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31 Luglio 2022

5 falsi miti sulla guerra nel Medioevo Fantasy

falsi miti del medioevo fantasy

La storia dietro il Medioevo Fantasy: 5 falsi miti della narrativa medievale tra spade portate sulla schiena, frecce incendiarie e armature chiodate

Potrei cominciare un elenco infinito di romanzi, fumetti, manga, film, videogiochi e giochi di ruolo che narrano le gesta di eroi del Medioevo fantasy con la spada legata sulla schiena, l’armatura chiodata indosso, frecce incendiarie nello zainetto e tonnellate di altri elementi che non hanno alcun fondamento nella realtà storica, né tantomeno rispettano le leggi più banali della fisica. In questo articolo voglio raccontarvi 5 falsi miti del fantasy di stampo medievale così comuni nelle opere di intrattenimento, che spesso vengono scambiati per elementi della realtà storica.

Prima di iniziare, però, voglio subito mettere in chiaro le cose: se stai pensando che nel fantasy, in quanto genere basato sull’immaginazione, tutto sia concesso, allora puoi smettere di leggere e chiudere questa pagina. Perché si tratta di una giustificazione dai risvolti estremamente dannosi per l’intero genere: un’ammissione di colpa contro cui lotto dal 2015, anno in cui pubblicai il primo articolo, qui, sul blog.

Il genere fantastico fonda la propria esistenza sull’accettazione di elementi che non esistono nella realtà, ma questo non significa che si possa chiudere un occhio sulla verosimiglianza. Perché è la verosimiglianza a permetterci di vivere una storia, di cedere all’inganno retorico e lasciarsi trasportare dalle pagine inchiostrate. Lo sapeva benissimo Tolkien, tra i fondatori del genere, che modellò il proprio Medioevo fantasy basandosi su uno studio storico approfondito. Così approfondito da creare nuovi linguaggi perfettamente credibili (leggi l’articolo l’ispirazione storica de Il Signore degli Anelli).

Ben venga la katana che taglia la pietra, se questo è giustificato in maniera verosimile e coerente nell’opera. Ben vengano i draghi sputafuoco o elfi immortali: tutto è concesso, a patto che sia motivato, credibile e ben inserito nell’ambientazione. La libertà creativa è tale solo se consapevole, solo se vi è un approfondito studio alla radice. Altrimenti è ignoranza.

Ecco perché ci tengo così tanto allo studio della storia. La mia vocazione è quella di scrivere romanzi pieni di dettagli affascinanti, scovati nei manoscritti antichi, per dar vita a un Medioevo Fantasy dove non sono ammessi i soliti stereotipi Hollywoodiani. Esattamente come piaceva al professor Tolkien, e come piace a tutti. Perché tutti esigono realismo in un’opera di fantasia, che ne siano consapevoli oppure no.

Se sei stufo della negligenza di autori pasticcioni e delle opere scadenti che marciscono sugli scaffali delle librerie, allora seguimi in questa rassegna sui 5 falsi miti di guerra nel Medioevo fantasy.

  1. La spada legata sulla schiena
  2. Quanto pesano spada e armatura?
  3. Le frecce infuocate
  4. La katana
  5. La potenza di un arco da guerra

La spada legata sulla schiena

Esistono e sono esistite un sacco di spade. Le caratteristiche differiscono in base all’epoca, alla posizione geografica, alla struttura, al materiale, all’utilizzo, all’utilizzatore, alla commistione tra culture e molto altro. La stragrande maggioranza delle persone pensa che una spada molto lunga, di qualsiasi tipo, stia benissimo adagiata sulla schiena. Perché la schiena è ampia e la spada può penzolare senza dar fastidio. Giusto?

Osservando le tipologie di fodero occidentale (medievale e rinascimentale) troviamo un sacco di modelli: cinture singole, doppie, a calate, foderi appesi in modo verticale, obliqui e addirittura orizzontali per le lame più corte. Esistono decine di varietà, tutte concepite per essere cinte in vita. Ma i foderi da schiena? Perché non ce n’è traccia?

