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2 Marzo 2023

Il negromante assassino: Hugues Geraud

vescovo hugues geraud

Il tentato omicidio di papa Giovanni XXII da parte del vescovo negromante Hugues Geraud: tra veleni magici, rituali e statuine di cera

La storia che sto per raccontare è incredibile, scovata tra le carte di un processo del 13171. Un processo che narra di complotti, intrighi, stregoneria, e del grottesco tentativo di uccidere un papa tramite un rituale di magia nera. Il protagonista di questa storia non è un criminale qualsiasi, ma un vescovo, nonché esperto di negromanzia.

Nel 1316 Hugues Geraud, vescovo francese di Cahors, fu accusato di appropriazione indebita, e nello specifico appropriazione di benefici ecclesiastici, tirannia, simonia e cattivi costumi. Si parla d’appropriazione di rendite, dunque, possedimenti e altro patrimonio appartenente al dominio episcopale francese, insomma, soldi. Il papa stesso, Giovanni XXII, sospettava fortemente che questo vescovo impenitente derubasse la Chiesa per tornaconto personale. I sospetti erano ben fondati, tuttavia il vescovo si trovava in una botte di ferro, o almeno credeva d’esserlo, poiché aveva imposto il silenzio a tutti coloro che erano stati coinvolti nei suoi affari tramite un giuramento dichiarato con la formula “Sit nomen Domini benedictum”: sia benedetto il nome del Signore. Un giuramento pronunciato al cospetto del Signore Iddio che non poteva essere sciolto, neppure durante un interrogatorio processuale. Quindi, nessuno poteva testimoniare contro Hugues, a meno che non volesse finire all’Inferno.

Nel novembre del 1316, però, il papa emanò una bolla che permetteva di sciogliere eventuali giuramenti per fini interrogatori, anche quelli formulati solennemente, al cospetto di Dio2.

Improvvisamente, tutti quei chierici e laici legati ai loschi affari del vescovo furono liberati dalle loro promesse. Hugues Geraud si trovò quindi privo di difese “religiose”, prossimo alla citazione in giudizio e a una sicura condanna per furto ai danni della Chiesa, con conseguente incarcerazione perpetua. O peggio.

Fu probabilmente a quel punto che Hugues Geraud cedette alla tentazione. Per paura di perdere tutto ed evitare l’imminente processo, si lasciò corrompere da pensieri diabolici: se Giovanni XXII, già abbastanza vecchio, avesse tirato le cuoia in maniera improvvisa, nessuno ci avrebbe badato più di tanto. E qual è lo strumento migliore per sbarazzarsi di qualcuno correndo il minor rischio possibile? Il veleno, naturalmente. Hugues però era figlio del suo tempo, uomo di Chiesa istruito, che conosceva la dottrina e quindi le materie più oscure della spiritualità cristiana, dalla demonologia, alla negromanzia. Ed è per questo, che pianificò un assassinio magico, basato sulle conoscenze di magia nera.

Questo incantesimo mortale consisteva nel realizzare un’effige, una statuina di cera, a somiglianza della persona odiata, da benedire o addirittura battezzare, per poi pugnalarla. A quel punto, la vittima avrebbe sofferto nelle stesse parti del corpo coinvolte: un tipologia magica oggigiorno attribuita più che altro alla tradizione esoterica africana, e al vudù, ma in realtà già presente in Occidente fin dall’Antichità. Si tratta, infatti, di una stregoneria di cui parlava già Ovidio quando descriveva i poteri di Medea3, stregoneria a cui molti credevano fermamente, compresi gli stessi uomini di Chiesa, compreso il papa.

Nel novembre del 1316, poco dopo la proclamazione della bolla papale che aveva messo alle strette il vescovo, Hugues Geraud decise di mettere in atto il suo piano. Si avvalse dell’aiuto di un uomo fidato, Aymeric de Belvéze, il quale gli procurò veleni ed effigi di cera per compiere l’incantesimo, oltre a metterlo in contatto con svariate persone per il reperimento di altri ingredienti magici, tutti uomini di potere, uniti dall’odio nei confronti del papa: tutti che credevano nella riuscita del rito.

Prima di compiere l’incantesimo contro papa Giovanni XXII, però, Hugues volle testare il rituale su un’altra vittima, per assicurarsi di impararlo a dovere. Lo sventurato che intendeva maledire era il nipote dello stesso papa: il cardinale Jacques de Via.

Un ebreo di Tolosa realizzò l’immagine di cera a somiglianza del cardinale, un venerdì, di notte, battezzandola con l’acqua e il santo crisma e leggendo la liturgia dal suo libro scritto in latino, greco ed ebraico. Il vescovo Hugues Geraud ripeteva ad alta voce le parole dell’ebreo mentre gli venivano sussurrate nell’orecchio. A quel punto poteva iniziare il rito di negromanzia vero e proprio.

