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28 Settembre 2023

L’ultima carica del re cieco

ultima carica del re cieco

L’estremo sacrificio di Giovanni I di Boemia, re medievale divenuto cieco che scelse d’immolarsi in un’ultima carica, per morire da eroe

Le grandi storie presentano spesso un tema di elevata potenza drammaturgica, in grado di emozionare l’umanità fin dai tempi antichi: ovvero il sacrificio. Che si tratti di un semidio greco-romano, di un martire cristiano, di un cavaliere medievale, oppure del protagonista di un moderno videogioco come Dark Souls, il sacrificio dell’eroe di turno, che rinuncia alla propria vita per ottenere un bene superiore, ci fa risuonare qualcosa nel profondo del nostro animo.

Perché sappiamo bene quanto sia preziosa la vita, qualunque sia la nostra cultura, ed è per questo che proviamo empatia verso coloro che mettono in gioco tutto. Come nel caso di re Giovanni I di Boemia, che oltrepassata la soglia dei cinquant’anni di età, quasi del tutto cieco, scelse d’immolarsi in un’ultima carica nel corso della battaglia di Crecy, del 1346. E morire da eroe.

Fin dagli albori della civiltà romana si narra di comandanti che si sono immolati secondo un rituale chiamato devotio: tre furono i condottieri che, secondo i miti dell’Antica Roma, scelsero di rinunciare alla propria vita, in sella al destriero, lanciati contro il nemico per ottenere il favore divino. Il loro sacrificio li innalzava a semidei della mitologia classica, diventando esempi virtuosi perfino in ambito cristiano. L’eroe cristiano è sostanzialmente il martire, ovvero la consacrazione del concetto stesso di sacrificio: un concetto ripreso anche da sant’Agostino, il quale cita proprio gli eroi romani immolati nel rito della devotio1”.

Le origini dell’eroe medievale, quindi, non si fondano sull’amore, l’amore per una donna, come saremmo portati a pensare, ma su una forte devozione militare. Esattamente come avviene in una tra le opere più significative del ciclo carolingio e della storia letteraria: la Chanson de Roland (la Canzone di Orlando o Rolando).

Dopo aver accettato di condurre la retroguardia dell’esercito di Carlo Magno nella lunga ritirata dalla Spagna araba all’impero dei Franchi, il prode Orlando si ritrova, assieme ai Dodici Pari, ovvero i paladini che lo accompagnano nelle sue imprese, preda di un ingente attacco nemico. Perché fra gli stessi paladini vi è un traditore, Gano di Maganza, che ha voltato le spalle al proprio condottiero e all’imperatore stesso per cogliere di sorpresa l’esercito franco nei pressi di Roncisvalle. Proprio come nel racconto biblico dei dodici apostoli, traditi assieme al Cristo da un loro stesso fratello, anche i dodici paladini di Orlando subiscono il piano malvagio del loro compagno d’armi. Orlando sceglie di affrontare il nemico con la sola forza dei suoi dodici paladini e della retroguardia. Potrebbe chiamare i rinforzi dell’imperatore suonando l’olifante, lo straordinario corno, ma tale atto porterebbe al disonore. Per sua volontà, quindi, l’intera retroguardia viene spazzata via dai saraceni, e i paladini muoiono uno dopo l’altro. Al termine della battaglia rimane solo Orlando, ferito a morte. A quel punto, assolto il dovere di comandante della retroguardia, decide di suonare il corno per richiamare Carlo Magno. E di farlo così forte, da farsi uscire il cervello dagli orecchi.

Il sacrificio di Orlando serve all’imperatore per guadagnare tempo contro il nemico saraceno, poiché al risuonare dell’olifante i franchi accorrono a Roncisvalle e sgominano la minaccia araba. Dal ciclo carolingio dei paladini Orlando, Oliviero, e lo stesso Carlo Magno, prende vita il personaggio dell’eroe medievale per come lo conosciamo noi, protagonista indiscusso della letteratura dei secoli successivi. Il cavaliere senza macchia e senza paura acquisterà poi una nuova dimensione sentimentale nel ciclo bretone, tra gli amori consumati nelle sale del castello di Camelot, per arricchire il codice cavalleresco con i precetti d’amor cortese che nel tardo Medioevo oltrepassarono la finzione divenendo realtà.

