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18 Gennaio 2026

Il Vero AMLETO era un Vichingo: La Storia che Shakespeare ha “Copiato”

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Il vero Amleto era un principe vichingo brutale, spietato e assetato di sangue. Scopri la saga norrena che ha dato vita alla leggenda

“Essere o non essere…” dice l’Amleto di Shakespeare, tormentato dal dubbio. Ma il vero Amleto di dubbi non ce n’aveva manco uno. Perché era un vichingo assetato di vendetta, brutale e spietato. Mi riferisco a un personaggio storico di una saga norrena chiamata Gesta Danorum, scritta intorno al 1200 d.C.1, circa 4 secoli prima dell’opera di Shakespeare. Il vero Amleto era un principe danese che finse di essere folle per vendicare il padre. La reale ispirazione storica di Shakespeare, che pescò a piene mani da questo manoscritto medievale per scrivere la sua tragedia. Ma l’Amleto, quello vero, vichingo, non si perdeva nei suoi pensieri davanti a un teschio: lui il teschio lo lanciava contro i nemici!

Preparatevi, perché questa è una grande storia, epica, piena di intrighi, colpi di scena e spadate in faccia. La vera storia di Amleto… il vichingo. E ora ve la racconto.

Tutto ha inizio con Horwendil, un leggendario condottiero danese che dominava ogni battaglia. Le sue imprese gli permisero di  scalare le gerarchie di corte fino a divenire uno Jarl, un capo, e ottenere la mano di Gerutha, la figlia del sovrano di Danimarca, Rorik.

Da questa unione nasce Amleth.

Il successo del grande guerriero e jarl Horwendil però scatena l’invidia di suo fratello Feng. La gelosia diventa un’ossessione e Feng decide che deve eliminare suo fratello. Feng aspetta il momento giusto e, non appena si presenta l’occasione, uccide Horwendil a sangue freddo.

Dopo il fratricidio, Feng compie un altro gesto scandaloso per l’epoca: sposa la vedova di suo fratello. Feng è ormai scivolato in una spirale di cattiveria dove un crimine tira l’altro senza sosta. Per evitare la rivolta del popolo, usa tutta la sua astuzia per nascondere la verità. Inventa una bugia colossale e si spaccia per un eroe che ha agito solo a fin di bene.

Racconta a tutti che la povera Gerutha era vittima dell’odio e della crudeltà di suo marito Horwendil. Feng sostiene di aver ucciso il fratello solo per salvare la donna, descrivendola come una creatura indifesa che non avrebbe fatto male a una mosca. Le sue parole cariche di falsità riescono purtroppo a convincere molti. Spesso nelle corti dei re, tra persone poco accorte e maldicenti, le bugie ben raccontate trovano terreno fertile. Così Feng riesce a farla franca, tenendo per sé il trono e la donna del fratello che ha assassinato, portando avanti una doppia colpa che segnerà per sempre la storia della sua famiglia.

Amleth assiste a tutta questa tragedia e capisce subito che la sua vita è in pericolo. Teme che, se si mostrasse troppo intelligente o sveglio, lo zio Feng potrebbe vederlo come una minaccia e ucciderlo. Per sopravvivere decide di usare un trucco: finge di essere completamente pazzo e privo di senno. Inizia a comportarsi in modo assurdo. Passa le giornate a casa della madre in uno stato di totale sporcizia, si butta a terra e si sporca la faccia con il fango. Il suo aspetto trasandato e i suoi discorsi senza senso convincono tutti che sia diventato scemo (non c’era grande attenzione per i disturbi psichiatrici, tutto si riduceva sostanzialmente a essere scemi oppure no).

Spesso lo si vede seduto accanto al fuoco mentre scava tra le braci con le mani. Con il legno crea dei piccoli ganci e ne indurisce le punte sulla fiamma. Quando qualcuno gli chiede cosa stia facendo, lui risponde con estrema naturalezza che sta preparando delle lance affilate per vendicare la morte di suo padre. Tutti scoppiano a ridere, prendendolo in giro per quella che sembra l’ennesima follia di un povero matto. In realtà, quel lavoro manuale così preciso inizia a insospettire le persone più attente. È difficile credere che una mente ottusa possa guidare delle mani così abili e metodiche. Amleth però non si scompone e continua a sorvegliare con cura ossessiva il suo mucchio di bastoni appuntiti.

I consiglieri di Feng, dubbiosi sulla sua pazzia, decidono di metterlo alla prova con una trappola classica. Pensano che nessun uomo, per quanto finga, possa resistere al fascino di una bella donna in un luogo isolato. Credono che l’istinto amoroso sia troppo forte per essere nascosto e che, se Amleth sta fingendo, cederà sicuramente alla passione rivelando la sua vera natura. Così, organizzano una cavalcata in una zona remota della foresta per tendergli l’imboscata. Tra gli accompagnatori c’è però un fratello di latte di Amleth, un amico cresciuto con lui che gli vuole ancora bene e decide di proteggerlo invece di tradirlo.