L’incantesimo consisteva nel pugnalare una sola volta l’effige e attendere che si verificasse l’effetto sulla vittima. Se l’effetto non si fosse verificato entro una settimana, il rito doveva essere ripetuto dopo la luna nuova, pugnalando di nuovo il lunedì, il mercoledì e il venerdì. Hugues affondò la lama prima alla gamba, poi allo stomaco. Il suo complice, invece, pugnalò l’effige ai fianchi. Per tre volte effettuarono il rito, utilizzando dei lunghi stiletti dalla punta d’argento acuminata. Le parole che dovevano pronunciare, suggerite dall’ebreo, erano le seguenti:

“Così il cardinale di Avignone è ferito nel corpo finché non ci dà la pace col papa, altrimenti muore.”

Assieme a questa formula recitavano anche il salmo 108 (o 109), il cosiddetto salmo di Davide, “delle venti imprecazioni” o, tanto per citare un nome ancora più evocativo, la preghiera della morte, utilizzato spesso nei riti di magia nera per via dei suoi versetti drammatici.

Nel frattempo, i preparativi per l’incantesimo vero e proprio, rivolto al papa, proseguivano. Il fedele Aymeric, per ordine di Hugues Geraud, contattò altre persone per coinvolgerle nel rito, tutte personalità importanti che accolsero positivamente l’idea: tra cui vi era l’arcivescovo di Tolosa, Gaillard de Preyssac, il cardinale Pellegrue, il visconte di Bruniquel e molti altri. Furono preparate tre effigi con la cera, a somiglianza di papa Giovanni XXII e di due cardinali: Gaucelme de Jean e Bertrando del Poggetto, il sacro condottiero che di lì a qualche anno sarebbe stato nominato legato pontificio per intraprendere una campagna militare in Italia, dando luogo alla battaglia della merda, di cui ho già raccontato la storia nella precedente Leggenda Affilata.

Le statuine di cera venivano fuse in stampi, particolareggiate pure nei vestiti: l’immagine del papa era rappresentata con le vesti sacerdotali usate nella celebrazione della santa messa, mentre i due cardinali erano riconoscibili per i cappelli, fusi separatamente e applicati come delle bambole. Il rito di negromanzia prevedeva anche l’impiego di veleni, realizzati con disgustosi ingredienti quali rospi, lucertole, code di topo e ragni. Il tutto veniva bruciato sul fuoco dando origine a un composto polverizzato da mescolare con l’arsenico, fiele di maiale, argento vivo e varie droghe che, assunte nelle giuste quantità, sarebbero state dei semplici medicinali, reperibili dallo speziale.

Nell’interrogatorio processuale, lo speziale chiamato a testimoniare per aver venduto molti di questi ingredienti di preparazione del veleno magico disse d’aver aggiunto anche la pianta senna, la verbena, la salvia, la menta, la maggiorana, la belladonna, della terra raccolta in un cimitero, lacrime d’incenso, piume d’oca e sale, e di aver nascosto ogni cosa dentro scatole poste all’interno di altre scatole.

I macabri ingredienti per la creazione di questo intruglio, che ricorda moltissimo la pozione magica delle necromanti di Tessaglia, non finiscono qui, poiché il rito magico per assassinare il papa raggiunse probabilmente il punto più basso e disgustoso mai toccato nella storia della stregoneria medievale. I fedeli del vescovo Hugues si recarono sul luogo di un’esecuzione appena avvenuta, poggiarono una scala al patibolo, e si arrampicarono per tagliare la carne dalla gamba di un impiccato, assieme a ciocche di capelli e pezzi d’unghia. Non contenti presero un pezzetto di cappio, e la coda di un cane morto trovato per strada sulla via del ritorno. Ormai non si seguiva più alcuna lista della spesa, ma si raccoglieva tutto ciò che era considerato semplicemente orrendo. Addirittura, fermandosi per strada quando s’incappava in casuali carcasse di cani morti.

Radunata questa moltitudine di ingredienti da bruciare e ridurre in polvere, giunse il momento della benedizione. Poiché religione e stregoneria sono due facce della stessa medaglia, questo lo dico sempre, e i vari personaggi che componevano l’ormai folta combriccola negromantica si ritrovarono nella cappella del palazzo vescovile di Tolosa e dinnanzi all’Altissimo fecero benedire le tre effigi che raffiguravano le vittime, dallo stesso vescovo di Tolosa. Alla celebrazione, stando ai resoconti processuali, partecipò una folla di persone, le quali sapevano bene che quelle statuine di cera erano state fatte contro il papa e i due cardinali4. Non contenti, fecero benedire nuovamente le statuine di cera in un’altra occasione, da un cappellano. Ovviamente, la voce non doveva spargersi troppo, quindi queste due liturgie furono spacciate per battesimi, con tanto di madrine fasulle.

