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26 Luglio 2022

Ruggero da Fiore: un templare rinnegato

ruggero da fiore falco del tempio

Ruggero da Fiore, il templare italiano cacciato dall’Ordine per aver rubato il tesoro del Tempio, pirata e fondatore della Compagnia Catalana

Ruggero da Fiore, chiamato anche Roger da Flor, o Roger da Flores, è uno dei protagonisti della Crónica catalana di Ramon Muntaner. La sua vita è un’avventura degna d’essere raccontata, che sfiora importanti vicende di fine XIII secolo a cominciare dalla battaglia di Tagliacozzo e i Vespri Siciliani, passando per la tragica conclusione delle crociate con l’assedio di san Giovanni d’Acri, e arrivando fino a Costantinopoli, durante le guerre con gli Ottomani. Mettici pure i templari e la sparizione di un tesoro, una scomunica, scorrerie, saccheggi, battaglie navali, imprese eroiche ed ecco che prende forma lo splendido mosaico narrativo che compone la biografia di Ruggero da Fiore, partito da bambino come semplice mozzo e diventato megadux, una delle più alte cariche militari dell’Impero Romano d’Oriente.

CXCIV Racconta gli inizi di fratello Ruggero che fu poi tanto esaltato; e delle grandi opere di valore che compì nella sua vita.
“È vero che l’imperatore Federico II aveva un gentiluomo, che era dalla Germania e si chiamava Richard de Flor ed era un uomo molto galante. E gli diede in moglie, a Brindisi, una fanciulla, figlia di un uomo onorato della città di Brindisi, che era uomo ricco. Tra quello che gli diede l’imperatore e quello che ebbe con sua moglie divenne un uomo molto ricco. E da lei ebbe due figli: il maggiore si chiamava Jacobo de Flor, e il minore si chiamava Ruggero da Fiore. E quando Corradino venne nel regno di Sicilia, il maggiore di questi non aveva più di quattro anni, e Ruggero non più di uno. E il loro padre era uomo esperto d’armi e volle combattere nella battaglia di Corradino contro re Carlo, e in quella battaglia fu ucciso. E re Carlo, quando ebbe preso il regno, prese per sé tutto ciò che apparteneva a tutti coloro che erano stati in battaglia, e ciò che era appartenuto alla famiglia dell’imperatore o di re Manfredi. Non restava altro a quei ragazzi di quello che la loro madre aveva portato come parte del suo matrimonio, perché, del resto, erano diseredati.”

L’imperatore Federico II aveva un falconiere di nome Richard von Blun, tradotto letteralmente dal tedesco in Riccardo da Fiore. Sappiamo bene quanto l’imperatore svevo fosse appassionato di caccia (per approfondire, leggi “La caccia nel Medioevo”), per questo teneva in gran considerazione anche i suoi esperti cacciatori. Riccardo da Fiore, in particolare, fu ricompensato per i suoi servigi con la mano di una dama molto ricca della città di Brindisi.

Riccardo e la dama brindisina ebbero due figli: Jacopo da Fiore e Ruggero da Fiore. Ma quando il maggiore raggiunse l’età di quattro anni e il minore quella di un anno, e l’imperatore svevo era ormai morto da 18 anni, Riccardo da Fiore fu costretto a lasciare l’amata famiglia per seguire l’esercito del sedicenne Corradino, nipote di Federico II, in guerra contro i guelfi di Carlo I d’Angiò.

La discesa di Corradino in Italia culminò nella celebre battaglia del 23 agosto 1268, a Tagliacozzo (per approfondire, leggi “La Battaglia di Tagliacozzo”), dove Riccardo da Fiore trovò la morte in combattimento. La moglie, Il figlio Jacopo e il piccolo Ruggero da Fiore, che aveva appena un anno, rimasero senza capofamiglia e perfino diseredati dalla presa di potere di re Carlo che, dopo aver schiacciato gli svevi, spogliò i vinti dei loro beni.

“E in quel tempo arrivavano a Brindisi le navi delle case mercantili, e quelle di Puglia, che volevano prendere pellegrini e viveri dal Regno, vi venivano a passare l’inverno. Le case mercantili avevano tutte, ed hanno tuttora, grandi stabilimenti a Brindisi e in Puglia e in tutto il Regno. E così le navi che vi svernano cominciano a caricare in primavera per andare ad Acri, e prendono pellegrini, olio e vino e ogni sorta di chicco di grano. E certamente è il luogo più attrezzato per il passaggio di là del mare di qualunque appartenente ai cristiani, e nella terra più abbondante e fertile, ed è vicinissimo a Roma; e ha il miglior porto del mondo, tanto che ci sono case fino al mare. E più tardi, quando il ragazzo Ruggero aveva circa otto anni, accadde che uno dei Templari, un fratello sergente, chiamato fratello Vassayll, che era originario di Marsiglia, era comandante di una nave dei Templari ed era un buon marinaio, venne con la sua nave a passare un inverno a Brindisi, e prese la zavorra e fece riparare la nave in Puglia. E mentre faceva riparare la nave, il ragazzo Ruggero correva intorno alla nave e al sartiame leggero come fosse una scimmia, e tutto il giorno stava con i marinai, perché la casa di sua madre era vicina a dove stava la nave prendendo in zavorra. E il fratello Vassayll, ha preso in simpatia il ragazzo Roger; lo amava come se fosse suo figlio, e chiese di lui a sua madre e disse che, se lei lo avesse abbandonato, avrebbe fatto tutto ciò che era in suo potere per procurargli un buon posto tra i Templari. E la madre, poiché le sembrava un uomo importante, gli diede volentieri il ragazzo, ed egli lo accolse.”