Questo amico sa che se Amleth mostrasse anche un solo barlume di intelligenza o si lasciasse andare al desiderio, sarebbe la sua fine. Anche Amleth è consapevole del rischio e decide di alzare il livello della sua recita. Quando gli dicono di montare a cavallo, si siede al contrario, con la schiena rivolta verso il collo dell’animale e la faccia verso la coda. Vedere quel destriero al galoppo con un cavaliere che guarda all’indietro è una scena talmente ridicola da allontanare ogni sospetto di lucidità. Grazie a questa trovata bizzarra, Amleth riesce a superare l’ennesima prova e a battere lo zio nel gioco dell’inganno.

Amleth continua la sua cavalcata e a un certo punto, tra i cespugli, spunta un lupo. I suoi compagni, per prenderlo in giro e testare la sua reazione, gli dicono che quello è un giovane puledro. Amleth non si scompone e risponde che nell’allevamento di suo zio Feng ci sono fin troppo pochi cavalli capaci di combattere così. È una risposta tagliente: usa il lupo come simbolo di aggressività per lanciare una maledizione alle ricchezze dello zio. Quando gli dicono che è stato molto arguto, lui ribatte serio di aver parlato apposta in quel modo. Amleth, infatti, ha una regola ferrea: non vuole mai essere sorpreso a mentire, quindi mescola verità e astuzia così bene che nessuno riesce a capire dove finisca la pazzia e dove inizi l’intelligenza.

Poco dopo, mentre camminano sulla spiaggia, il gruppo trova il timone di una nave naufragata. I compagni, ridendo, dicono di aver trovato un coltello gigante. Amleth sta al gioco e risponde che quello è lo strumento giusto per tagliare un prosciutto enorme. Con quella metafora si riferisce in realtà al mare: secondo lui, solo un oggetto così grande può appartenere all’infinità dell’oceano. Passando poi davanti a delle dune di sabbia, gli suggeriscono di guardare tutta quella farina. Lui risponde che quella farina è stata macinata finemente dalle tempeste bianche del mare. Ancora una volta, tutti restano colpiti, ma lui insiste di aver detto esattamente ciò che pensava.

A quel punto i compagni lo lasciano solo, convinti che senza testimoni Amleth si lascerà andare con la donna inviata dallo zio. La ragazza lo incontra in un luogo buio e isolato, fingendo un incontro casuale. Amleth è tentato di stare con lei, ma il suo amico d’infanzia, che non lo ha abbandonato, escogita un segnale geniale per avvertirlo del pericolo. Prende un filo di paglia e lo attacca alla coda di un tafano, un insetto fastidioso simile a una grossa mosca, e lo spinge a volare proprio verso il principe.

Amleth nota l’insetto e, vedendo quel pezzetto di paglia sulla coda, capisce al volo: è un messaggio in codice che lo avverte di una trappola imminente. Capisce che ci sono delle spie nascoste nei paraggi. Per non rinunciare alla ragazza ma restare al sicuro, la prende in braccio e la trascina in una palude fitta e impenetrabile, dove nessuno può vederli. Dopo essere stati insieme, Amleth la supplica di non raccontare nulla a nessuno. La ragazza promette il silenzio assoluto, anche perché i due erano cresciuti insieme da piccoli e tra loro c’era un legame di profonda fiducia e amicizia che andava oltre gli ordini del re.

Quando Amleth rientra al castello, i cortigiani lo accolgono con sorrisi maliziosi. Vogliono metterlo in imbarazzo e gli chiedono subito se si sia divertito con la ragazza. Lui, con una sincerità spiazzante, ammette tutto: dice chiaramente di aver passato il tempo a fare l’amore con lei. A quel punto, ridendo, gli chiedono dove si fosse sdraiato e cosa avesse usato come cuscino. Amleth risponde che ha riposato sullo zoccolo di un mulo, su una cresta di gallo e su un soffitto.

Sembra la risposta di un folle, ma in realtà è l’ennesimo colpo di genio per non passare da bugiardo. Prima di imboscarsi con la giovane nella palude, Amleth aveva raccolto dei pezzi di zoccolo, una cresta di gallo e dei frammenti di un vecchio soffitto in legno, mettendoseli sotto la testa mentre era con lei. Tecnicamente, quindi, ha detto la verità. Gli uomini intorno a lui però scoppiano in una risata fragorosa, convinti che stia delirando e che non sia successo assolutamente nulla. La loro convinzione aumenta quando interrogano la ragazza: lei, fedele alla promessa fatta, nega tutto con decisione. Siccome nessuno degli inseguitori ha visto la scena con i propri occhi, tutti credono a lei e prendono Amleth per un povero illuso.