A questo punto, tutto era pronto: bisognava solo recarsi ad Avignone, dal papa fargli trangugiare il veleno magico in qualche maniera e compiere il rito con le statuine. Il piano escogitato per far entrare nella fortificata e ben protetta città pontificia tutte quelle stramberie senza destare sospetti fu di nasconderle dentro delle pagnotte svuotate della mollica. Ogni pagnotta ripiena di statuina e putridi ingredienti inceneriti, era identificata con una pergamena con su scritto il nome della vittima di riferimento. I pani erano fatti con colla di farina, ben legati con stoppa, ognuno avvolto in un apposito telo colorato, messo in un sacco di lana marrone che veniva accuratamente sigillato, e riposto in un secondo sacco di stoffa. Quello che non era entrato nei pani fu messo in due o tre scatole, con sacchettini di salvia e sale.

Tutte queste precisissime descrizioni ci sono pervenute proprio grazie al processo, e alla quantità di testimoni coinvolti nel rito che poterono raccontare come andarono le cose. A questo punto, era necessario trovare i giusti corrieri, persone che avrebbero portato a termine il difficile compito di trasportare la merce negromantica senza farsi scoprire. Furono individuati in una via di Tolosa tra le più malfamate, abitata da poveri diavoli disposti a tutto. Furono scelti i tre disgraziati che sembravano più intraprendenti e portati a bere qualcosa alla taverna delle “fanciulle”. L’accordo fu raggiunto con qualche drink, 10 soldi a testa e scarpe nuove: i tre corrieri erano pronti ad affrontare la missione e raggiunsero Avignone con abiti nuovi, adatti a non farsi scoprire. Qualcosa, però, andò storto.

Il gran numero di persone coinvolte nell’affare, e lo zelo delle guardie pontificie che sapevano bene quanti nemici avesse il nuovo papa, giocò a sfavore dei complottisti: forse una fuga di notizie, oppure una soffiata, fatto sta che le guardie raggiunsero i tre messaggeri mentre alloggiavano ad Avignone con i loro pacchetti, e scoprirono ogni cosa. Il tentato omicidio magico fallì.

Venuto a sapere dell’attentato, papa Giovanni XXII volle scavare a fondo della faccenda e incarcerare tutti coloro che erano coinvolti. Per farlo aveva due opzioni: ricorrere al tribunale dell’inquisizione tramite l’inesorabile ma lenta indagine ecclesiastica, con tutti suoi garantismi (al contrario di quel che riteniamo noi oggi grazie a film e serie-tv), oppure affidarsi al braccio laico, rapido e sicuro. Il papa scelse il secondo metodo, anche per via della parentela che lo legava al capo della giustizia, un altro dei suoi molti nipoti. L’8 marzo 1317, il papa incaricò ufficialmente il giudice laico di proseguire l’indagine, garantendogli pieni poteri, e chiedendo d’arrestare tutti coloro che gli apparissero colpevoli. Cosa che avvenne, a cominciare dal vescovo Hugues, l’ideatore di questa assurda vicenda.

Il processo fu, effettivamente, rapido e risolutivo. Il vescovo Hugues Geraud confessò ogni cosa senza neppure essere torturato e la sentenza emessa fu l’ergastolo. Tuttavia, accadde qualcosa di straordinario, che sconvolse tutti quanti, un vero colpo di scena: il caso volle, che il cardinale Jacques, il primo nonché unico effettivo bersaglio del rituale, morì il 13 giugno 1317. Inutile dire che tutti credettero fosse stato il vescovo, col suo rituale negromantico a base di statuine, stiletti d’argento e formule sacrileghe.

Venne subito imbastito un secondo processo, stavolta di natura inquisitoriale, ordinato dallo stesso pontefice, non soddisfatto dalla conclusione del primo. Al termine del quale, Hugues fu condotto nella piazza del palazzo vescovile di Avignone, oggi non più esistente, il penultimo giorno del mese di agosto, e lì fu condannato a morte. Una tra le descrizioni della sua morte proviene nientemeno che dagli scritti di Bernardo Gui, l’inquisitore più celebre della storia medievale.

“E così alla fine fu degradato e consegnato al tribunale secolare, il cui giudizio fu pubblicato, e in qualche parte del suo corpo scorticato e umiliato e bruciato…”

Agli occhi della Chiesa, la prima condanna all’ergastolo per tentato omicidio con veleno (più grave e punito più severamente di quello con la spada) era aggravata dall’attentato al papa, almeno paragonabile al regicidio secondo la dottrina ecclesiastica, e alla stregoneria, oltre che all’effettivo assassinio del cardinale Jacques de Via tramite rituale magico. Il rogo pose fine alla vita del vescovo negromante, e svariate altre condanne furono emesse per i complici, la maggior parte dei quali finì incarcerata.

