo I divenne re di Sicilia e, da quel momento in poi, gli Angioini estesero la loro influenza su molti altri regni, come quello di Napoli e, addirittura, il regno d’Ungheria.

Gli ungheresi, i cui mercenari erano definiti “barbanicchi” dal Villani, divennero una presenza scomoda sul territorio italiano proprio a causa degli Angioini, che assassinarono l’allora reggente di Napoli, Andrea d’Ungheria, per far sedere sul trono Luigi di Taranto, esponente del ramo occidentale della famiglia. Tuttavia, non avevano fatto i conti con le mire espansionistiche di un altro Luigi, lo stesso re di Ungheria e di Polonia, che grazie al casus belli fornitogli dalla morte di suo fratello minore, Andrea, decise d’invadere l’Italia per conquistare il Regno di Napoli. E magari qualcosa di più.

Ed ecco che torniamo alla vicenda del nostro condottiero tedesco, italianizzato in Corrado Lupo, assoldato da re Luigi d’Ungheria per fronteggiare l’altro re Luigi, quello di Taranto, e contendersi il destino di Napoli e del sud Italia tutto.

Tramite una sua “trombetta”, ovvero un messaggero, Corrado Lupo fece recapitare un guanto di sfida al re di Napoli. E il re, preso dall’orgoglio, senza consultare i suoi uomini, lo accettò promettendo battaglia.

Perrocché la notte medesima il conte di Minerbino e’ l conte di Sprech erano tornati con la loro gente al soccorso del re. Currado avendo la risposta dal re, come accettava di venire alla battaglia, nonostante che il re avesse assai più gente di lui, confidandosi nella buona gente che avere gli pareva, e conoscendo la condizione del doge Guernieri, e forse intendendosi con lui, scese del castello con tutta sua cavalleria, e ancora con gli Ungheri ch’erano nel castello a cavallo, e valicato per una parte della città ch’era in loro signoria, con dimostramento di grande ardire si schierò nel piano dirimpetto alla città, aspettando che il re venisse con la sua gente alla battaglia. E vedendo che non venia, un’altra volta il mandò a richiedere di battaglia.

Corrado Lupo, con la sua compagnia di mercenari tedeschi e i cavalieri ungheresi, si schierò nella piana antistante il castello di Lucera, pronto a dar battaglia campale contro gli Angioini di Napoli. Ma il tempo passava e nessun nemico si presentava sul campo.

Il re avendo volontà di combattere sommovea i suoi baroni e gli altri cavalieri a ciò fare, con grande istanzia: il doge Guernieri, quale che cagione li movesse, che dubbia era la sua fede, vedendo il re acceso alla battaglia, fu lui, e con dimostramento di savio e buono consiglio, e con belle parole il ritenne, mostrandogli che folle partito era a quel punto prendere battaglia, negando che per due cose sole si dovea combattere, l’una per necessità e l’altra per grande avvantaggio e quivi non era né l’una e né l’altra. E forse che il consiglio suo fu più salutevole che malvagio a quel punto, il re vedendo il consiglio del duca, e temendo di non essere seguito nella battaglia da lui né da’ suoi cavalieri, si ritenne in Nocera, ontosamente schernito da’ suoi avversari, i quali schierati sul campo faceano vergogna al re, perché non usciva alla battaglia come promesso avea; e avendo aspettato infino al mezzodì, e trombato e ritrombato per attrarre la gente del re alla battaglia, e veggendo non erano acconci a uscire della terra, si partì di là ordinatamente con le schiere fatte e dirizzessi verso la città di Foggia, ch’era ivi presso nello piano di Puglia, e in quella ch’era senza guardia e senza sospetto, s’entrò di cheto, senza trovare alcuno riparo. E trovandola piena d’ogni bene, quivi s’alloggiarono, facendo delle case, e delle masserizie, e della vittuaglia, e delle donne maritate e delle pulzelle la loro sfrenata volontà, e ogni sustanza di quella terra si recarono prima in uso, e poscia in preda. E quivi in prima si cominciò ad assaggiare la preda dello avere del Regno da’ Tedeschi e dagli Ungari, la quale assaggiata vi attrasse da ogni parte i soldati come gli uccelli alla carogna, in grave danno di tutto il paese, come procedendo per li tempi in nostra materia dimostreremo.

Re Luigi di Taranto, che aveva tutta l’intenzione di incontrare il nemico ungaro-tedesco in battaglia, forte anche di una certa superiorità numerica, non trovò l’appoggio dei suoi alleati. E, ritrovatosi solo, fu costretto a ritirarsi fra lo scherno dei tedeschi di Lupo “i quali schierati sul campo faceano vergogna al re”.