In mezzo a questo caos, l’amico che aveva mandato il segnale del tafano si avvicina ad Amleth. Vuole fargli capire, senza farsi scoprire dagli altri, che è stato proprio lui a salvargli la pelle con quel trucco. Gli dice a bassa voce che ultimamente si è dedicato solo a lui, sperando in un cenno di riconoscimento.

Amleth non lo delude e risponde in modo perfetto. Per dimostrargli di aver capito e apprezzato il gesto, ma mantenendo la maschera della pazzia davanti agli altri, dice di aver visto passare all’improvviso una strana creatura volante che portava un pezzetto di paglia infilato nel sedere. Il resto dei presenti, sentendo questa descrizione così buffa e volgare, si sganascia dalle risate, convinti di avere davanti un idiota totale. L’amico invece sorride tra sé e sé, felice di sapere che il principe è più lucido che mai e che il loro legame è ancora fortissimo.

Dopo tutti questi tentativi falliti, nessuno era ancora riuscito a comprendere per davvero la mente di Amleth. Tuttavia, un consigliere di Feng, uno di quegli uomini convinti di essere più furbi degli altri, propose un piano definitivo. Sostenne che la pazzia del ragazzo fosse un muro troppo solido per essere abbattuto con trucchetti banali e che servisse una prova di forza psicologica. L’idea era semplice: il re Feng avrebbe dovuto fingere di partire per un lungo viaggio d’affari, lasciando Amleth da solo in una stanza con sua madre. Secondo il consigliere, se Amleth avesse avuto anche solo un briciolo di senno, non avrebbe esitato a parlare apertamente con la donna che lo aveva messo al mondo.

Per essere sicuri di non perdere una parola, il consigliere stesso si offrì di nascondersi nella stanza per fare la spia. Feng accettò con entusiasmo e finse di allontanarsi. Mentre la spia si nascondeva sotto un mucchio di paglia nella camera della regina, Amleth entrò sospettoso. Temendo che qualcuno fosse in ascolto, iniziò la sua solita recita: si mise a cantare come un gallo e a sbattere le braccia come se fossero ali. Poi, saltando sopra la paglia per controllare se ci fosse qualcuno, sentì qualcosa di morbido sotto i piedi. Senza esitare, sguainò la spada e trafisse l’intruso. Dopo averlo ucciso, per far sparire ogni traccia, lo fece a pezzi e gettò i resti nelle fogne in pasto ai maiali.

Fatto questo, Amleth tornò dalla madre. La regina Gerutha iniziò a piangere disperata, lamentandosi della follia del figlio, ma Amleth la interruppe con una violenza verbale inaspettata. La rimproverò duramente, definendola senza onore per aver sposato l’assassino di suo marito. Le disse che si stava comportando come un animale, capace di accoppiarsi con chiunque senza memoria del passato. Le spiegò finalmente la verità: la sua follia era solo una maschera necessaria per sopravvivere a uno zio spietato che non avrebbe esitato a uccidere anche lui. Amleth le confessò che il suo cuore bruciava dal desiderio di vendetta, ma che doveva aspettare il momento giusto.

Con queste parole dure e appassionate, Amleth riuscì a scuotere la coscienza di sua madre. La spinse a vergognarsi delle sue scelte e a capire che era meglio piangere per i propri peccati piuttosto che per la presunta pazzia del figlio. Gerutha, colpita nell’anima, promise di mantenere il segreto, diventando finalmente un’alleata silenziosa del figlio nel suo piano contro Feng.

Al suo ritorno, Feng nota subito che il suo consigliere di fiducia è sparito nel nulla. Lo cerca ovunque, interroga le guardie e i servi, ma nessuno sa che fine abbia fatto. Quando chiedono ad Amleth, quasi per scherzo, se ne sappia qualcosa, lui risponde con una verità brutale travestita da follia: dice che quel tale è finito in fondo alla fogna, soffocato dal letame e divorato dai maiali. Tutti scoppiano a ridere, pensando sia l’ennesimo delirio di un pazzo, mentre in realtà Amleth sta raccontando esattamente ciò che ha fatto.

Nonostante le risate dei cortigiani, Feng inizia a nutrire un sospetto atroce: e se quel ragazzo non fosse affatto stupido? Capisce che deve liberarsi di lui, ma ha le mani legate. Non può ucciderlo apertamente perché teme la reazione del nonno di Amleth, il re Rorik, e non vuole rovinare i rapporti con sua moglie Gerutha. Decide quindi di usare un metodo più subdolo: delega l’omicidio al Re di Britannia. In questo modo potrà sbarazzarsi del nipote senza sporcarsi le mani, facendo ricadere la colpa su qualcun altro.

Prima di partire per questo lungo viaggio via mare, Amleth parla in segreto con sua madre. Le dà delle istruzioni molto precise e inquietanti: le chiede di preparare dei grandi arazzi con dei nodi intrecciati e di celebrare il suo funerale esattamente dopo un anno, promettendole che per quel giorno lui sarà tornato.

