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8 Febbraio 2022

Storia medievale di un ladro acrobata

ladro acrobata

La figura del ladro acrobata nelle antiche cronache medievali: dalla realtà storica di Giovanni Villani al fantasy di Dungeons and Dragons

Uno dei personaggi più ricorrenti nella narrativa contemporanea è quello del ladro acrobata, figura che compare non solo in thriller e opere avventurose, ma anche nelle ambientazioni fantasy di stampo medievale, come lo sono Dungeons and Dragons e le infinite eredità lasciateci da “Il signore degli anelli”. Fra i membri di un “party” di personaggi che presentano ciascuno determinate abilità e poteri troviamo sempre quello furtivo, agile e truffaldino, cosa già presente nel Medioevo perfino nella sua variante più letale: l’assassino.

Il mito dell’archetipo furtivo per eccellenza nasce in Occidente nel XII secolo per indicare una certa “razza di saraceni che, nel loro dialetto, si chiamano Heyssessini1 Quel che sappiamo sul loro conto non è molto ed è inquinato da antiche leggende arabe a loro volta reinterpretate dai cristiani, come avviene nel Milione di Marco Polo2.

Alamut, Nido dell’aquila, la leggendaria fortezza dell’Ordine degli Assassini situata a quasi duemila metri d’altezza. Fra le antiche mura di pietra il Veglio della Montagna praticava la sua dottrina, istruiva i seguaci e conferiva loro incarichi pericolosi: l’assassinio dei più eminenti membri della società dell’epoca per scopi politici e militari. Tali incarichi venivano svolti tramite l’utilizzo di travestimenti e stratagemmi, proprio come ci si aspetterebbe in un moderno film al cinema o in un videogioco della serie Assassin’s Creed (per approfondire leggi l’articolo L’ordine degli assassini di Alamut“). Tuttavia non si tratta di un primato esclusivamente arabo. Perché riguardo il ladro acrobata (anche lui letale e senza scrupoli) si fa menzione nelle cronache italiane a cominciare dalla Nuova Cronica di Giovanni Villani, di metà Trecento.

Piero, detto Saccone per la sua stazza “massiccia e poco aggraziata3, fu il signore della casata dei Tarlati, proprietari di castelli sparsi per il centro Italia. Era stato nominato cavaliere dall’imperatore stesso, quindi di parte ghibellina, e aveva mire espansionistiche verso alcune località che rivendicava come proprie secondo vecchi privilegi. Ed è per questo che con l’aiuto dei suoi conti e degli alleati mise in piedi un’armata con “quattrocento cavalieri dell’arcivescovo di Milano e cento di suo sforzo4 per cominciare la sua campagna militare. Direzione: Borgo San Sepolcro (oggi San Sepolcro, nella provincia di Arezzo).

“Il borgo a san Sepolcro, terra forte e piena di popolo e di ricchi cittadini, e fornita copiosamente d’ogni bene da vivere, era nella guardia de’ Perugini con due casseri forniti alla guardia dei castellati perugini e di gente d’arme.”

L’obbiettivo del Saccone era una città fortificata come lo erano in prevalenza molte realtà urbane dell’Italia centro-settentrionale: “terra forte e piena di popolo e di ricchi cittadini“, condizione che giustifica la presenza di così tanti mercenari stranieri giunti nel Bel Paese per arraffare una fetta di ricchezze nostrane. Il borgo era presidiato da una guardia di Perugini che esercitavano una sorta di protettorato sulla città, forti di una masnada di gente d’arme e di due “casseri” termine con cui si indicavano le fortificazioni principali e più massicce del sistema difensivo. Insomma, la presa del borgo non poteva essere definita come una passeggiata.

Il Saccone non aveva intenzione di svernare sotto le mura durante un lungo e logorante assedio. Volle trovare un modo di risolvere la faccenda alla svelta e conosceva la persona giusta per farlo: tale Arrighetto di san Polo, meraviglioso ladro acrobata.

“Messer Piero aveva con sé uno suo fedele che aveva nome Arrighetto di san Polo, questi era grande e maraviglioso ladro, e facea grandi e belli furti di bestiame, traendo i buoi delle tenute murate e guardate, e rompeva tanto chetamente le mura, che niuno il sentiva, e di quelle pietre rimurava le porti a’villani di fuori sì contamente, che prima veva dilungate le turme de’buoi, e tratte per lo rotto del muro due o tre miglia che i villani trovandosi murate le porti, e, impacciati dalle tenebre della notte e dalla novità del fatto, le potessono soccorrere.”