Perché, ad un certo punto della storia, anche nelle battaglie vere i cavalieri cominciarono a comportarsi in maniera letteraria, talvolta desiderando addirittura l’immolazione per aderire ai più elevati ideali di eroismo. Esattamente come fece il valoroso re di Boemia, Giovanni I, il 26 agosto 1346 a Crecy.

In una delle battaglie più celebri della guerra dei Cent’anni, combattuta tra l’Inghilterra di Edoardo III e la Francia di Filippo VI, in un tripudio di cavalieri dalle armi e le armature scintillanti, in sella ai destrieri blasonati con gli stemmi delle famiglie nobili più importanti del medioevo, si consumarono atti di estrema violenza e allo stesso tempo di estremo valore. La ricchissima e devastante cavalleria pesante francese, vertice più alto della macchina da guerra occidentale, rispettata e temuta da chiunque, crollò sotto la pioggia di dardi dei potentissimi longbow inglesi, gli archi lunghi; fu sconfitta su un terreno sfavorevole, a seguito di ordini confusi e di un comando poco efficace da parte francese. La mischia che prese piede quel giorno d’agosto si trasformò in un bagno di sangue, che stando alle cronache costò la vita a migliaia di uomini, moltissimi dei quali erano gran cavalieri del tempo, tra cui figurava anche il re di Boemia in persona, Giovanni, il cieco.

Il sovrano si trovava a margine della mischia, in sella al destriero, con l’armatura completa indosso, di fianco ai suoi più fedeli cavalieri. E siccome non poteva vedere niente, si faceva aggiornare sulla situazione a voce, tramite descrizione. In quel frangente, i balestrieri genovesi assoldati da Filippo VI avevano tentato di rispondere al tiro inglese, ma la frettolosità con cui si erano schierati (senza neppure aver preso i pavesi, ovvero i grandi scudi che usavano piantare sul terreno per ripararsi) e, stando ad alcuni storici, soffrendo pure di un’inferiore gittata rispetto agli archi nemici, furono colti dal panico e andarono in rotta. I balestrieri italiani, l’élite da sempre assoldata da ogni condottiero d’Occidente e oltre, fuggirono. A quel punto, sembra che la smaniosa cavalleria francese, presa dalla furia, si sia lanciata alla carica in maniera disordinata, mentre ancora i mercenari si stavano ritirando, travolgendoli. Jean Froissart, cronista tra i più importanti ad aver descritto la battaglia, scrisse che fu lo stesso re francese a comandare di sterminare quei vigliacchi mercenari.

Re Giovanni di Boemia, udendo tutto questo dalla bocca di un suo cavaliere, si rivolse alla sua schiera montata, lanciandosi in un breve, ma toccante discorso: “Miei signori, voi siete i miei uomini, i miei amici e i miei compagni d’armi. Oggi ho una richiesta speciale da farvi. Portatemi abbastanza avanti da permettermi di sferrare un colpo con la mia spada.”

Il re di Boemia, cieco, al cospetto di una rovinosa battaglia sul punto d’esser perduta, chiese ai suoi cavalieri di accompagnarlo nella mischia, per fargli sferrare almeno un colpo di spada. Ciò può essere letto in maniera abbastanza evidente come l’ultimo desiderio prima della fine: la volontà d’immolazione di un eroe condannato. I cavalieri, fedelissimi e commossi, accettarono. Avrebbero potuto rifiutarsi, forse, poiché non si trattava di un comando, ma di una richiesta che avrebbe trascinato tutti sottoterra. Ma loro erano gli uomini di un re cavaliere, suoi amici e compagni d’arme, e quindi acconsentirono. Per guidare il loro signore cieco alla battaglia, legarono i destrieri per le briglie, gli uni di fianco agli altri, col re in mezzo, e partirono alla carica, verso il nemico.

S’infilarono nella mischia, e re Giovanni di Boemia calò la spada, più di una volta, combattendo con grande coraggio. Il cronista conclude questo glorioso episodio narrando, che i cavalieri con il loro sovrano “avanzarono così tanto da rimanere tutti sul campo, e nessuno sopravvisse. Furono trovati il giorno dopo, sdraiati attorno al loro signore, con i cavalli ancora legati insieme.”