Amleth parte così verso la Britannia, scortato da due uomini di Feng che portano con sé una lettera incisa su tavolette di legno. All’epoca, prima della diffusione della carta, i messaggi importanti venivano scritti proprio incidendo il legno o la corteccia. Il contenuto del messaggio era una condanna a morte: Feng chiedeva al sovrano britannico di uccidere il ragazzo non appena fosse arrivato. Una notte, approfittando del sonno dei suoi guardiani, Amleth scova le tavolette e le legge. Con estrema astuzia, cancella le scritte originali e ne incide di nuove. Non solo inverte la condanna, chiedendo che vengano uccisi i due accompagnatori al posto suo, ma aggiunge una richiesta incredibile: scrive, a nome di Feng, che il Re di Britannia dovrebbe concedere sua figlia in sposa a quel giovane così saggio e intelligente che gli sta inviando.

Appena sbarcati in Britannia, i messaggeri corrono dal re per consegnargli quelle famose tavolette di legno. Sono convinti di avere in mano la condanna a morte di Amleth, senza immaginare che su quel legno c’è inciso il loro destino. Il sovrano li accoglie con tutti gli onori e organizza un banchetto sfarzoso, ma Amleth si comporta in modo stranissimo: rifiuta ogni cibo e ogni bevanda, guardando quelle prelibatezze con disgusto, come se fossero avanzi di poco conto.

Tutti gli invitati restano a bocca aperta. Com’è possibile che un giovane straniero disprezzi un banchetto reale come se fosse il rancio di un contadino? Il re, incuriosito e un po’ sospettoso, decide di vederci chiaro. Quando arriva il momento di andare a dormire, nasconde una spia nella camera degli ospiti per origliare i loro discorsi notturni.

Non appena rimangono soli, i due accompagnatori iniziano a punzecchiare Amleth. Gli chiedono perché abbia trattato quel cibo meraviglioso come se fosse veleno. La risposta di Amleth è da brividi: dice che il pane sapeva di sangue, che l’acqua aveva un retrogusto di ferro e che la carne puzzava di cadavere, come se provenisse da un cimitero. Ma non si ferma qui. Con una sfrontatezza incredibile, afferma che il re ha gli occhi di uno schiavo e che la regina si è comportata in tre occasioni come una serva di bassa lega.

I suoi compagni scoppiano a ridergli in faccia, riprendendo a prenderlo in giro per la sua solita pazzia. Lo accusano di essere un ingrato e un folle, capace di insultare un sovrano così illustre e una donna così raffinata che li avevano ospitati con estrema generosità. Erano convinti che Amleth stesse solo dando sfogo alla sua demenza, senza capire che dietro quelle parole si nascondeva una capacità di osservazione quasi soprannaturale.

Il re, che aveva ascoltato tutto grazie alla sua spia, rimase turbato. Pensò che un uomo capace di intuizioni simili dovesse essere o un dio o un pazzo completo. Decise di indagare e chiamò subito il suo amministratore per chiedergli da dove venisse il pane. Scoprì qualcosa di agghiacciante: il grano era stato coltivato in un campo dove, secoli prima, c’era stato un terribile massacro. Il terreno era ancora pieno di ossa umane e l’amministratore lo aveva scelto proprio perché pensava che quel sangue rendesse la terra più fertile. Amleth aveva ragione: il pane sapeva di morte.

Passò poi alla carne. Si scoprì che i maiali erano scappati dal recinto e si erano nutriti del cadavere in decomposizione di un brigante. Ecco spiegato l’odore di carogna che Amleth aveva percepito. Infine, il re fece scavare vicino alla sorgente da cui prendevano l’acqua per la birra: sul fondo trovarono diverse spade antiche completamente arrugginite. Era il ferro di quelle armi a dare alla bevanda quel retrogusto metallico che il ragazzo aveva subito individuato.

Ma la parte più difficile doveva ancora venire. Il re era ossessionato dall’offesa sui suoi “occhi da schiavo”. Andò da sua madre e, sotto minaccia, la costrinse a confessare la verità: lui non era figlio di un nobile, ma di uno schiavo. Era un segreto che nessuno avrebbe mai dovuto scoprire. Anche sulla regina Amleth non si era sbagliato. Quando il re gli chiese spiegazioni, il ragazzo elencò tre dettagli che aveva notato durante il banchetto: la regina si era coperta la testa con il mantello come fanno le serve, si era sollevata la gonna per camminare con troppa fretta e, alla fine, aveva usato una scheggia di legno per stuzzicarsi i denti e masticare i rimasugli di cibo. Erano gesti volgari, tipici di chi non è nato tra gli agi. Le indagini confermarono tutto: anche la madre della regina era stata una prigioniera ridotta in schiavitù.