Il motivo principale è che non si può estrarre una lama dalla schiena, compeltamente inclusa in un fodero, che sia più lunga del braccio che la impugna. E questo basterebbe a smontare l’intero mito. Ma se proprio vogliamo portare avanti delle ipotesi sull’inesistenza di foderi da schiena, almeno per quanto riguarda le lame più corte, possiamo tirare in ballo la loro scomodità. Dover sollevare il braccio coperto d’acciaio fin sulla spalla per raggiungere l’impugnatura della spada non è il massimo, specialmente nelle situazioni di guerra. Ma c’è un altro motivo, sicuramente più importante, che ha impedito il proliferare di novelli Legolas nelle battaglie medievali: la pericolosità di una simile pratica.

Lasciare scoperta l’ascella poteva essere l’ultima azione della vostra vita. Perfino le piastre delle migliori armature del XV e XVI secolo presentavano dei punti deboli in corrispondenza delle giunture per permettere una maggiore mobilità. Vi erano pochi espedienti a protezione di queste zone e un gesto così sconsiderato come alzare il braccio per afferrare l’elsa (e quindi aprire la guardia e scoprirsi del tutto al nemico) avrebbe reso queste protezioni del tutto inutili, esponendo uno dei punti più deboli del corpo. E’ proprio così che muoiono molti personaggi storici, fra cui il maestro dei Templari Guillaume de Beaujeu, colpito nell’ascella da una freccia dopo aver alzato il braccio (per approfondire, leggi l’articolo “Così muore il maestro dei templari“). Non a caso i duelli fra cavalieri pesantemente armati del XVI secolo (periodo nel quale l’arte dei corazzari toccò l’apice tecnologico-metallurgico) si basavano sullo scovare il più piccolo punto debole nell’armatura dell’avversario. Ci si avventava sulle ascelle, sull’inguine, e sulle visiere degli elmi per aprirle e pugnalare gli occhi, proprio come veniva insegnato nei migliori trattati di scherma.

Molti pensano che estrarre dalla schiena sia veloce. Molto più veloce che estrarre dal fianco. Se fosse vero potrebbe valere la pena prendersi qualche rischio in più. Tuttavia non è così. Per sfoderare una spada appesa alla cintura basta un solo movimento poiché normalmente le braccia se ne stanno giù, lungo i fianchi. Per fare lo stesso con l’arma sulla schiena sono necessari due movimenti: sollevare il braccio per raggiungere l’elsa e tirare. Nessuno se ne va a spasso con le braccia sopra la testa, specialmente se è coperto da 20-30kg di metallo.

La spada legata sulla schiena è un mito delle opere d’intrattenimento basate su un Medioevo fantasy inventato, tuttavia è esistita qualche eccezione storica. Alcune immagini dal mondo antico, soprattutto asiatico, sono giunte fino a noi. Prima di strapparvi i capelli, però, è importante che teniate a mente la distinzione fra “porto” e “trasporto”. Perché la spada legata e infagottata a tracolla durante la marcia non fa parte dell’equipaggiamento da battaglia, dove ogni elemento si trova nel posto più adatto a conferire maggiori possibilità di sopravvivenza. Un conto è portare la spada alla cintura, pronta per essere sguainata. Un conto è trasportarla in spalla, a tracolla o legata alla sella del cavallo: tutte situazioni che si verificano lontano dalla battaglia e da una qualsiasi situazione di pericolo (per approfondire, leggi l’articolo “La spada legata sulla schiena“).

Quanto pesano spada e armatura?

Molti sono convinti che le spade medievali fossero pesantissime: pezzi di metallo di svariati chili che i nerboruti guerrieri dell’antichità potevano padroneggiare solo dopo anni di allenamento muscolare. Si tratta di un mito abbastanza diffuso e, come avrete già indovinato, assolutamente infondato.