Arrighetto faceva “grandi e belli furti di bestiame” in maniera così furtiva che nessuno si accorgeva mai della ruberia, se non a cose fatte. Soleva infatti rompere le mura che contenevano i capi di bestiame, fare uscire “le turme de’buoi“, poi con le pietre rimosse dalla barriera murava le porte dei villani, chiudendoli nelle loro case. Prima che i villani riuscissero a venir fuori dall’uscio, Arrighetto se l’era già svignata di “due o tre miglia“. Ma non era solo un ladro di vacche. Come ci racconta il Villani nella sua cronaca, si trattava di un meraviglioso ladro acrobata, “che saliva su per li canti delle mura e delle torri co’ suoi lievi argomenti incredibilmente, e quanto che fossono alte non se ne curava, ed era dell’altezza maraviglioso avvisatore.

“(Piero) s’intese con uno de’ Boccognani del borgo e grande ghibellino il quale odiava la signoria de’ Perugini e da lui ebbe che se la porta e la torre fosse presa, e di fuori fosse forza di gente a cavallo e a piè grande, ch’egli con gli altri ghibellini d’entro verrebbono in loro aiuto a metterli dentro. E dato l’ordine tra loro, messer Piero con cinquecento cavalieri e duemila pedoni un sabato notte, a dì venti del mese di novembre del detto anno, improvviso a’Borghigiani, innanzi il dì fu presso al borgo.”

Saccone chiese al ladro acrobata di scalare la torre della porta, uno degli ingressi per il borgo, per creare un varco alle sue schiere mentre, da dentro, i ribelli ghibellini si tenevano pronti alla rivolta, uscendo in strada e dar man forte agli assedianti. Saccone con cinquecento cavalieri e duemila pedoni si portò fino ai pressi del borgo, un sabato notte.

“Mandato Arrighetto con certi masnadieri eletti in sua compagnia a prendere la torre e la porta, il detto Arrighetto con suoi incredibili argomenti in quello servizio, cintosi corde, e aiutato di non essere sentito per uno grande vento che allora soffiava, e avea ristrette le guardie sotto il coperto, montò in su la torre della porta, ed essendovi due sole guardie, si recò il coltello ignudo in mano, e mostrò d’avere compagnia, minacciandoli d’uccidere. Eglino storditi per la novità, non sapendo che si fare, stettono cheti per paura, e Arrighetto data la corda a’masnadieri ch’erano a piè del muro, con una scala leggieri di funi tirò su l’uno dei capi e accomandollo a uno de’merli, e incontamente montati suso per quella l’uno appresso l’altro dodici masnadieri.”

Arrighetto, che non aveva cognome poiché uomo semplice, proveniente da San Polo, s’arrampicò su per la più alta torre della città fortificata, al di sopra della porta d’ingresso, portando con sé una lunga corda. Una volta in cima, grazie al vento forte che copriva i rumori, minacciò le guardie con un coltello, le quali si trovarono così colte alla sprovvista che non si ribellarono affatto. Permisero ad Arrighetto di legare il capo della corda attorno a un merlo della torre e di far salire uno dopo l’altro i dodici masnadieri che lo seguivano.

“E quando si vidono signori della porta, feciono a quelli traditori d’entro certo segno ordinato. Quello de’Boccognani veduto il segno come la porta era presa, fece sonare a stormo una campana d’una chiesa, al cui suono, come ordinato avea, tutti i ghibellini del borgo furono all’arme e traevano verso la porta. I guelfi che non sapeano il tradimento traevano storditi alla piazza senza niuno capo; e schiarito il dì, vedendo aperta e presa la porta per i ghibellini, e sentendo come messer Piero era di fuori con molta gente, non vedevano da potere riparare; ma i ghibellini non volendo guastare la terra assicurarono i guelfi che ruberia non vi si farebbe, e senza contrasto vi lasciarono entrare messer Piero con tutta la sua gente e del conte Pallavicino, e non vi si diè colpo e non vi si fece alcuna ruberia: e così messer Piero ne fu signore.”

Lo stratagemma funzionò, perché non appena il ladro acrobata di San Polo riuscì a impadronirsi della torre da solo, facendosi poi raggiungere da dodici compagni per aprire le porte, le campane del borgo cominciarono a suonare; segno per i ghibellini in città di dare inizio alla ribellione. Il Saccone coi suoi cavalieri giunse in città senza colpo ferire, né ruberia alcuna. Poiché il signore dei Tarlati non voleva “guastare la terra” di coloro che lo avevano aiutato.

La guerra però non era ancora finita.

“Ma le due rocche che erano forti e guardate per li Perugini si misono alla difesa per attendere il soccorso de’Perugini. Messer Piero e il conte senza prendere soggiorno con tutta la sua gente a cavallo e a piè uscirono del borgo, e accamparonsi di fuori dirimpetto alle rocche per la via a’Perugini, e fecionsi innanzi al loro campo fare un fosso di subito e uno steccato, e mandarono a tutte le terre dov’avea gente d’arme del signore di Milano che mandassero loro aiuto, e in pochi dì vi si trovarono con ottocento cavalieri e popolo assai.