Il re di Britannia rimase folgorato da questa intelligenza quasi magica. Invece di arrabbiarsi per gli insulti, provò una stima immensa per Amleth. Capì che un giovane del genere non poteva essere giustiziato, ma andava celebrato. Seguì quindi alla lettera le istruzioni segrete contenute nelle tavolette di legno (quelle che Amleth aveva modificato): fece impiccare i due accompagnatori e concesse la mano di sua figlia al principe danese. Amleth, con la sua sola mente, aveva trasformato una condanna a morte in un matrimonio reale.

Passato un anno esatto, come aveva promesso alla madre, Amleth chiese il permesso di tornare in patria. Di tutte le ricchezze accumulate portò con sé solo quei due bastoni di legno. Appena sbarcò nello Jutland, la regione della Danimarca dove viveva, si tolse i vestiti regali e tornò a sporcarsi di fango e stracci. Entrò nella sala del banchetto proprio mentre tutti stavano celebrando il suo funerale. Gli invitati rimasero pietrificati: si era sparsa la voce che fosse morto e vederlo lì, in carne e ossa, sembrava un miracolo o un incubo.

Passato lo spavento, i cortigiani iniziarono a prenderlo in giro. Quando gli chiesero che fine avessero fatto i suoi due compagni, Amleth sollevò i bastoni e rispose: “Eccoli qui, entrambi”. Tutti risero pensando a una battuta da matto, ma lui stava dicendo la verità: quel legno conteneva l’oro del “guidrigildo”, ovvero il risarcimento in denaro che all’epoca si pagava per l’uccisione di un uomo. Per Amleth, quell’oro rappresentava fisicamente i due traditori morti.

Per distrarre tutti e preparare la sua mossa finale, Amleth iniziò a servire da bere con un entusiasmo contagioso. Girava per i tavoli riempiendo i boccali, spingendo nobili e soldati a bere sempre di più. Per apparire ancora più goffo, si era legato la spada al fianco ma continuava a sguainarla “per sbaglio”, pungendosi le dita come un bambino maldestro. I presenti, preoccupati che quel pazzo potesse farsi male o colpire qualcuno, decisero di bloccare la sua spada nel fodero piantandoci dentro un grosso chiodo di ferro. Era esattamente quello che Amleth voleva: essere l’unico uomo armato in una stanza di uomini convinti che lui fosse innocuo.

A forza di bere, i signori del castello crollarono a terra uno dopo l’altro, completamente ubriachi. Si addormentarono proprio lì, tra i resti della festa. Amleth li guardò e capì che il momento che aveva aspettato per anni era finalmente arrivato.

Amleth tirò fuori dal petto quei paletti di legno che aveva intagliato e indurito al fuoco molto tempo prima, quando tutti lo prendevano in giro. Entrò nel salone dove i nobili giacevano a terra, immersi in un sonno pesante e rumoroso per via del troppo vino. Senza fare rumore, tagliò i sostegni degli enormi arazzi che sua madre aveva tessuto su suo ordine. Quei pesanti teli caddero sopra i cortigiani addormentati, coprendoli come una trappola mortale.

A quel punto, Amleth usò i suoi ganci di legno per fissare i teli al pavimento, intrecciandoli e annodandoli con una tale precisione che nessuno degli uomini lì sotto, per quanto potesse dimenarsi, avrebbe mai avuto la forza di liberarsi. Una volta sigillata la trappola, diede fuoco al palazzo. Le fiamme divamparono in un attimo, avvolgendo l’intera struttura e trasformandola in un rogo infernale. I nobili morirono tra le fiamme, alcuni senza nemmeno svegliarsi, altri lottando inutilmente contro quella rete di stoffa che li teneva prigionieri.

Mentre il palazzo bruciava, Amleth si diresse verso la stanza privata di Feng, dove il re era stato accompagnato poco prima. Per prima cosa, Amleth prese la spada dello zio che era appesa al letto e mise al suo posto la propria, quella che i cortigiani avevano bloccato nel fodero con un chiodo. Poi, svegliò Feng con un grido. Gli disse che i suoi nobili stavano bruciando vivi e che Amleth era lì, armato e pronto a esigere la vendetta che aspettava da anni per l’omicidio di suo padre.

Feng, terrorizzato, balzò fuori dal letto e cercò di sguainare la spada per difendersi. Ma tra le mani si ritrovò solo un’arma inutile, incastrata nel fodero dal chiodo di ferro. In quel momento di totale impotenza, Amleth lo colpì a morte.

Così si conclude l’impresa di Amleth, un eroe degno di fama eterna. 

Dopo aver eliminato il patrigno, Amleth non corre subito in piazza a festeggiare. Conosce bene il suo popolo e sa che l’umore della folla può cambiare in un attimo, passando dall’entusiasmo alla furia. Decide quindi di restare nascosto per un po’, osservando da lontano per capire da che parte tirerà il vento e cosa penserà la gente comune di quella notte di fuoco.

