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30 Agosto 2022

La danza mortale: una maledizione del Medioevo

danza mortale medievale

La leggenda medievale dei danzatori maledetti, condannati a un’eterna danza mortale per espiare le loro colpe

Riguardo la danza usata come rito religioso potremmo trovare riferimenti in ogni epoca della storia umana, a cominciare dal nostro paese e dal complesso fenomeno del tarantismo: vero e proprio “esorcismo musicale” divenuto parte della tradizione culturale del sud Italia. La storia della “danza mortale”, però, è presente in ogni paese del mondo, e affonda le proprie radici in un passato ancora più remoto, a cominciare dai racconti medievali come quello presente nella Gesta regum Anglorum, di William of Malmesbury, XII secolo.

“E poiché ho deviato dal mio argomento, penso che potrebbe non essere spiacevole raccontare ciò che accadde in Sassonia al tempo di questo re, nell’anno di nostro Signore 1012, e non è così generalmente noto. È meglio dilungarsi su tali argomenti che soffermarsi sull’indolenza e sulle calamità di Ethelred: e sarà certamente più piacevole e più vicino alla verità, se lo sottopongo nella lingua originale della persona che è stata sofferente. Inoltre, penso che sia ornamentale per un’opera, che lo stile debba essere occasionalmente variato.”

L’opera di William of Malmesbury accoglie una vera e propria testimonianza, all’interno del testo, scritta da un peccatore di nome Etelberto, il quale racconta in prima persona la tremenda maledizione scagliata contro di lui.

“Io Etelberto, peccatore, anche se volessi nascondere il giudizio divino che mi ha preso, il tremore delle mie membra mi tradirebbe; perciò racconterò circostanzialmente come ciò accadde, affinché tutti conoscano la pesante punizione dovuta alla disobbedienza. Eravamo, alla vigilia della natività di nostro Signore, in una certa città della Sassonia, in cui era la chiesa di Magnus il martire, e un prete di nome Roberto aveva iniziato la prima messa. Ero nel cimitero con diciotto compagni, quindici uomini e tre donne, ballando e cantando canti profani a tal punto che interruppi il prete, e le nostre voci risuonarono nella sacra solennità della messa.”

Etelberto si trovava nel cimitero di una certa città della Sassonia, la vigilia di Natale dell’anno 1012, con altri 18 compagni: 15 uomini e 3 donne. Secondo alcune versioni del racconto presenti nei manoscritti tardo medievali1, la città sarebbe Colbeck (o Kolbigk), situata nella Germania orientale, appena a nord dell’attuale confine ceco.

Il prete della chiesa adiacente al cimitero aveva iniziato la messa, ma gli schiamazzi del gruppo lo infastidivano, poiché festeggiavano in maniera rumorosa l’arrivo del Natale, “ballando e cantando canti profani”.

Il prete tentò di zittirli senza successo e infine, interdetto da tanta testardaggine, scagliò contro i giovani festanti la maledizione della “danza mortale”.

“Pertanto, dopo averci comandato di tacere e di non essere seguiti, ci maledisse con le seguenti parole: “Piaccia a Dio e a san Magno, che voi possiate continuare a cantare in quel modo per un anno intero”. Le sue parole ebbero subito il loro effetto.”

La maledizione del prete, in nome di Dio e san Magno (da Magnus), colpì gli irriducibili ballerini prolungando la loro festa per un anno intero, e obbligandoli perfino a tenersi per mano, legati anima e corpo a quello sfrenato e terribile ballo. Questo dettaglio del “tenersi per mano” lo si deduce da un passaggio che compare più avanti nel testo e dalle numerose varianti storiche del racconto, talvolta arricchite con altri macabri dettagli.

Gli impenitenti, furono così condannati a una danza mortale senza alcuna possibilità di interromperla. Anzi, coloro che ci avrebbero provato sarebbero finiti molto male, come accadde alla stessa figlia del prete…

“Il figlio del sacerdote Giovanni afferrò per un braccio la sorella che cantava con noi e subito gliela strappò dal corpo; ma non ne uscì una sola goccia di sangue. Rimase anche un anno intero con noi, ballando e cantando.”

La maledizione della danza mortale non poteva essere rimossa in alcun modo e avrebbe danneggiato coloro che si sarebbero sottratti alla condanna. Il figlio del prete, infatti, mosso a compassione, tentò di liberare la sorella che si trovava proprio fra quei 19 ballerini (condannata, quindi, dallo stesso padre, ovvero il prete).