Brindisi era un’importantissima realtà medievale, scalo per l’attraversamento del Mediterraneo in tutte le sue mete più ambite, fino a quell’Oltremare che per secoli attirò gli sforzi militari ed economici dell’intero Occidente. Le navi delle case mercantili giungevano a Brindisi per caricare pellegrini, soldati e viveri “olio, vino e ogni sorta di chicco di grano”, per poi scortarli fino in Terra Santa e perfino oltre, nel Mar Nero. Ma non si trattava solo di questo. Il porto di Brindisi fungeva anche da “sosta invernale”, dove le navi si fermavano per svernare, nell’attesa della primavera. “Certamente è il luogo più attrezzato per il passaggio di là del mare di qualunque appartenente ai cristiani, e nella terra più abbondante e fertile, ed è vicinissimo a Roma; e ha il miglior porto del mondo, tanto che ci sono case fino al mare.

Ruggero da Fiore passò l’infanzia in quel brulicante porto medievale, vivendo come facevano i ragazzini delle famiglie affacciate sul mare. “Correva intorno alla nave e al sartiame leggero come fosse una scimmia, e tutto il giorno stava con i marinai.” Un giorno, come in un classico della letteratura d’avventura, il piccolo Ruggero da Fiore si imbatté nel comandante di una nave che non era affatto come le altre. Si trattava, infatti, di un veliero del Tempio, l’ordine monastico cavalleresco più potente dell’epoca.

Il comandante della nave templare si chiamava fratello Vassayll1. Costui prese molto in simpatia Ruggero da Fiore, poiché il ragazzino bazzicava la nave templare tutti i giorni, ormeggiata a Brindisi per l’inverno. Perciò il comandante disse alla madre che, nel caso in cui lei ne avesse avuto bisogno, lo avrebbe preso in custodia per farlo entrare a far parte dell’ordine, anche se, tale richiesta, non veniva trattata favorevolmente dalla Regola del Tempio:

“Sebbene la regola dei Santi Padri permetta di avere dei fanciulli nella congregazione, noi vi esortiamo a non farvi carico di ciò. Chi avrà deciso di introdurre un figlio o un parente nell’Ordine militare, in modo corretto, lo nutra sino agli anni nei quali la sua mano armata possa virilmente cancellare i nemici di Cristo dalla Terra Santa. Poi, secondo la regola, il padre o i genitori lo portino in mezzo ai fratelli o rendano nota a tutti la sua richiesta: è meglio non consacrarlo da fanciullo piuttosto che, fatto uomo, allontanarlo in modo clamoroso.”

Perché i fanciulli, finchè sono piccoli, non vengano accolti fra i fratelli del tempio. capitolo LXII, Regola del Tempio

Regola che, come vedremo più avanti, si rivelerà più che azzeccata.

La madre, viste le difficili condizioni economiche in cui versava dopo la morte del marito, decise di consegnare suo figlio a Fratello Vassayll, per farlo salire a bordo del veliero templare. Ed è così, come nell’incipit di una grande storia, che ebbero inizio le avventure di Ruggero da Fiore.

“E il ragazzo si rivelò il ragazzo più esperto del mare; compì meraviglie dell’arrampicata e di tutte le cose. A quindici anni era considerato uno dei migliori marinai del mondo, e a vent’anni era un abile marinaio in teoria e in pratica, tanto che il degno fratello Vassayll gli lasciava fare tutto ciò che voleva con la nave. E il Maestro dei Templari, vedendolo così zelante ed esperto, gli diede il mantello e lo fece fratello sergente e poco tempo dopo che fu fatto fratello, i Templari comprarono dai Genovesi una grande nave, la più grande che fosse stata costruito in quel tempo, e si chiamava il Falcone, e lo diedero a questo fratello Ruggero da Fiore.”