Al mattino, l’intero vicinato si accalca intorno alle rovine. Per tutta la notte avevano fissato quel bagliore sinistro all’orizzonte e ora vogliono risposte. Del palazzo reale non è rimasto quasi nulla: solo un cumulo di cenere ancora calda e macerie fumanti. Scavando tra i resti, trovano soltanto dei corpi carbonizzati, ormai ridotti a forme irriconoscibili. Le fiamme sono state così violente e affamate da divorare ogni prova, lasciando la causa di quel disastro avvolta nel mistero.

In mezzo a quel deserto di cenere, però, spicca un dettaglio che gela il sangue a tutti: il cadavere di Feng. Il re giace a terra, tra le sue vesti sporche di sangue, trafitto da un colpo di spada. Davanti a quella scena, la reazione della folla è spaccata a metà.

C’è chi esplode in una rabbia furiosa e chi scoppia a piangere per la perdita del proprio leader. Ma, allo stesso tempo, molti altri provano una gioia segreta che faticano a nascondere. Questi ultimi ringraziano il destino perché la tirannia di un uomo che aveva ucciso il proprio fratello è finalmente finita. In quel momento, nel cuore della Danimarca, il dolore per il re morto e il sollievo per la libertà ritrovata si mescolano, creando un clima di tensione elettrica. Nessuno sa ancora che l’autore di tutto questo è proprio quel “paz[[zo” di Amleth.

Amleth, vedendo che il popolo restava tranquillo e quasi in attesa, decise che era il momento di uscire allo scoperto. Radunò tutti coloro che sapeva aver amato suo padre e si presentò davanti all’assemblea. Il suo non fu il discorso di un pazzo, ma quello di un vero leader. Chiese ai nobili e ai cittadini di non guardare a quel palazzo in fiamme con angoscia, ma con sollievo. Spiegò che davanti a loro non c’era il cadavere di un re, ma quello di un assassino che aveva ucciso il proprio fratello.

Ricordò a tutti quanto Horwendil fosse stato un sovrano giusto e un padre premuroso per il suo popolo. Al contrario, Feng aveva portato solo schiavitù, rubando la libertà a ogni uomo libero e macchiando la terra con i suoi crimini. “Chi sarebbe così folle da preferire la crudeltà di Feng alla giustizia di Horwendil?” chiese Amleth alla folla. Spiegò che il tiranno era finalmente caduto, soffocato dalla sua stessa malvagità, e che nessuno dotato di buon senso avrebbe potuto considerare un male quella giusta punizione.

Amleth si prese la piena responsabilità di quanto accaduto. Disse chiaramente di aver vendicato sia suo padre che la sua patria. Spiegò di aver agito da solo non perché non si fidasse di loro, ma per non metterli in pericolo: voleva che il peso di quella vendetta gravasse solo sulle sue spalle. Ora però chiedeva al popolo un ultimo compito: bruciare i resti di Feng. Ordinò di non dare sepoltura a quell’uomo, di non chiudere le sue ossa in un’urna e di disperdere le sue ceneri al vento, affinché nessuna parte della loro terra venisse infettata dal contatto con un fratricida.

Amleth raccontò di come fosse stato perseguitato dallo zio, ignorato dalla madre e deriso dagli amici. Spiegò che la sua pazzia era stata solo uno scudo, un’astuzia necessaria per sopravvivere e arrivare a quel momento. Concluse il discorso con un appello. Rivendicò di aver cancellato la vergogna del paese, di aver abbattuto l’oppressione e di aver sconfitto l’inganno dello zio con un inganno ancora più grande. Si presentò non come un usurpatore, ma come il legittimo erede al trono, un figlio devoto che aveva restituito la libertà e l’onore a tutti. “Ho deposto il despota e trionfato sul macellaio,” esclamò, “nelle vostre mani c’è la mia ricompensa. Sapete cosa ho fatto per voi e dalla vostra giustizia chiedo il mio riconoscimento.”

Mentre Amleth parlava, il cuore della folla si sciolse. Molti rimasero profondamente colpiti, altri scoppiarono in un pianto liberatorio. Amleth venne proclamato Re di Danimarca per acclamazione generale. Tutti riponevano una fiducia immensa nella sua intelligenza, stupiti da come un ragazzo così giovane fosse riuscito a nascondere un piano tanto complesso per anni.

Dopo aver messo in ordine le cose nel suo regno, Amleth decise di tornare in Britannia per riabbracciare sua moglie e il suocero. Questa volta, però, non viaggiò come un povero pazzo trasandato. Preparò tre navi imponenti e scelse come scorta i migliori guerrieri del regno, vestendoli con armature lussuose. Voleva che il mondo vedesse il suo cambiamento: dalla povertà finta alla magnificenza reale. Per l’occasione, si fece costruire uno scudo leggendario, decorato con tutta la sua storia dipinta.