L’impegno del guanto di sfida, per quanto simbolico e importante, era stato quindi disatteso. La politica ha sempre avuto più peso dell’onore, anche quando vi era in ballo la dignità di un’intera dinastia e del suo sovrano. Ma non fu l’unico caso del genere.

“Come i Perugini richiesono i Sanesi di battaglia” Libro Ottavo, Capitolo XL

Parendo, come detto è, a’ Perugini avere ricevuto vergogna e oltraggio da’ Sanesi, per vendicare loro onta li mandarono a richiedere di battaglia: e per avventuro Anichino di Bongardo capitano de’ Tedeschi fu il primo richiesto, il quale allora era nel borgo di Torrita. Esso vanaglorioso prosuntuosamente fe’ tantosto sonare li stromenti, e con gran festa prese il guanto della battaglia di suo proprio, facendo doni al messaggio. Ma dopo il fatto s’avvide che troppo avea fallato di non avere di sì gran fatto preso consiglio co’ cittadini di Siena, ch’erano conducitori dell’oste e suoi consiglieri, e però ritenne il messo, ed entrò nella terra dov’erano i suoi compagni, e loro disse quello ch’avea fatto.

Nella guerra tra Siena e Perugia, un guanto di sfida venne recapitato ad Anichino di Bongardo (Hanneken von Baumgarten), condottiero e mercenario tedesco che a quel tempo combatteva al soldo dei senesi. Egli, “vanaglorioso” accettò il guanto e fece suonare gli strumenti di guerra, promettendo battaglia ai perugini. Tuttavia, anche in questo caso, i suoi alleati, nonché i suoi stessi datori di lavoro, si trovarono in disaccordo.

Ai Sanesi molto dispiacque, conoscendo il pericolo; e per ricoprire il fallo del loro capitano, feciono aggiungere alla risposta, che il giorno fosse fra gli otto dì che seguivano. I Perugini avendo questa risposta, e sapendo il modo che per lo capitano prima era stato tenuto, e appresso per lo consiglio, compresono chiaramente ch’elli non erano acconci a torre battaglia, onde deliberarono di trarsi innanzi, e richiederli colle schiere fatte in vergogna di loro avversari: e ciò facendo, senza prendere battaglia, pensavano avere purgata loro vergogna, e tornarsene addietro; stimando, che con loro onore poi, mediante il come di Firenze, si potesse venire a concordia e a pace. Ma forse la superbia dell’uno popolo, e l’arroganza dell’altro e presunzione, non avea merito d’avere riposo; uscì l’impresa ad altro fine che per loro non si stimava.”

I senesi non volevano ingaggiare battaglia, poiché impreparati. Dunque, dopo che il loro condottiero tedesco aveva raccolto il guanto di sfida, tentarono di risolvere la questione inviando un altro messaggio, suggerendo al nemico d’incontrarsi dopo otto giorni (e guadagnare così del tempo prezioso). Ma il nemico, ricevuta risposta, capì d’essere in vantaggio e si schierò subito, per colpire i senesi prima ancora che riuscissero a organizzarsi.

Questa mossa viene giustificata dall’autore della cronaca come una dimostrazione di forza, che avrebbe garantito ai perugini un vantaggio diplomatico nel momento in cui sarebbe intervenuta Firenze nelle fasi delle trattative: raffinatezze politiche che mai ci sogneremmo di trovare nel sudicio e buio medioevo italiano, ma che invece sono presenti in gran numero e che io non ho dimenticato di inserire nel mio ultimo romanzo “La Stirpe delle Ossa”, dove le strategie politiche si dimostrano ancor più pericolose di spade e bombarde.

L’ultimo episodio che voglio citare riguardo il guanto di sfida è forse quello più dettagliato di tutti, dove finalmente abbiamo una descrizione concreta del guanto e di come veniva presentato all’avversario.

“Come la compagnia mandò il guanto di sfida al nostro capitano, e la risposta fatta.” Libro Nono, Capitolo XXX

Currado conte di Lando capitano e guida della compagnia, con gli altri caporali e conducitori, avendo da’Pisani ferma promessa e dalla gente loro, ch’erano in numero di ottocento barbute e di duemila pedoni, la quale teneano in punto a Montechiaro sotto colore e nome di guardia, mischiandosi continovo con quella compagnia, della quale cosa i Fiorentini n’erano crucciosi e male contenti, tutto che in vista accettassono le scuse de’Pisani, e que’della compagnia ne prendessono caldo e baldanza credendo spaventare col detto appoggio, a dì dodici del mese di luglio in persona loro trombetti mandarono con grande gazzarra trombando nel campo de’Fiorentini con una frasca spinosa sopra la quale era un guanto sanguinoso e in più parti tagliato con una lettera che chiedea battaglia, dicendo, che se accettassono l’invito togliessono il guanto sanguinoso di su la frasca pungente.