Ruggero da Fiore si rivelò un fenomeno della vita marinaresca. Sapeva arrampicarsi in maniera meravigliosa e fare molte altre cose straordinarie che gli valsero, a detta del cronista, il primato di “uno dei migliori marinai del mondo”. A vent’anni, intorno all’anno 1388, era così abile nella teoria e nella pratica che fratello Vassayll “gli lasciava fare tutto ciò che voleva con la nave”, presumibilmente lasciandogli il comando anche durante gli scontri armati. La fama di Ruggero da Fiore fece la scalata della gerarchia templare, fino a giungere alle orecchie del maestro stesso, l’allora Guillaume de Beaujeu che vedendolo così “zelante ed esperto” gli consegnò il mantello dell’ordine nominandolo fratello sergente e, poco tempo dopo, affidandogli perfino una nave: il Falco, o Falcone del Tempio.

Il Falco del Tempio era una grande nave che i templari avevano comprato dai genovesi: “la più grande che fosse stata costruita in quel tempo”. Sappiamo che i templari, come gli ospitalieri, usavano sia navi di proprietà dei mercanti, sia proprie, per il trasporto di uomini e merci2. I carichi includevano spesso bestiame, anche se la maggior parte degli animali soffriva molto durante i viaggi in mare. I più richiesti e trasportati erano naturalmente i cavalli e i destrieri da guerra. Nelle prime fasi delle crociate, gli ordini affittavano navi delle città italiane come Venezia, Genova, Pisa. Successivamente, però, cominciarono ad acquistarle formando una propria flotta, come testimoniato da Ramon Muntaner nel racconto di Ruggero da Fiore, e del suo Falco del Tempio.

Non esiste una precisa descrizione del Falco, tuttavia possiamo prendere per buone le parole del cronista per ipotizzare le caratteristiche “della più grande nave” templare. Innanzitutto, essendo la più grande, è probabile che non fosse una galea, ovvero l’imbarcazione più frequente sul finire del XIII secolo (e lo rimase, in ambito militare, fino al XVI secolo, come dimostrato nella battaglia di Lepanto). Le galee erano le imbarcazioni lunghe e sottili che associavano propulsione velica all’uso dei remi, mossi da almeno duecento uomini. Erano precisissime nelle manovre e perfette per la guerra nel Mediterraneo, tuttavia non potevano trasportare ingenti carichi (cosa che, invece, Ruggero da Fiore con il Falco faceva spesso).

Navis era il termine con cui si indicavano nel Medioevo le navi dotate di una grande capacità di carico. Per definire genericamente un’imbarcazione invece si faceva uso del termine lignum, richiamando il materiale utilizzato. A quel tempo vi erano, quindi, due grandi tipologie di natanti: quelle a scafo sottile, come le galee, e quelle a scafo tondo, come le navis che, a seconda del paese e dell’epoca, assumevano terminologie ancora più specifiche3. La navis di Ruggero da Fiore, quindi, poteva apparire come una delle tipiche imbarcazioni mercantili genovesi:

“Si trattava, a ogni modo, di bastimenti capienti, la cui lunghezza era circa il doppio della larghezza al baglio maestro e il triplo dell’altezza al puntale, dotati d’uno o più ponti (in genere, coperta e corridoio), caratterizzati dall’esclusiva propulsione velica, garantita dalla presenza di uno, due o tre alberi, inclinati in avanti, muniti di antenne (formate da due parti sovrapposte: il carro e la penna) e armati a vela latina (probabilmente, “a la trina”: triangolare), che permetteva di stringere meglio il vento rispetto alla quadra (ma non oltre le sei quarte; le sette quarte erano mantenute con difficoltà). Dalle poche raffigurazioni superstiti – graffiti, miniature, disegni –, così come dai più noti contratti di costruzione, sappiamo che tali unità navali disponevano, a poppa, d’un cassero e di due grosse pale utilizzate come timoni laterali, azionate da una barra che immetteva direttamente nella timoneria, progressivamente affiancate o sostituite da un timone unico centrale; a prua, invece, d’un rudimentale castello sopraelevato, destinato a ospitare dei soldati.”

L’influsso delle marinerie nordiche sullo sviluppo del naviglio mediterraneo: un tema controverso, Antonio Musarra

Il Falco del Tempio poteva assomigliare, quindi, al modello più grande di navis genovese: due o tre vele, priva di remi, della capacità di 1000 tonnellate e dotata di un equipaggio di 80-100 uomini, con un cassero fortificato a poppa e un castello sopraelevato a prua4. Una nave pensata prevalentemente per il trasporto, nonostante fosse armata per il combattimento, e che Ruggero da Fiore comandò con “grande sapienza e valore”.

