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10 dicembre 2017

Downton Abbey, la serie tv ambientata a Highclere Castle

downton abbey

Non avrei mai pensato di appassionarmi a una serie televisiva trasmessa su Rete 4

Perché Rete 4 è una canale un po’ così, lo sappiamo tutti. La mattina ci inonda di televendite Media Shopping, orride puntate di Carabinieri 27 e telegiornali tutto gossip e cuccioli di panda dello zoo di Taiwan; a seguire Forum, intramontabile compagno d’avventura per i pensionati dell’italico paese, e poi la Santa Messa la domenica, Tempesta d’Amore, Dalla vostra parte, Walker Texas Ranger, Terra Nostra, Vento di Passione… Un’offerta di intrattenimento rivolta a un target specifico al quale io non mi sento di appartenere neppure lontanamente.

Eppure, un giorno, ho avuto il coraggio di infrangere il muro che separa me e Rete 4. Un muro alto e spesso, fatto di serie tv imbarazzanti e talk show che da soli contribuiscono ad abbassare il tasso di alfabetizzazione mondiale di qualche punto percentuale. Ho impugnato il telecomando e mi sono preparato a ingoiare una pillola che si è rivelata tutt’altro che amara, anzi, dolcissima. Sto parlando di Downton Abbey.

Downton Abbey è una serie tv ambientata nell’Inghilterra dei primi del ‘900. Le riprese si svolgono nel meraviglioso Highclere Castle, sito nell’Hampshire, e ci conducono entro le mura del palazzo per metterci a conoscenza degli avvenimenti che gravitano attorno alla famiglia Crawley, tenutari del castello e di tutti gli averi che sono legati al titolo nobiliare. La trama ha inizio con il naufragio del Titanic e la morte di entrambi gli eredi. L’avvenimento porta la famiglia Crawley a scontrarsi con il nuovo beneficiario del titolo, un cugino di terzo grado nonché avvocato di Manchester, poco avvezzo alla vita aristocratica.

L’intreccio è piuttosto articolato, e i protagonisti numerosi. Oltre alle vicende famigliari, la serie mostra cosa avviene dietro il sipario di una vita lussureggiante e sfarzosa, mettendoci al corrente dei problemi più concreti, ma non per questo poco appassionanti, dei membri del personale di servizio che ogni giorno sono costretti ad anteporre la loro professionalità alla vita privata. Perché il tema centrale della serie, almeno per quanto riguarda la prima stagione, è l’assoluta necessità di mascherare le proprie emozioni: tutti, dal Conte alla sguattera più povera, sono alle prese con una dignità d’altri tempi, assai più preziosa del denaro e di difficile mantenimento. La reputazione diventa l’unico rifugio di esistenze votate al lavoro, le quali diventerebbero subito vuote e prive di senso se ne venisse a mancare una parte.

Per farvi capire meglio ciò che intendo, vi riporto un passaggio bellissimo che riguarda il valletto Molesley, ritrovatosi al servizio del nuovo erede della famiglia Crawley. L’avvocato di Manchester non è abituato a essere servito e riverito da un corpo di domestici; sceglie i vestiti e li indossa da solo, si alza per andare a prendere il cibo dai vassoi e si rifiuta perfino di farsi versare il tè. Preferisce farsi carico di questi compiti per evitare ai domestici del lavoro inutile e, dal suo punto di vista, perfino degradante nel contesto di una società che ha varcato la soglia del XX secolo. Tuttavia, comportandosi in questo modo, non ottiene altro che dissensi da parte dei nobili suoi pari, ma soprattutto da parte della servitù. Il valletto Molesley, che per una vita intera ha occupato un posto ben preciso nel mondo, si ritrova senza uno scopo, inutile e umiliato. Lustrare scarpe e ordinare i gemelli sul tavolo è la sua vita, ed egli non vorrebbe fare altro.

molesley downton abbey

Molesley è triste se non può versare il tè.

Questo meccanismo di causa-effetto è davvero ben riuscito. In Downton Abbey le azioni dei personaggi si ripercuotono su tutto il resto, e non risultano mai banali o stereotipate. La sceneggiatura è studiata nel dettaglio da una mente intelligente e i livelli di sotto testo sono molteplici. Anche regia e fotografia sono buoni, per non parlare del livello di recitazione degli attori. Il prodotto nel suo complesso si attesta su un gradino qualitativo molto alto, nonostante le numerose puntate da più di un’ora di durata ciascuna.

Sono arrivato alla fine della seconda stagione, e finora non ho notato gravi cadute di stile. L’ultimo episodio che ho visto si è concluso con un bel po’ di colpi di scena, la maggior parte dei quali mi sono sembrati abbastanza buoni (tranne uno, troppo telefonato).

Non sono un patito di serie tv. Tutt’altro. La stragrande maggioranza delle serie tv le trovo mediocri e non mi capacito di come possano raggiungere un tale successo. Ma Downton Abbey no. Questa, signori miei, ha colpito nel segno.

Per concludere, vorrei rassicurarvi sul fatto che non abbia affatto cambiato opinione su Rete 4. Il canale Mediaset resta una discarica dal tanfo insopportabile. Tuttavia, ogni tanto, per pura statistica, al suo interno risplende qualcosa di buono. Per pura statistica, eh.

Lorenzo Manara

Lorenzo Manara

Lorenzo Manara ha scritto il suo primo romanzo nel 2012 e da allora non può fare a meno di sedersi davanti alla tastiera del computer, la sera, per scrivere storie d'avventura fino a tarda notte. Nel 2018 ha firmato un contratto con una casa editrice di Londra per la pubblicazione del romanzo "Il Ritornante".
Lorenzo Manara

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