I soldati si erano asserragliati nelle due rocche (i casseri) e si misero in attesa dei rinforzi da Perugia. Il Saccone s’accampò col suo esercito e cominciò la costruzione di uno steccato e di un fosso, chiedendo a sua volta rinforzi da Milano. In pochi giorni arrivarono altri ottocento cavalieri e numerosi fanti. Tuttavia, anche i Perugini si erano dati da fare, ricevendo aiuto nientemeno che da Firenze.

I Perugini turbati di questa perdita procacciarono da ogni parte aiuto per racquistare la terra, tenendosi i casseri, e di presente ebbono cinquecento cavalieri dai Fiorentini: e con millequattrocento cavalieri e con grande popolo se nè vennono alla città di Castello e acconciatosi per soccorrere quei de’casseri.”

Le due parti avevano ormai raccolto tanti uomini per lo scontro sul campo, tuttavia, poco prima dell’inizio, i difensori dei casseri si arresero all’armata del Saccone, probabilmente perché non sapevano che i rinforzi richiesti erano quasi giunti.

Tanta viltà fu in coloro che gli aveano in guardia, che senza attendere il soccorso così vicino s’arrenderono a messe Piero; e incontamente quelli del castello d’Anghiari cacciarono la guardia che v’era de’Perugini, e dieronsi al vicario dell’arcivescovo, ed egli lo rendé a messer Maso de’Tarlati. In que’ di il castello della Pieve a santo Stefano e i castello perugino, tenendosi mal contenti de’Perugini, anche si rubellarono da loro.

Dopo le azioni rocambolesche del ladro acrobata e la pressione armata del Saccone, i difensori infine crollarono. L’intero borgo era capitolato con le sue due rocche e pure nelle città vicine si sparse la voce della viltà di “coloro che gli aveano in guardia“. Ma i Perugini avevano tutta l’intenzione di vendicarsi.

I Perugini avendo perduta la speranza di soccorrere le rocche, cavalcarono al borgo, e arsonlo intorno guastando tutte le possessioni, e già messer Piero e’l conte Pallavicino non ebbono ardire d’uscire della terra contro a loro: e fu fatto il guasto, si tornarono alla città di Castello. Messer Piero preso suo tempo con tutta la cavalleria ch’avea nel borgo cavalcò fino alle porti della città di Castello: i cavalieri che v’erano dentro de’Perugini, e singolarmente quelli de’Fiorentini, ch’erano buona gente d’arme e bene montati, uscirono fuori perché i nemici aveano a fare lunga ritratta, e seguitando i nemici quasi a mezzo il cammino, s’abbatterono in un grosso agguato: e ivi cominciò l’assalto aspro e forte, ove s’accolse la maggiore parte della gente di catuna parte senza fanti a piede; e ivi dando e ricevendo si fece aspra battaglia, e durò lungamente, perrocché catuno voleva mantenere l’onore del campo; e non avendo pedoni che l’impedissono, feciono i buoni cavalieri grande punga, e in fine per virtù di certi conestabili della masnada de’Fiorentini, ristringendosi insieme, con impetuoso assalto ruppono la cavalleria di messer Piero, e a forza in sconfitta gli cacciarono del campo, e rimasono morti sessanta de’loro cavalieri in sul campo e più cavalli, e presi sei de’loro conestabili da’ cavalieri de’Fiorentini, e messer Manfredi de’Pazzi di Valdarno, e più altri cavalieri tedeschi e borgognoni, a’quali tolsono l’arme e’cavalli secondo l’usanza e lasciaronli alla fede: e questo fu del mese di dicembre del detto anno.

Capitolo XLIII “Come i perugini arsono intorno al borgo e sconfissero de’nemici”

Dopo la conquista del borgo e la battaglia che pose fine alla guerra, di Arrighetto di San Polo, il ladro acrobata medievale, non ne se ne seppe più niente. Chissà che non sia tornato a fare “grandi e belli furti” per tutta Italia, magari al soldo di qualche signore…

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  1. Cronaca di Arnoldo di Lubecca, XII sec.
  2. Milione, Marco Polo, capitolo 41, 1298
  3. Dizionario Biografico degli italiani, volume 95, Gian Paolo G. Scharf
  4. “Come messer Piero Saccone prese il borgo a san Sepolcro” Nuova Cronica, Giovanni, Matteo Filippo Villani. Libro II, Capitolo XLII (42)
Lorenzo Manara