“E in questa nave navigò a lungo, mostrando grande sapienza e grande valore. Si ritrovò ad Acri su questa nave e i Templari se la cavarono così bene con questa nave che nessun’altra gli piaceva così come questa. Questo fratello Roger era l’uomo più generoso mai nato; può essere paragonato solo al giovane re. E quanto guadagnò lo divise e lo diede ai principali Templari e a tanti amici che seppe farsi. E, in quel tempo, Acri era perduta, ed era nel porto di Acri con la sua nave e portò via dame e damigelle e un grande tesoro e molte persone importanti. E poi, similmente, condusse il popolo a Montpelegrin, affinché in quel viaggio guadagnò infiniti. E quando tornò, diede molto al Maestro e a coloro che erano potenti tra i Templari. E quando ciò fu fatto, gli invidiosi lo accusarono al maestro, dicendo che aveva un grande tesoro che gli era rimasto della faccenda di Acri. Il Maestro afferrò tutto ciò che trovò di suo, e poi volle impossessarsene.” 

Ruggero da Fiore navigò a lungo col suo Falcone, partecipando anche all’ultimo assedio delle crociate, quello che avrebbe posto fine alla pagina di storia Oltremare: Acri, 1291. Aiutò i difensori a fuggire dalla città perduta, nelle ultime fasi dell’assedio, quando i mamelucchi avevano conquistato la doppia cerchia di mura per riversarsi nelle strade. Ruggero da Fiore fece da spola con la sua nave, avanti e indietro, dal porto di san Giovanni d’Acri fino a Montpelegrin, il castello del Pellegrino, dove i superstiti però non rimasero a lungo, poiché la caduta della città di Acri pose fine al regno crociato. 

“Ora sappiate che quelli di Castel Pellegrino, quando videro che tutto era perduto, capirono bene che non avevano la forza di difendere il castello, così lo abbandonarono e andarono all’isola di Cipro, e poi i saraceni lo fecero radere al suolo”

Templare di Tiro 276. (512)”

Ma Ruggero da Fiore, oltre a scortare i civili, si occupò anche di una questione scottante: il trasporto del tesoro dell’Ordine Templare.

Qui, la storia del templare italiano, comincia ad assumere le tinte avventurose che solo i misteri legati all’ordine religioso più affascinante di tutti i tempi riescono a regalare. Poiché, secondo la Crónica catalana de Ramon Muntaner, fu proprio lui a mettere in salvo il tesoro del Tempio, allora conservato nell’ultima città fortezza cristiana di Terra Santa. E nel farlo si arricchì tanto da incorrere nelle ire del tesoriere dell’ordine Thibaud Gaudin, il quale, al termine dell’assedio e, in seguito, alla morte dell’allora maestro Guillaume de Beaujeu (sacrificatosi in un’ultima carica contro i mamelucchi, leggi l’articolo “Così muore il maestro dei templari”), divenne egli stesso maestro dell’ordine, cominciando la sua persecuzione nei confronti di Ruggero da Fiore. “Gli invidiosi lo accusarono al maestro, dicendo che aveva un grande tesoro che gli era rimasto della faccenda di Acri.

Nella cronaca catalana, Ruggero da Fiore viene considerato privo di colpa. Si dice che si arricchì trasportando persone importanti da Acri a Castel Pellegrino, presumibilmente dietro donazioni o pagamento di un pedaggio5, per poi essere accusato dagli “invidiosi” d’essersi impadronito di una parte del tesoro dei templari. Tuttavia, molti altri autori non furono dello stesso avviso6, e presero le parti dell’Ordine nell’accusare il comandante del Falco di aver speculato su un disastro, rubando parte del tesoro.

Ruggero da Fiore fu, quindi, spogliato dei suoi averi, cacciato dall’ordine dei Templari, e “scomunicato pergiunta” ma le sue imprese non erano neppure cominciate. Poiché mise al servizio del miglior offerente la sua esperienza di mare e la sua fama (per quanto sporcata dagli avvenimenti) per divenire, a tutti gli effetti, un pirata, o corsaro antelitteram, considerato che veleggiava per conto di un potente.

“Ma seppe ciò e lasciò la nave nel porto di Marsiglia e andò a Genova, dove trovò messer Ticino Doria e altri amici che seppe tenersi stretto; e prese da loro una somma in prestito, con cui comprò una buona galea, chiamata Oliveta, e la attrezzò molto bene. E venne al Duca a Catania con la galea, e si offrì a lui, per sostenerlo con la galea e di persona. Ma il Duca non lo accolse bene, né nei fatti né nelle parole, e così stette tre giorni senza poter avere una risposta favorevole. E il quarto giorno apparve davanti a lui e disse: «Signore, vedo che non ti piace che io sia al tuo servizio, per cui ti raccomando a Dio, e andrò a cercare un altro signore, al quale il mio servizio sarà piacevole”. E il Duca rispose che poteva andarsene e la buona fortuna lo accompagnava. E subito si imbarcò e venne a Messina, dove trovò il signore re Federico; e gli apparve davanti e gli si offrì, come aveva fatto al duca. E il Signore Re lo ricevette molto benevolmente e lo ringraziò per la sua offerta. E subito lo nominò membro della sua casa e gli assegnò una buona e onorevole provvigione. E lui e tutti quelli che erano venuti con lui fecero omaggio al re. Fratello Roger, quando vide la bella e onorevole accoglienza riservatagli dal re, fu molto contento.”