Si conclude così, nel fuoco, la storia del vescovo negromante Hugues Geraud, e del suo tentato assassinio di papa Giovanni XXII tramite rituali, disgustosi veleni magici e statuine di cera. Una storia letteralmente ripescata dalle nebbie del tempo. Il papa stesso, Giovanni XII, una figura sfaccettata, interessantissima per tutte le vicende avventurose che lo riguardano, rimase segnato dall’episodio. Tanto da procurarsi un coltello magico, dal manico intagliato a forma di corno serpentino, in grado di rivelare i veleni5.

Anche nel mio ultimo romanzo, La Stirpe delle Ossa, si fa menzione di un processo per eresia e stregoneria che riguarderà da vicino proprio i protagonisti di quelle spietate terre italiane di metà Trecento, dove il sangue e la putredine macchiano i rigagnoli paludosi e la spada, talvolta, non basta a ottenere la vittoria. Puoi trovare il romanzo in tutte le librerie e gli store online e, mi raccomando, seguimi: così non perderai l’occasione di vivere le prossime Leggende Affilate.

  1. Autour de Jean XXII: Hugues Geraud, évêque de Cahors. L’affaire des poisons et des envoûtements en 1317
  2. Bolla del 1 novembre 1316 con la quale il papa libera dal giuramento coloro che hanno giurato segreto a huges geraud.

    Giovanni, nel ricordo perpetuo. Recentemente portati alla nostra fiduciosa relazione, siamo stati informati che il nostro venerato fratello Ugo, vescovo di Caterce, mentre, per molti eccessi e colpe, su cui era stato portato davanti a noi e accusato da molti, la causa era pendente davanti a noi, e dovevamo fare inchiesta de’ predetti eccessi e colpe, fra l’altre irregolarità da lui commesse, non senza molta audacia e furbizia di diabolico ardore, suoi sudditi, dai quali, a ragione ea torto, grosse somme di denaro, per varie vie , aveva cercato illegalmente di estorcere, per timore che i loro eccessi venissero rivelati, o denunce contro di lui qualunque cosa fosse stabilita, o estorsioni di questo tipo fossero ripetute da lui, li vincolava sotto giuramento con somme di denaro quasi ingenti e altri obblighi penali, e li ha condotti a essere costretti; Noi, tali iniquità, per timore che, sotto un tale pretesto, i crimini di Hugh stesso dovrebbero essere coperti, e quindi gli eccessi e la colpa della sua impunità, alla distruzione della sua e di molte anime, lo scandalo del popolo e il rimprovero della Chiesa delle Catharines, dovrebbe passare, desiderando il ricorrente, tutti i giuramenti e le promesse e gli obblighi di qualsiasi genere in un’occasione di questo tipo. Da qualunque persona, sia chierici che laici, di qualunque stato o condizione siano stati loro prestati, e da qualunque altra fermezza siano stati rafforzati, dal consiglio dei nostri fratelli e dalla pienezza dell’autorità apostolica, noi allentiamo l’ancora, e per la fermezza esistente, decretiamo inoltre che nessuno dai predetti giuramenti e punizioni, se con un’esortazione apostolica di questo tipo vogliamo rimanere legati, come vogliamo, o legati come vogliamo. Quindi non c’è ecc. Dato ad Avignone, Kalend. 1 novembre

  3. “plasma effigi di cera e nel povero cuore conficca aghi sottili e tante altre stregonerie che sarebbe meglio non sapere”, Ovidio, Eroidi 6 Ipsipile a Giasone
  4. Assieme al vescovo di Tolosa parteciparono alla messa negromantica: Arnaud de Villars e Arnaud Pascaud; diversi suoi parenti: Tarchideacon de Silos, Jean Rastoul, procuratore di revoca, un certo Rostang che aveva avuto il sigillo della curia episcopale, Bernard Gasc e suo fratello socio Rufus; Raymond Jacques sacerdote della diocesi di Cahors, cappellano di Saint-Etienne, Guillaume d’Aubîn, familiare come lui della casa di Assier, il visconte di Bruniquel e i suoi due familiari Prud e Guillaume Bernard. L’affaire des poisons et des envoûtements en 1317
  5. Regalatogli dalla contessa Marguerite de Foix. Forse non è impossibile che questo “corno di serpentino”, di cui non conosciamo la natura, cambi colore o si ricopra di macchie sospette a contatto con l’arsenico o l’aconito che erano i veleni più spesso impiegati
Lorenzo Manara
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