Un chilo e mezzo: questo è il peso medio di una spada a una mano con guardia a croce e lunghezza della lama di circa un metro. Vi aspettavate di più? Vi assicuro che se aveste modo di impugnare una vera spada la prima cosa che vi verrebbe in mente sarebbe proprio: “Cavolo, ma è leggera!”. Molti esemplari di eccellente fattura non raggiungono nemmeno il peso di un chilogrammo.

E non è tutto. Un altro esempio che potrebbe sorprendervi riguarda i celebri spadoni: le affascinanti lame da impugnarsi a due mani che affollano il Medioevo fantasy. Uno zweihander, spadone tedesco rinascimentale fra i più grandi dell’Occidente, pesa in media dai 3 ai 4 chili. Meno di quanto ci si immagina, di solito. E le armature, invece?

Un’armatura da battaglia europea del tardo Medioevo, completa di tutte le sue parti, pesa dai 20 ai 30 chilogrammi. Si tratta di un equipaggiamento spesso di peso inferiore a quello trasportato da un moderno pompiere e, inoltre, distribuito efficacemente su tutto il corpo. Ricordate il film Superfantozzi, nel quale lo sfigatissimo ragioniere finisce nel mezzo di un torneo medievale? Fantozzi si ritrova inscatolato nel metallo, completamente privo di ogni capacità motoria, e viene issato sul cavallo per mezzo di un argano. Questa scena è fissata nell’immaginario collettivo, ma non ha alcun fondamento della realtà storica.

Le frecce infuocate

Basandosi su ciò che vediamo al cinema e leggiamo nei libri (non colpevolizziamo sempre i film, che spesso i romanzi sono peggio), verrebbe da chiedersi come mai nell’Antichità non sia sempre stata utilizzata la freccia incendiaria. I vantaggi rispetto a una freccia normale sembrerebbero considerevoli, giusto?

Un tipico arciere inglese della metà del XIV secolo armato di longbow avrebbe potuto scoccare una freccia fino a 300 metri e oltre. Il proiettile viaggiava a velocità notevole e un normale straccio da torcia non sarebbe bastato a mantenere viva la fiamma durante la traiettoria fino al bersaglio: il fuoco si sarebbe spento!

Provate a tenere una fiaccola accesa mentre percorrete l’autostrada, in motocicletta a 180 all’ora. Ecco, la stessa cosa vale per le frecce infuocate. Per evitare che il fuoco si spegnesse al momento del lancio potevano essere impiegate svariate soluzioni. La più semplice era quella di utilizzare archi più deboli per diminuire la traiettoria e la velocità del proiettile, e sperare che la fiamma giungesse ancora accesa fino al bersaglio. Questo però riduceva l’efficacia dell’arma in sé, poiché gran parte dell’energia necessaria all’impatto andava perduta. Inoltre si obbligava il povero arciere a tirare da distanza ravvicinata.

Un’altra soluzione era quella di incrementare la lunghezza della freccia e aggiungere combustibile dando vita a una fiamma più forte. Però anche qui ci sono dei lati negativi. La freccia diventava pesante, meno bilanciata. Diminuiva la gittata e la capacità di penetrazione a causa della punta di freccia a cesto o gabbia, all’interno della quale veniva stipata la sostanza incendiaria (nella maggior parte dei casi una palla di stoppa e sego fuso, grasso animale usato anche per fare le candele). E non stiamo tenendo conto del contesto. L’aria è secca? Oppure ha smesso di piovere da poche ore?

Per danneggiare qualcosa di rilevante durante un assedio, dunque, erano necessarie un bel po’ di frecce infuocate, scagliate da un nutrito gruppo di arcieri per un periodo di tempo prolungato. Considerata la difficoltà nel reperire sostanze incendiarie ottimali come una mistura a base di polvere nera, gli arcieri avrebbero dovuto portarsi a breve distanza dalle mura, esponendosi magari a un contrattacco, e sfruttando archi dal libbraggio più basso. Il risultato erano frecce di minore impatto di quelle normali, che non si sarebbero fatte strada neppure tra le semplici corazze di cuoio bollito dei fanti.

Ecco perché, contrariamente a quel che vediamo nel Medioevo fantasy, la realtà storica non vedeva di frequente volate di frecce infuocate.