Ruggero da Fiore abbandonò la navis del Tempio, il Falco, a Marsiglia. Andò a Genova e, grazie a un ingente prestito conferitogli da Ticino Doria, armò una galea da guerra a vela e remi, veloce e letale, per poi offrire i propri servigi di esperto comandante a Roberto d’Angiò (qui titolato come Duca di Catania). Il Duca, però, non si dimostrò interessato. Dopotutto era di parte guelfa, appartenente alla fazione papale, dunque poco incline ad accogliere uno scomunicato cacciato dall’ordine dei templari. Perciò Ruggero da Fiore si recò dal suo nemico, nonché re di Sicilia in persona, Federico III d’Aragona, il quale, guardacaso, era anch’egli scomunicato, e fu felicissimo di arruolare un uomo così valente nella dura guerra che infiammava il sud Italia a quel tempo. 

A questo punto si potrebbe aprire una parentesi sulla questione del tesoro templare rubato. Poiché se le accuse fossero state vere, Ruggero da Fiore non avrebbe avuto bisogno di un prestito per armare la galea. O forse il tesoro rubato non era sufficiente a coprire i costi? Le ipotesi sono molte. Ruggero potrebbe persino aver venduto il tesoro ai suoi contatti genovesi, ottenendo una somma di denaro “pulita”, spacciata per un prestito. Ma sono solo supposizioni. Come al solito, la verità non la sapremo mai.

Con l’appoggio del re di Sicilia, Ruggero da Fiore diede inizio alla sua carriera piratesca al comando dell’Oliveta, veleggiando nel Mediterraneo a caccia di velieri angioini da catturare.

“E dopo essere rimasto otto giorni con il Signore Re e aver ristorato i suoi seguaci, si congedò dal Signore Re e si mosse verso l’Apulia, e prese una nave del re Carlo carica di vettovaglie, che andava al Duca, a Catania. E subito la presidiò con alcuni della sua compagnia, e quelli della nave mise in galea, e mandò la nave, che era a tre ponti e carica di grano e di altre vettovaglie, a Siracusa. E poi prese dieci teridi pieni, carichi parimenti di vettovaglie che re Carlo mandava al duca. E con queste teridi venne a Siracusa, dove vi era una grande mancanza di viveri. E con la galea mise similmente delle vettovaglie nel castello d’Agosta. Cosa devo dirti? Con quel premio fece provvista Siracusa e il castello d’Agosta e Lentini e tutti gli altri luoghi in attesa del Signore Re intorno a Siracusa. E fece vendere le vettovaglie in un grande mercato di Siracusa e ne mandò a Messina. E con il denaro pagò i soldati che erano nel castello di Siracusa e in città e ad Agosta e a Lentini e in tutti gli altri luoghi. Ha pagato tutti per sei mesi, alcuni in moneta, altri in vettovaglie. E così ha rianimato tutto. E fatto questo, aveva ancora lasciato, del guadagno che aveva fatto, ben ottomila once. E venne a Messina e mandò al Signore Re, che andava per la Sicilia, mille once in bei carlini, e pagò anche per sei mesi i soldati che erano col conte de Squilace, e a Calana e La Mota e a il castello di Santa Agata ea Pentedatilo e Amandolea e Gerace; vale a dire in denaro e in viveri.”

Ruggero da Fiore, durante il suo primo incarico da pirata al soldo del re aragonese di Sicilia, catturò a largo della Puglia una nave dell’avversario angioino, a tre ponti, carica di grano e altre vettovaglie. La occupò con una parte della sua compagnia mentre i prigionieri di guerra li caricò sulla sua Oliveta. Poi, mandò la nave catturata a Siracusa. Un bel bottino, senza dubbio, ma Ruggero non si fermò. Catturo altre dieci imbarcazioni, dette “teridi”, tutte mercantili e piene di vettovaglie, anch’esse mandate poi a Siracusa e al castello d’Augusta, dove spartì il guadagno col re Federico III d’Aragona. La scalata al potere era cominciata: con i soldi che gli rimasero, ricavati dalla vendita del carico catturato, Ruggero da Fiore mise in piedi la sua compagnia di guerra, quella che poi sarebbe passata alla storia come la Compagnia Catalana (o degli Almogavari).