Tuttavia, prendendola per il braccio, il fratello ottenne l’orrido risultato di strapparglielo dal corpo: la sorella proseguì a ballare, menomata, senza però spillare una sola goccia di sangue: proseguì, inarrestabile, “ballando e cantando”, per un anno intero.

“La pioggia non è caduta su di noi; né il freddo, né il caldo, né la fame, né la sete, né la fatica ci assalivano: non indossavamo né vestiti né scarpe, ma continuavamo a cantare come fossimo pazzi. Per prima cosa siamo sprofondati nel terreno fino alle ginocchia: vicino alle nostre cosce; una copertura fu infine costruita su di noi, con il permesso di Dio, per evitare la pioggia. Trascorso un anno, Herbert, vescovo della città di Colonia, ci liberò dal vincolo con cui ci legavano le mani e ci riconciliò davanti all’altare di San Magno. La figlia del sacerdote, con gli altri due presagi, morì subito; il resto di noi dormimmo tre giorni e notti interi: alcuni morirono in seguito, e sono famosi per miracoli: gli altri tradiscono la loro punizione per il tremito delle loro membra. Questa narrazione ci è stata data dal signore Pellegrino, successore di Herbert, nell’anno di nostro Signore 1013.”

Niente poté interrompere il tormento causato dalla maledizione della danza mortale. I giovani furono condannati a ballare e cantare senza sosta; né pioggia, “né il freddo, né il caldo, né la fame, né la sete, né la fatica” riuscirono a distoglierli dalla punizione straziante.

Col passare del tempo, continuando a ballare nella stessa posizione, sprofondarono fino alle ginocchia, nel terreno. Infine, trascorso un anno, il vescovo di Colonia li liberò dal vincolo che li teneva stretti fra loro, per mano, e li riconciliò con Dio davanti all’altare della chiesa da cui era stata scagliata la maledizione. La figlia del prete, tuttavia, senza più il braccio, morì subito. Molti altri morirono poco tempo dopo e i restanti, compreso l’autore del racconto, riuscirono a sopravvivere, tradendo, però, la punizione che avevano subito “per il tremito delle loro membra”. La danza mortale li aveva lasciati affetti da tremori incurabili.

Simili isterie danzanti sono state ben documentate nell’Europa antica: da Erfurt e Maastricht intorno al 1247, ad Aquisgrana nel 1374, a Strasburgo nel 1518 e molti altri durante il XVI e XVII secolo. Nelle versioni del racconto successive all’opera di William of Malmesbury viene descritta perfino la canzone di quei 19 danzatori maledetti: una canzone di tre versi, l’ultimo dei quali sembra profetizzare la vera e propria maledizione.

Per il bosco frondoso cavalcava Bovoline,
Con lui ha guidato la fiera Mersewine.
Perché stiamo aspettando? Perché non andiamo?

Il numero dei danzatori maledetti varia da 19 a 12, fra i quali figura sempre la figlia del prete. La tragedia del padre che maledice la figlia può essere letta come un’ulteriore sottotesto riguardo il fenomeno dei preti e dei loro figli, avuti contro i dettami della dottrina ecclesiastica, talvolta con vere e proprie concubine: una situazione che a noi può sembrare paradossale, ma che accadeva di frequente, dal Medioevo in poi, sfociando perfino nell’Età Moderna (per approfondire, leggi l’articolo “I bastardi di Cesare Montecuccoli”).

Per questo, la conclusione di questa danza mortale avvenuta nella Sassonia del 1012 vede spesso la morte dello stesso prete, addolorato dalla perdita della figlia, che nelle versioni del Tardo Medioevo si pente di aver scagliato una maledizione così tremenda. L’imperatore poi fece chiudere il braccio della morta in una teca della chiesa trasformandolo in reliquia.

Gli altri ballerini sopravvissuti non si poterono mai più unire per mano, ed erano costretti a saltare, invece di camminare, ovunque fossero andati: “Le loro vesti non marcivano né le loro unghie crescevano; i loro capelli non si allungavano né la loro carnagione cambiava. Né hanno mai avuto sollievo…

L’insegnamento che potremmo trarre da tutto questo, è quello di non schiamazzare troppo durante la messa: meglio non fare arrabbiare il prete. Seguimi tramite la newsletter per restare aggiornato sugli ultimi articoli e l’imminente uscita del mio romanzo: La Stirpe delle Ossa!

  1. Robert Mannyng, The Cursed Dancers of Colbeck (Translated from Middle English by Lee Patterson)
Lorenzo Manara