La katana

Nella storia sono esistite molte armi, eppure nessuna gode della stessa notorietà della katana. Molti, soprattutto nell’ambito del Medioevo fantasy di stampo narrativo, credono che si tratti della lama più affilata, veloce, leggera e incredibilmente pericolosa fra le armi bianche, in grado perfino di trapassare le armature, ma sono tutti falsi miti. Certe convinzioni sono arrivate a un livello talmente profondo nell’immaginario collettivo che è difficile liberarsene.

Il motivo principale che ha contribuito alla fama di questa spada è l’antica e complessa tecnica di lavorazione, ancora oggi considerata all’apice della cultura artistica giapponese. Il metodo tradizionale prevede l’utilizzo di polvere ferrosa (satetsu) come materia prima, ovvero un particolare tipo di sabbia dalle alte concentrazioni di ferro. La sabbia ferrosa veniva setacciata con l’acqua corrente per separare i frammenti di ferro più pesanti, che rimanevano sul fondo, dai restanti portati via dall’acqua. La sabbia ferrosa veniva poi portata in fornace (tatara) a 1.000 gradi, con l’aggiunta di carbone di legna per incrementare il livello di carbonio presente nella lega metallica: una lavorazione importantissima, perché il ferro contenuto nella sabbia, considerata la bassa quantità di carbonio, se lasciato così com’è, avrebbe dato origine a un prodotto meno duro e resistente, più incline a piegarsi e, in definitiva, non adatto alla guerra.

L’acciaio prodotto dall’unione tra il ferro e il carbonio, precipitato sul letto della fornace sotto forma di agglomerato spugnoso (tama hagane), è però ancora troppo grezzo per essere utilizzato. Il tama hagane, infatti, deve essere forgiato e piegato svariate volte su sé stesso per legare uniformemente gli elementi tra loro ed eliminare le impurità, prevenendo così eventuali punti deboli che potrebbero rovinare irrimediabilmente la lama. Il numero di pieghe è tradizionalmente 15: per ogni piega, gli strati si moltiplicano in maniera esponenziale dando origine, al termine della quindicesima, a ben 32.768 strati. Mettendo sullo stesso piano questa tecnica con quella europea sembrerebbe naturale che le spade italiane rinascimentali (che magari, a seconda della lavorazione, non venivano neppure mai ripiegate) risultino più scarse. Matematico, no? No.

C’è una spiegazione che giustifica la complessa lavorazione della katana ed è dovuta a un solo fattore: la materia prima. La sabbia ferrosa raccolta sulla costa giapponese deve essere selezionata, arricchita di carbonio, ripulita di scorie, frammenti e scarti per poi essere nuovamente lavorata tramite una lunga e complessa forgiatura: un processo molto più difficoltoso di quello che avviene con i minerali raccolti nelle cave estrattive, già conosciuti e sfruttati in Italia fin dai tempi degli Etruschi.

Quella della katana, dunque, è un’arte nata per rispondere a un’esigenza specifica, esattamente come avveniva con le spade d’epoca vichinga, le quali subivano addirittura una torsione in fase di forgiatura, le spade di Damasco o la tecnica dell’acciaio a pacchetto occidentale, anch’esso ripiegato più e più volte in fase di forgiatura. Un armaiolo milanese rinascimentale poteva disporre di lingotti del migliore acciaio dell’epoca e non aveva alcun bisogno di piegarlo 15 volte raggiungendo 32.768 strati. Anzi, tale lavorazione, oltre che inutile, forse si sarebbe rivelata perfino controproducente.

Per questo la superiorità della katana su una qualsiasi spada europea è priva di fondamento sotto il punto di vista metallurgico. Senza contare che la katana non è neppure paragonabile alle altre armi da guerra, poiché il suo valore sociale era più elevato di quello tattico: un simbolo di prestigio che solo le eccellenze della casta guerriera potevano esibire.