“E poi si dotò subito, oltre alla sua, di quattro galee che prese dall’arsenale. E quando li ebbe equipaggiati, riprese subito la rotta per la Puglia e prese, ad Otranto, la nave di En Berenguer Samuntada di Barcellona, ​​che era carica di grano del re Carlo, una grande nave a tre ponti che il re Carlo stava mandando a Catania. E lo presidiò e lo mandò a Messina, e diede alla città una grande generosità dalle altre navi e legni che prese; vi mandò più di trenta, carichi parimenti di vettovaglie, che fu infinito il suo guadagno, e fu immenso il bene che fece a Messina e a Reggio ea tutto il circondario. E fatto tutto questo, comprò cinquanta destrieri, tutti di buona qualità, e montò scudieri catalani e aragonesi che ricevette in sua compagnia, e prese in casa sua cinque cavalieri catalani e aragonesi, e con grande quantità di denaro andò dov’era il Signore Re e lo trovò in Piazza; e là gli diede più di mille once di moneta e, più che ad altri, diede a Don Blasco e En G. Galceran e En Berenguer de Entenza, per i quali concepì tanto amore che vissero come fratelli e convennero che tutte le cose dovrebbero essere in comune tra loro. Cosa devo dirti? Non c’era un ricco o cavaliere che non accettava i suoi doni e, in tutti i castelli in cui veniva, pagava i soldati per sei mesi. Così rafforzò il Signore Re e rinfrescò i suoi seguaci che uno di loro valeva doppio.”

Dopo aver consegnato parte del bottino al re Federico III d’Aragona, con quel che era rimasto Ruggero da Fiore divenne un uomo ricchissimo. Egli, però, aveva acqua di mare nelle vene e ferro affilato nel pugno, perciò investì i guadagni in nuove galee, armi e uomini. Pagò i soldati siciliani e catalani che si erano uniti a lui e ne arruolò degli altri. Poi acquistò altre quattro galee, ben armate ed equipaggiate. Con una flotta di cinque galee, guidate dall’ammiraglia Oliveta, si diresse nuovamente in Puglia, la sua terra, solcando i mari che fin da bambino, quando era un mozzo imbarcato sulla nave dei templari, aveva imparato a conoscere. Catturò altre navi angioine, grandi e cariche di bottino, continuando ad ampliare e rinforzare la nuova Compagnia Catalana, che a quel punto cominciava a divenire una forza militare molto influente nello scacchiere politico del sud Italia di inizio XIV secolo. “fu infinito il suo guadagno, e fu immenso il bene che fece a Messina e a Reggio e a tutto il circondario”.

Tali erano le disponibilità economiche del pirata Ruggero da Fiore, che poté comprare 50 destrieri da guerra da affidare a scudieri catalani e aragonesi, al fianco di 5 cavalieri della piccola nobiltà spagnola che si misero alle sue dipendenze, arricchendo la compagnia di Almogavari di un reparto di cavalleria di tutto rispetto. Era stimato in Sicilia, poiché pagava bene e pagava subito. I suoi seguaci, infatti, valevano il doppio degli altri in quanto a valore e fedeltà.

Ramon Muntaner riserva belle parole per il figlio del falconiere di Federico II, descrivendo la sua scalata al successo come frutto indiscusso di straordinarie capacità e generosità verso gli uomini. Ma altri cronisti, che supportavano la causa dei templari derubati del loro tesoro (e che ancora gli davano la caccia!) usavano tutt’altre parole:

“Arricchitosi in Acri in mezzo alle sventure dei fratelli, cacciato dal gran maestro dell’Ordine per misfatti e per invidie, scomunicato per giunta, non si perse d’animo, e poiché ricusò per scrupolo i suoi servigi Roberto di Napoli, li offerse Ruggero a Federigo che li accettò come quegli che di scomuniche non pativa a quell’ora penuria. Così corseggiando e spogliando amici e nimici, avido d’oro e di fama, rifece le perdute dovizie. Prodigo, dissipatore, rapace, avea menato grido di sè fra l’oste siciliana…”

Cronache catalane del secolo XIII e XIV, una di Raimondo Muntaner, l’altra di Bernardo d’Esclot. Prima traduzione italiana di Filippo Moisè

Detrattori a parte, la sua influenza militare e politica fu evidente, poiché venne nominato vice ammiraglio di Sicilia e membro del consiglio del re, guadagnando i castelli di Tripi, Alicata e, stando al resoconto, godette pure delle rendite di Malta, appena strappata dagli angioini ed entrata a far parte del dominio aragonese.