Una storia struggente, finita in gloriosa tragedia, ma che ha innalzato questo pugno di uomini al cospetto degli eroi antichi, mitologici e letterari, in grado di emozionare ancora oggi. Almeno, per quanto mi riguarda, visto che queste tematiche formano la base di tutte le mie opere, a cominciare da La Stirpe delle Ossa per arrivare al mio ultimo romanzo di prossima pubblicazione, dal titolo “La Canzone dei Morti”, dove la forza di volontà, a dispetto di ogni condizione sfavorevole, si conferma l’arma più potente di cui possono disporre gli esseri umani, nonché l’unica forza su cui possiamo davvero contare, specialmente nei momenti più difficili della vita.

Parlerò presto de “La Canzone dei Morti”. Se la storia del re cieco e del suo sacrificio ti ha appassionato, mi raccomando, seguimi e condividi l’episodio con tutti i sanguinari e le sanguinarie più meritevoli, là fuori, così mi aiuterai a diffondere queste Leggende Affilate. Alla prossima.

“Così cominciò la battaglia tra La Broye e Crecy a Ponthieu alle quattro di quel sabato pomeriggio.
Al nobile e valoroso re di Boemia, conosciuto anche come Giovanni di Lussemburgo perché figlio dell’imperatore Enrico di Lussemburgo, venne detto dal suo popolo che la battaglia era iniziata. Sebbene indossasse l’armatura completa ed fosse equipaggiato per il combattimento, non poteva vedere nulla perché era cieco. Chiese ai suoi cavalieri quale fosse la situazione ed essi descrissero la disfatta dei genovesi e la confusione che seguì all’ordine di re Filippo di ucciderli. “Ah”, rispose il re di Boemia. “Questo è un segnale per noi.” Chiese allora notizie del figlio Carlo, re di Germania, e gli fu risposto: «Mio signore, non ne abbiamo. Crediamo che debba combattere in qualche altra parte del campo.’ Allora il re disse una cosa molto coraggiosa ai suoi cavalieri: ‘Miei signori, voi siete i miei uomini, i miei amici e i miei compagni d’armi. Oggi ho una richiesta speciale da farti. Portatemi abbastanza avanti da permettermi di sferrare un colpo con la mia spada.’
Poiché tenevano al suo onore e al proprio valore, i suoi cavalieri acconsentirono. Tra loro c’era Le Moine de Bazeilles, che cavalcava al suo fianco e non lo avrebbe mai lasciato volentieri, e c’erano molti altri bravi cavalieri della Contea di Lussemburgo. Per comportarsi bene e non perdere il re nella calca, legarono insieme tutti i loro cavalli per le briglie, misero il loro re davanti in modo che potesse esaudire il suo desiderio e cavalcarono verso il nemico.
È vero che quel giorno si compirono troppo pochi grandi fatti d’arme, considerando il vasto numero di bravi soldati e di eccellenti cavalieri che erano con il re di Francia. Ma la battaglia iniziò tardi e i francesi avevano avuto una giornata lunga e pesante prima del loro arrivo. Eppure continuavano ad avanzare e preferivano la morte ad una fuga disonorevole. Erano presenti il conte d’Alençon, il conte di Blois, il conte di Fiandra, il duca di Lorena, il conte di Harcourt, il conte di Saint-Pol, il conte di Namur, il conte di Auxerre, il conte di Aumale, il conte di Sancerre, il conte di Saarbruck e molti altri signori, baroni e cavalieri.
C’era anche lord Carlo di Boemia, che portava il titolo e le armi di re di Germania, e che condusse i suoi uomini in buon ordine sul campo di battaglia. Ma quando vide che le cose gli andavano male, si voltò e se ne andò. Non so da che parte sia andato.
Non così il buon re suo padre, perché si avvicinò così tanto al nemico che fu in grado di usare più volte la sua spada e combatté con grande coraggio, come facevano i cavalieri con lui. Avanzarono così tanto che rimasero tutti sul campo e nessuno riuscì a scappare vivo. Furono trovati il giorno dopo sdraiati attorno al loro capo, con i cavalli ancora legati insieme.”

Jean Froissart, cronaca
  1. Agostino recita “I Decii con determinate parole si offrirono in certo senso ad essere uccisi affinché, placatasi con la loro morte l’ira degli dei, l’esercito romano riuscisse a liberarsi. Dunque i santi martiri non dovranno insuperbire(…) se hanno combattuto fino allo spargimento del sangue, perché con la fede della carità e con la carità della fede amavano, come è stato loro comandato, non solo i propri fratelli, per i quali il loro sangue era versato, ma anche i nemici, dai quali esso era versato.” Agostino, De civitate Dei, V libro, XVIII
Lorenzo Manara
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