Non era facile scorgere una katana sul campo di battaglia. Solo una minuscola percentuale di guerrieri poteva vantare un addestramento da maestro spadaccino in un’epoca in cui erano assai più diffusi l’uso dell’arco, delle armi inastate e, dal XVI secolo in poi, degli archibugi importati dai portoghesi.

Dopo aver assolto il compito per il quale fu ideata in principio, la katana è divenuta un forte simbolo culturale. La sua importanza era basata sulla posizione della classe militare all’interno della gerarchia feudale giapponese; una struttura organizzata secondo il culto del legame con gli antenati, che da una generazione all’altra tenevano unito passato e presente con l’acciaio affilato. Dalla guerra al duello e dal duello alla spiritualità: questo l’arco di trasformazione di un’arma che si è modificata nel significato piuttosto che nella forma. E che, di certo, non taglia in due i massi e nemmeno le armature.

La potenza di un arco da guerra

Un cliché narrativo che appare di frequente in romanzi, film e videogiochi ispirati a un Medioevo fantasy, riguarda il tiro con l’arco da guerra. Una disciplina che, stando a quel che si vede sul grande schermo, sembrerebbe semplice e praticabile da chiunque: principesse improvvisate, popolani dopo un rapido training prima della battaglia, gracili ragazzini, e tutte quelle creature fantasy considerate troppo deboli per combattere in corpo a corpo. Peccato, però, che non ci sia niente di più sbagliato.

L’arco da guerra è infatti uno strumento che richiede molta forza e addestramento per essere usato con efficacia. Specialmente se il nemico indossa un’armatura che, a seconda della tipologia, avrebbe potuto rendere il portatore quasi invulnerabile alle frecce. Ed ecco che arriviamo subito al nocciolo della questione: se l’arco da guerra non sviluppa abbastanza forza, allora non ferirà il bersaglio. Sembra un concetto di una banalità sconcertante ma, a giudicare dalle scene che i romanzacci ci propinano, non lo è affatto.

Per rompere gli anelli di una buona maglia di ferro (la famosa cotta di maglia medievale), penetrare l’imbottitura della veste sottostante e provocare una ferita è necessario un arco di circa 150 libbre di potenza1 2. Il che significa che lo sforzo di tensione della corda equivale a sollevare 150 libbre di peso (ovvero 70kg!).

Ed è proprio così che si misura la potenza di un arco: con l’equivalente del peso trattenuto dall’arciere nella fase di massima tensione della corda. Adesso che abbiamo dei valori di riferimento (anche se approssimativi), possiamo renderci conto di quanto sforzo sia necessario per utilizzare certe armi contro dei nemici corazzati. 70kg sono infatti un peso spropositato per chiunque non sia addestrato (ma lo sarebbero pure 40-50kg).

Ovviamente gli archi da guerra non erano tutti mostri di potenza da 150 libbre. A seconda del periodo storico, poteva non essere necessario, visto che il nemico non sempre indossava ferro. In ogni caso, l’arco da guerra doveva essere potente, per questo non poteva essere imbracciato dalla tipica principessa Disney (a meno che la principessa non si allenasse quotidianamente, per anni e anni).

I falsi miti del medioevo fantasy non finiscono qui!

Nel mio ultimo romanzo, La Stirpe delle Ossa, ci sono molte scene riguardo frecce, spade e armature. Ovviamente, ho cercato di riprodurre il più realisticamente possibile quello che poteva succedere in battaglia. Perfino gli elementi sovrannaturali, le creature magiche e i misteri esoterici, sono rappresentati ricalcando le descrizioni presenti nelle fonti storiche. Se ti è piaciuto l’articolo e vuoi saperne di più riguardo il mio ultimo romanzo, iscriviti alla newsletter!

  1. Riferimento preso dai test di penetrazione “Baionette Librarie”, consiglio la lettura di questo articolo per approfondimenti dei test condotti in maniera scientifica.
  2. Per chi volesse approfondire le dimostrazioni pratiche, consiglio la lettura di questo articolo, dove sono presenti addirittura le formule matematiche che permettono una piena comprensione della “scienza” di arco e frecce.
Lorenzo Manara