“E il signore re, vedendo il suo valore, lo fece vice ammiraglio di Sicilia e membro del suo consiglio, e gli diede i castelli di Tripi e di Alicata e le rendite di Malta. E fratello Ruggero, vedendo l’onore conferitogli dal re signore, lasciò con lui la sua compagnia di cavalli e lasciò, come loro capi, due cavalieri, uno chiamato En Berenguer de Montroig, un catalano, e l’altro messer Roger de la Matina ; e lasciò loro del denaro per il loro mantenimento e per ciò di cui avrebbero avuto bisogno. E prese congedo dal Signore Re, e venne a Messina, equipaggiò cinque galee e un legno, e procedeva a perlustrare tutto il Principato e la sponda romana, e la spiaggia di Pisa e Genova e della Provenza e della Catalogna e della Spagna e della Barberia. E tutto ciò che trovava, di amico o nemico, in monete o beni di valore, che poteva mettere a bordo delle galee, lo prese. E, agli amici, scrisse una nota del suo debito e disse loro che, quando fosse stata fatta la pace, li avrebbe pagati; e, dai nemici, prese tutto il valore che trovò, ma lasciò loro i loro soldi e la loro vita, perché non ha ferito la persona di nessuno. E così tutti si separarono da lui soddisfatti e fece in quel viaggio un guadagno infinito, in oro e argento e beni preziosi, quanto potevano portare le galee.”

Insignito della nuova carica, lasciò gran parte della Compagnia Catalana sulla terra ferma per servire il re aragonese, e s’imbarcò con cinque galee e un legno (presumibilmente un’imbarcazione da trasporto qualsiasi) per solcare i mari costieri d’Italia e di Francia e di Spagna, cacciando e depredando: “tutto ciò che trovava, di amico o nemico, in monete o beni di valore, che poteva mettere a bordo delle galee, lo prese.

Le sue scorrerie, però, non finivano mai nel sangue. Il cronista ci racconta che Ruggero da Fiore non feriva mai nessuno, evitando perfino di derubare i semplici marinai che lo incontravano via mare: limitandosi, quindi, al carico e ai beni preziosi. In breve tempo divenne un prezioso alleato per il re aragonese. Inoltre, nel corso dell’assedio di Messina del 1301, quando la città fu attaccata per via terra e via mare da Roberto d’Angiò, Ruggero da Fiore si dimostrò indispensabile.

“E così, con questo guadagno, tornò in Sicilia, dove tutti i soldati, a cavallo e fanti, lo attendevano come gli ebrei fanno con il Messia. E venuto a Trapani, seppe che il duca aveva marciato contro Messina e la assediava per mare e per terra, ma fratello Ruggero andò a Siracusa e vi smantellò le sue galee. E dovunque lo attendevano i soldati, pieno di fiducia, procedeva a soccorrerli, perché ad ogni uomo, cavallo o fante, trovava a guardia di un castello in Sicilia e in Calabria, pagava altri sei mesi; sicché tutti i soldati erano così pieni di buona volontà che uno valeva fino a due. E poi mandò subito a chiamare la sua compagnia e similmente la pagò e mandò al Signore Re ea tutte le famiglie ricche un grande ristoro di denaro.”

Tornato in Sicilia, e saputo dell’assedio alla città di Messina, Ruggero da Fiore radunò la sua compagnia di soldati che “lo attendevano come gli ebrei fanno con il Messia”. E si preparò all’impresa che lo consacrò nell’Olimpo degli eroi medievali.

CXCVI Come Messina, essendo sul punto di essere abbandonata per carestia, fu ravvivata da Fratello Roger con dieci galee cariche di grano; onde il duca dovette levare l’assedio il giorno seguente e ritornare a Catania.
“E così l’assedio durò tanto, che Messina fu sul punto di essere abbandonata, per carestia, sebbene il signore re vi entrasse due volte, e ogni volta vi desse più di diecimila bestie cariche di frumento e di farina, e molto bestiame; ma tutto questo era come un nulla, perché il grano portato dalla terra non vale nulla, perché la compagnia e la cavalleria che l’accompagnano, ne hanno già mangiato molto al loro ritorno, e così la città fu molto angosciata. E fratello Ruggero che sapeva questo, aveva sei galee in Siracusa e ne comprò quattro che erano a Palermo e Trapani, appartenenti ai Genovesi; e così aveva dieci galee e le caricò di frumento a Sciacca e venne a Siracusa e aspettò un forte vento di sud-est o di mezzogiorno. E quando venne, era così forte, che tutto il mare era in subbuglio; nessun uomo che non fosse così bravo marinaio avrebbe osato pensare di salpare da Siracusa come faceva al calar della notte.”

L’assedio aveva gettato la città di Messina nella carestia più nera. Federico III d’Aragona era riuscito a forzare il blocco e portare per ben due volte il grano via terra, “più di diecimila bestie cariche di frumento e di farina, e molto bestiame”, ma lo sforzo non diede seguito ad alcun risultato tangibile, poiché “il grano portato dalla terra non vale nulla”, considerato, come ci dice il cronista, che la compagnia e la cavalleria che accompagnavano simili convogli ne mangiavano la gran parte durante il viaggio.