Il Re di Britannia accolse Amleth e il suo seguito con una parata di lusso e onori, ma l’atmosfera cambiò drasticamente durante il banchetto. Quando il sovrano chiese notizie di Feng, Amleth confessò senza giri di parole non solo che lo zio era morto, ma che era stato lui stesso a ucciderlo. Questa rivelazione gettò il re nel panico: anni prima, lui e Feng avevano stretto un patto di sangue solenne che li obbligava a vendicare l’uno la morte dell’altro.

Il re si ritrovò davanti a un dilemma atroce: da un lato l’amore per la figlia e il genero, dall’altro la sacralità di un giuramento che, per la cultura dell’epoca, era considerato inviolabile. Alla fine, scelse il giuramento. Tuttavia, per non violare le leggi dell’ospitalità e non passare per un assassino davanti a sua figlia, decise di far uccidere Amleth da qualcun altro, usando l’inganno.

Fingendo una stima immensa per l’intelligenza di Amleth, gli chiese di andare in Scozia per fare una proposta di matrimonio a suo nome a una regina locale. Il re sapeva bene che quella donna era una guerriera spietata e orgogliosa: odiava a tal punto i corteggiatori da aver fatto giustiziare chiunque avesse osato chiederla in sposa. In pratica, il re stava mandando Amleth a morte certa.

Amleth accettò l’incarico e si mise in viaggio. Una volta giunto in Scozia, si fermò in un prato vicino alla reggia per riposare. Mentre dormiva, le spie della regina scozzese riuscirono a derubarlo con un’abilità incredibile: gli sfilarono da sotto la testa il famoso scudo istoriato e rubarono la lettera che portava con sé. Quando la regina vide lo scudo, rimase affascinata: leggendo le storie dipinte, capì di avere davanti l’eroe che aveva vendicato il padre con un’astuzia senza pari.

La regina, che disprezzava l’idea di sposare il vecchio Re di Britannia e desiderava invece un uomo giovane e brillante, decise di usare contro Amleth il suo stesso trucco. Cancellò il contenuto della lettera e lo riscrisse completamente: fece apparire il messaggio come una richiesta da parte del Re di Britannia affinché Amleth stesso sposasse la regina scozzese. Poi fece rimettere tutto al suo posto mentre il principe dormiva ancora. Amleth non sapeva che, proprio come aveva fatto lui sulle navi, ora una donna stava riscrivendo il suo destino a sua insaputa.

Amleth non era certo un tipo che si faceva fregare facilmente. Quando si accorse che lo scudo non era più sotto la sua testa, non balzò in piedi urlando, ma rimase immobile e continuò a fingere di dormire. Sapeva che chi aveva rubato quegli oggetti sarebbe tornato per rimetterli al loro posto e non destare sospetti. E infatti ebbe ragione: non appena la spia si avvicinò furtivamente per restituire lo scudo e la lettera modificata, Amleth scattò come una molla, lo catturò e lo legò stretto.

Svegliò i suoi uomini e si diresse dritto al palazzo della Regina, che si chiamava Hermutrude. Si presentò come l’ambasciatore del Re di Britannia e le consegnò la lettera (quella che lei stessa aveva falsificato poco prima). Hermutrude la lesse e iniziò a lodare Amleth con un entusiasmo incredibile. Gli disse che aveva fatto bene a punire Feng e che la sua intelligenza era qualcosa di quasi divino. Aveva vendicato il padre, salvato la madre e conquistato un regno lottando contro chiunque cercasse di ucciderlo.

Tuttavia, la regina aveva un appunto da fargli: si stupiva che un uomo così geniale avesse fatto un errore così banale nella scelta della moglie. Secondo lei, Amleth si era unito a una donna di origini ignobili (ricordate le scoperte fatte in Britannia sulle origini servili della famiglia della principessa?). Hermutrude spiegò che un vero saggio deve guardare alla nobiltà del sangue e non alla bellezza del volto, perché la bellezza è solo un’esca che spesso nasconde il vuoto.

A quel punto, la regina passò all’attacco: si propose lei stessa come sposa. Gli disse che lei era nobile quanto lui, ricca e potente. Anzi, aggiunse che chiunque fosse diventato suo marito sarebbe diventato automaticamente re, ricevendo il regno insieme alla sua mano. Era un’offerta straordinaria, soprattutto da parte di una donna che fino a quel momento aveva accolto i pretendenti solo con la punta della spada. Detto questo, si gettò tra le braccia di Amleth con un abbraccio appassionato, offrendogli il suo amore e il suo trono.

Amleth rimase stregato dalle parole della regina Hermutrude. Non solo ricambiò i suoi baci, ma accettò immediatamente di sposarla, celebrando il rito davanti ai nobili scozzesi. Nonostante la felicità, Amleth non era un ingenuo: sapeva che tornare in Britannia con una nuova moglie lo avrebbe messo in pericolo, così si fece scortare da un forte contingente di guerrieri scozzesi.