Ancora una volta i personaggi che fanno uso di questi rituali bellici sono loro, i mercenari tedeschi, stavolta capitanati dal Conte Lando, celebre condottiero il cui vero nome è Konrad Wirtinger von Landau.

Il Conte Lando, con gran trambusto di trombe, invia i suoi messaggeri al campo fiorentino per consegnare un guanto di sfida molto particolare: un guanto sanguinoso, tagliato in più parti, adagiato su una frasca spinosa. Il simbolismo è chiaro: ci troviamo di fronte a una sfida all’ultimo sangue, col chiaro intento di spaventare il nemico e, probabilmente, comunicargli che non verranno fatti prigionieri.

Il capitano dei fiorentini, però, accetta il guanto di sfida col sorriso sulle labbra. E per “letizia di tutto l’oste” pronuncia pure un discorso dal sapore cinematografico.

Il capitano con molta festa e letizia di tutto l’oste prese il guanto ridendo; e ricordandosi che in Lombardia nel luogo detto la frasca era stata a sconfiggere il conte di Lando, con volto temperato e savio consiglio rispose in questa forma: Il campo è piano, libero e aperto in tra loro e noi, e pronti siamo e apparecchiati a nostro podere a difendere ed esaltare il campo in nome e onore del comune di Firenze e la giustizia sua, e per niuna altra cagione qui siamo venuti, se non per mostrare con la spada in mano che i nemici del comune di Firenze hanno il torto, e muovonsi male senza niuna cagione di giustizia o ragione di guerra; e per tanto speriamo in Dio, e prendiamo fidanza e certezza d’avere vittoria di loro; e a chi manda il guanto direte, che tosto vedrà se l’intenzione sua risponderà alla fiera e aspra domanda.”

Il guanto di sfida era dunque un invito impiegato prevalentemente in guerra, spesso ignorato in favore di priorità più importanti dell’onore individuale, cosa che però non poteva esser fatta nei duelli.

Nell’anno 1435, in prossimità del ponte dell’Orbigo, sulla via di pellegrinaggio per il santuario di Compostela, un araldo affisse una “lettera d’armi” che annunciava l’inizio di un gioco, un nuovo pas d’Armes indetto dal cavaliere Suero de Quinones. Tramite i 22 capitoli che spiegavano le modalità dello scontro, il cavaliere spagnolo s’impegnava a sfidare i cavalieri che volevano attraversare il ponte: chiunque si fosse rifiutato di duellare, avrebbe dovuto deporre un guanto in strada e attraversare il fiume a nuoto, in segno di codardia.

In questo caso, deporre il guanto simboleggiava il disonore delle armi: abbandonare il campo senza aver avuto il coraggio di battersi. Ma è l’unico esempio che ho trovato nell’ambito dei pas d’armes che, soprattutto nella Francia tardomedievale, venivano indetti tramite lettere e proclami, scritti nella maniera più teatrale possibile per attirar l’attenzione e riscuotere consensi di pubblico (per approfondire, leggi l’articolo sul Pas d’Armes).

Di schiaffi col guanto della sfida, insomma, non pare esservi traccia in ambito medievale. Tuttalpiù potrebbe trattarsi di una pratica settecentesca, nata dalle convenzioni del tempo, specie se in ambito aristocratico. Nel manuale per duellanti “The code duello”, ad esempio, viene indicato come un grave oltraggio quello di subire uno schiaffo: un’offesa che avrebbe macchiato l’onore di un gentiluomo se non fosse stato seguito da appropriate scuse o, in mancanza di esse, da un bel duello (per approfondire, leggi l’articolo: Il duello di pistola).

Mi dispiace aver sfatato anche questo mito, ma qualcuno doveva pur farlo. Se volete restare aggiornati sui nuovi articoli e sull’uscita del mio ultimo romanzo, “La Stirpe delle Ossa”, iscrivetevi alla newsletter.

  1. vicenda del 15 settembre 1288, Cronaca di Marchionne di Coppo Stefani
  2. “Simone de Fraja, Assedi e fortificazioni nella vicenda medioevale aretina, presentazione di Aldo A. Settia”
  3. A.A. Settia, “De re militari”. Pratica e teoria della guerra medievale
Lorenzo Manara