Ruggero da Fiore aveva sei galee a Siracusa, e per aiutare i messinesi ne acquistò altre quattro dai genovesi a Palermo e Trapani, riempiendole di grano e provviste. Con le dieci galee, sottili, veloci, e bene armate, attese un forte vento di sud-est, o di mezzogiorno: un vento così forte che, quando soffiava, tutto il mare di Siracusa era in subbuglio e nessun uomo che non fosse bravo marinaio osava salpare. Lui salpò lo stesso e, per aggiungere difficoltà alla già pericolosissima situazione, lo fece di notte.

“All’alba era a Boca del Faro. È la più grande meraviglia del mondo come sia sopravvissuto a Boca del Faro, perché quando c’è un vento da sud-est o un vento da sud, le correnti sono così grandi e il mare è così alto che nulla può resistere. Ma lui, la sua stessa galea in testa, procedette ad entrare con le grandi vele latine spiegate e ammainate. E quando le galere del duca li videro, tutti si misero a gridare; volevano alzare le ancore, ma non potevano farlo. E così le dieci galee con fratello Roger entrarono a Messina sani e salvi, ma non c’era un uomo che avesse un punto asciutto.”

All’alba raggiunse “Boca del Faro”, dove le correnti sono così grandi e il mare così alto che nulla può resistere. Ma Ruggero da Fiore, nonostante il famigerato vento da sud-est, con la sua galea in testa guidò le dieci navi dalle vele latine in mezzo alla tempesta. Quando gli uomini di Roberto d’Angiò videro quei temerari passar loro davanti, cominciarono a gridare, ma non alzarono le ancore per andar loro incontro. Perché il mare era grosso e nessuno di loro se la sentiva di affrontarlo.

Ruggero da Fiore forzò il blocco navale ed entrò nel porto di Messina con le sue dieci galee, sopravvissute alla tempesta, e “non c’era un uomo che avesse un punto asciutto.”

“E appena fu a Messina, Fratello Ruggero vendette il grano a trenta reali d’argento la tonnellata, che gli era costata oltre sessanta reali d’argento, oltre le spese, e l’avrebbe venduto a dieci onze la salma se avesse desiderato. E così Messina si rianimò e il giorno dopo il Duca sollevò l’assedio e tornò a Catania. E così puoi capire se i signori del mondo debbano disprezzare qualcuno; vedete quale servizio rese questo nobile al Signore Re di Sicilia, il quale, nella sua cortesia, lo accolse bene; e che disservizio fece al Duca per la cattiva accoglienza che gli aveva dato.”

Ruggero da Fiore vendette il grano a trenta reali d’argento la tonnellata, nonostante gli fosse costato il doppio, a parte le spese. Se avesse desiderato, l’avrebbe venduto a una cifra ben maggiore. Ma il suo gesto permise alla città di Messina di rianimarsi, per resistere all’assedio.

Ramon Muntaner, l’autore della cronaca catalana, ci spiega così come il più disprezzato dai signori del mondo, ovvero dai templari, fosse in realtà un nobile signore che rese grandi servigi al sovrano benevolo che fu in grado di accoglierlo (Federico III d’Aragona), e che invece si dimostrò una spina nel fianco di colui che lo aveva disprezzato (Roberto d’Angiò).

Sembrerebbe la degna conclusione di una storia avventurosa, quella di Ruggero da Fiore,  templare rinnegato e pirata, se non fosse che egli, al comando dei seguaci arruolati nel corso delle scorrerie, dopo aver fondato la Compagnia Catalana (o degli Almogavari), riunì tutti gli uomini che desideravano combattere per la fama e il bottino e salpò per una nuova destinazione. Stavolta, però, la rotta era quella d’Oriente, per combattere al soldo dell’imperatore di Costantinopoli contro il nemico ottomano. Ma, questa, è un’altra storia…

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  1. Nella cronaca originale è chiamato Frare Vassayll: titolo, quello di “frare” che, posto prima del nome, nell’armata spagnola è assimilabile al cappellano militare (capellán militar). Considerato che egli era fratello sergente dell’ordine monastico templare, ho deciso di tradurre “frare” nell’italiano “fratello”, allo stesso modo di fratello Ruggero da Fiore.
  2. Alan J. Forey, The Templars and the sea
  3. L’influsso delle marinerie nordiche sullo sviluppo del naviglio mediterraneo: un tema controverso, Antonio Musarra
  4. La marina da guerra genovese nel tardo medioevo. In cerca d’un modello, Antonio Musarra.
  5. Acri, 1291. Antonio Musarra
  6. Arricchitosi in Acri in mezzo alle sventure dei fratelli, cacciato dal gran maestro dell’Ordine per misfatti e per invidie” Cronache catalane del secolo XIII e XIV, una di Raimondo Muntaner, l’altra di Bernardo d’Esclot. Prima traduzione italiana di Filippo Moisè
Lorenzo Manara