Lungo la strada accadde qualcosa di incredibile. La sua prima moglie, la figlia del Re di Britannia, gli andò incontro. Nonostante fosse stata tradita e messa in secondo piano, dimostrò un amore immenso: gli disse che, sebbene avesse ogni ragione per odiarlo, lo amava troppo come marito e padre del loro bambino per lasciarlo morire. Lo avvertì che suo padre, il re, era furioso perché Amleth aveva rubato per sé la sposa che lui desiderava e stava preparando una trappola mortale.

Quando Amleth arrivò a corte, il re lo accolse con un finto abbraccio e un banchetto, ma il principe non si fidava. Indossò una maglia di ferro sotto i vestiti e si presentò con duecento cavalieri. Il re tentò di ucciderlo a tradimento sulla porta di casa con una lancia, ma la corazza salvò Amleth, che riuscì a fuggire dai suoi guerrieri scozzesi. Il re però non si arrese e lo inseguì con l’esercito, massacrando gran parte dei soldati del principe.

Sconfitto e con pochissimi uomini rimasti, Amleth ideò il suo trucco più macabro e geniale. Per far credere al nemico di avere ancora un esercito enorme, prese i cadaveri dei suoi compagni caduti il giorno prima e li “rimise in piedi”. Usò dei pali per sorreggerli, legò alcuni corpi sui cavalli e altri a delle rocce, lasciando loro indosso le armature. Quando sorse il sole, i Britanni videro una distesa infinita di guerrieri pronti alla battaglia. Terrorizzati dall’idea che quegli uomini fossero tornati in vita o che i rinforzi fossero infiniti, i soldati del re fuggirono senza nemmeno combattere.

In quella confusione, i Danesi di Amleth caricarono e uccisero il Re di Britannia. Amleth, vincitore assoluto, saccheggiò il regno e tornò in Danimarca con entrambe le mogli e un bottino immenso. Era riuscito a sconfiggere persino la morte, usando i morti stessi per vincere la sua guerra.

Mentre Amleth si trovava all’estero, la situazione in Danimarca era precipitata. Il vecchio re Rorik era morto e al suo posto era salito al trono Wiglek. Il nuovo sovrano, arrogante e autoritario, aveva iniziato a perseguitare la madre di Amleth, privandola di ogni ricchezza e accusando il principe di aver preso il potere nello Jutland senza alcun permesso ufficiale.

Amleth, tornato in patria, inizialmente rispose a queste provocazioni con una pazienza incredibile, arrivando persino a regalare a Wiglek gran parte del suo bottino britannico per calmarlo. Ma era solo un’altra delle sue maschere. Non appena ne ebbe l’occasione, passò al contrattacco: affrontò Wiglek in battaglia, lo sconfisse e cacciò in esilio i suoi alleati, ristabilendo la sua autorità con la forza.

Tuttavia, Wiglek non era uomo da arrendersi. Radunò un immenso esercito tra le popolazioni della Scania e della Selandia e lanciò una sfida definitiva ad Amleth. Il principe si trovò davanti a un bivio drammatico: sapeva che accettare significava rischiare la vita, ma rifiutare avrebbe distrutto per sempre la sua reputazione di guerriero. Per un uomo che aveva costruito la sua intera esistenza sull’onore e la gloria, la scelta era obbligata. Preferiva una morte nobile a una vita vissuta nella vergogna.

In quei giorni terribili, il suo pensiero più dolce e amaro era per la moglie scozzese, Hermutrude. La amava così tanto che temeva per il suo futuro da vedova, cercando persino di trovarle un nuovo marito che potesse proteggerla dopo la sua morte. Hermutrude, dal canto suo, giurò solennemente che non lo avrebbe mai abbandonato, dichiarando che una donna che teme di morire insieme al suo uomo non merita rispetto.

Ma il destino, si sa, è beffardo. Nella grande battaglia finale nello Jutland, Amleth cadde combattendo eroicamente. E Hermutrude? Nonostante tutte le sue promesse di fedeltà eterna, non appena vide Amleth morto sul campo, si offrì spontaneamente come sposa al vincitore, Wiglek. È una conclusione amara: le promesse fatte nei momenti di passione spesso svaniscono al cambiare della fortuna, e il desiderio di potere e sopravvivenza finisce per cancellare il ricordo del passato.

Così morì Amleth, un uomo che se avesse avuto dalla sua la fortuna tanto quanto ebbe il genio, sarebbe stato pari agli dèi. Ancora oggi, nelle pianure dello Jutland, si dice che esista un luogo che porta il suo nome e dove riposano le sue spoglie. Wiglek regnò a lungo in pace, morendo poi di vecchiaia, ma la leggenda di Amleth, il principe che finse la pazzia per vendicare l’onore, è rimasta immortale nei secoli.

Questa è la vera storia medievale, l’originale del 1200, che Shakespeare ha preso come ispirazione per la sua tragedia.

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  1. The Danish History, Books III-IV, Saxo Grammaticus
Lorenzo Manara