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11 Gennaio 2026

Il Giudizio di Dio dell’Imperatrice: il Duello del Cavaliere Misterioso

giudizio di dio cavaliere

Un’accusa infame, una condanna al rogo e un duello all’ultimo sangue. Scopri come il Giudizio di Dio salvò l’imperatrice

Siamo in pieno Medioevo, all’incirca nel 1100. Due cavalieri galoppano l’uno incontro all’altro, armati di ferro dalla testa ai piedi, con le lance acuminate sotto il braccio, osservati da una folla sbigottita. Gli sguardi sono tesi, preoccupati. Non è un torneo, non è un giorno di festa. E’ un duello all’ultimo sangue. Perché? Per ristabilire l’onore, e salvare la vita, della stessa imperatrice, accusata di adulterio. E il campione dell’imperatrice, tanto per non farci mancar niente, era un cavaliere misterioso, di cui nessuno conosceva l’identità.

Oggi vi racconto l’incredibile vicenda di un duello di Dio medievale. E di come fu combattuto da questo cavaliere misterioso, il campione dell’imperatrice, che attraversò mezza Europa per andare a salvarla, e duellare per lei. Un uomo che è stato il prototipo del cavaliere ideale: crociato contro i Mori, cacciatore di pirati nelle Baleari e, pure templare. 

Una vicenda che ci è stata tramandata da Bernat Desclot1, uno dei più celebri cronisti del 1200, che nella sua opera decise di mescolare i fatti storici reali con le leggende più cavalleresche. Insomma, l’inizio promette benissimo e vi giuro che sarà una grande storia, perciò bando alle ciance e cominciamo.

Tutto ha inizio nel XII secolo, nel cuore pulsante della Germania medievale, che il cronista chiama Alemagna. Qui l’imperatore viveva un matrimonio apparentemente perfetto con la bellissima figlia del re di Boemia. Ma tra le ombre della corte, il sospetto stava per distruggere ogni cosa. Alcuni consiglieri, invidiosi e potenti, iniziarono a sussurrare all’orecchio del sovrano una bugia terribile: l’imperatrice lo tradiva con un giovane e coraggioso cavaliere. Un classico, no? Stile Ginevra e Lancillotto. Nel Medioevo, un’accusa del genere non era solo uno scandalo, era un crimine contro lo Stato punibile con la morte più atroce: il rogo.

Tra i nobili della corte, effettivamente, spiccava un cavaliere giovane, attraente e molto coraggioso. Era il tipico eroe da romanzo, capace di attirare ogni sguardo.

Non c’erano prove certe di un adulterio, ma l’intesa tra i due era evidente a molti. L’imperatore, che amava la moglie più di ogni altra cosa al mondo, fu devastato dal dubbio. Iniziò a osservarli segretamente e si convinse che le accuse fossero fondate. Il dolore si trasformò presto in una rabbia cieca.

Il sovrano convocò l’imperatrice e la affrontò con durezza. Le disse che era profondamente sdegnato, perché credeva di avere al fianco la donna più leale del mondo. La accusò di aver calpestato il suo onore e la sua dignità, nonostante lei avesse ricevuto ricchezze e titoli immensi. Secondo le leggi dell’epoca, l’adulterio per una regina significava la morte. La legge imperiale prevedeva però una via d’uscita: il giudizio di Dio tramite un duello. Se l’imperatrice avesse trovato un campione disposto a combattere per lei e a vincere, sarebbe stata dichiarata innocente. In caso contrario, la condanna sarebbe stata definitiva.

L’imperatrice respinse ogni accusa con fermezza. Giurò sulla propria fede che non aveva mai pensato di tradire il marito o di disonorarlo. Sfidò apertamente chiunque l’avesse calunniata, dichiarando che le accuse erano menzogne vili e sleali. La situazione era ormai disperata, perché l’onore della donna dipendeva solo dalla forza di un cavaliere disposto a rischiare la vita per la sua verità.

A quel punto, i baroni che avevano fatto scattare la trappola si fecero avanti con arroganza. Confermarono le accuse davanti all’imperatore e lanciarono una sfida formale: erano pronti a combattere, due contro due, per dimostrare la colpa della donna. Nel Medioevo, questa procedura era chiamata “ordalia” o giudizio di Dio. Si credeva che in un duello armato la divinità avrebbe dato la forza al braccio di chi diceva la verità, garantendogli la vittoria.

L’imperatore, con il cuore spezzato, comunicò alla moglie la sua terribile decisione. Le concesse un anno e un giorno per trovare dei difensori. Se allo scadere di quel termine nessuno avesse combattuto per lei vincendo il duello, sarebbe stata bruciata viva davanti a tutto il popolo. Era una condanna atroce, riservata ai traditori e agli eretici. L’imperatrice venne rinchiusa in una stanza sorvegliata, mentre cercava disperatamente qualcuno disposto ad aiutarla. Nonostante in passato avesse coperto di doni e onori moltissimi cavalieri, ora tutti le voltavano le spalle. La paura di affrontare i potenti accusatori e di sfidare l’imperatore era più forte della gratitudine.

In quella corte viveva però un giovane giullare, un ragazzo vivace che voleva molto bene alla sovrana. Vedendola prigioniera e abbandonata da tutti, non riuscì a darsi pace. I giullari non erano solo semplici intrattenitori, ma spesso erano gli unici che potevano viaggiare liberamente e portare notizie da un regno all’altro. Il ragazzo lasciò la Germania e iniziò a vagare di castello in castello, raccontando a chiunque la triste storia dell’ingiustizia subita dall’imperatrice.

Dopo un lungo viaggio, il giullare arrivò nella splendida città di Barcellona e riuscì a farsi ricevere dal Conte Berengario III. Il ragazzo appariva così triste e abbattuto che il Conte, incuriosito, gli chiese cosa lo tormentasse tanto. Il giovane spiegò di venire da molto lontano e di essere arrivato lì proprio perché la fama di nobiltà e coraggio del Conte era nota ovunque.

Il giullare raccontò tutto: l’accusa falsa dei cortigiani invidiosi, la prigione, la minaccia del rogo e il tempo che scorreva inesorabile. Spiegò che ormai erano passati sei mesi e che nessuno in Germania aveva avuto il coraggio di farsi avanti, per timore del potere degli accusatori. L’imperatrice, figlia del re di Boemia, era una donna eccezionale che non meritava una fine così orribile.

Il Conte di Barcellona ascoltò con attenzione quel racconto drammatico. Guardò il ragazzo negli occhi e gli chiese se tutto quello che aveva detto fosse la pura verità, senza invenzioni. Il giullare, senza esitare un istante, rispose che era pronto a perdere la testa se avesse mentito. Il destino dell’imperatrice era ora nelle mani del nobile catalano.

Il Conte di Barcellona non perse tempo e convocò immediatamente i suoi nobili seguaci. Spiegò loro la situazione dell’imperatrice e annunciò la sua decisione: sarebbe partito lui stesso per difenderla, portando con sé un solo cavaliere. I suoi baroni, preoccupati per la sua incolumità, cercarono di convincerlo a cambiare idea, offrendosi di accompagnarlo con un esercito di mille uomini. Ma il Conte fu irremovibile. Voleva compiere quella missione quasi in segreto, senza essere riconosciuto, affidandosi solo alla giustizia divina e al valore di un unico compagno.

Per questa impresa scelse don Bertrando di Roccabruna, un cavaliere provenzale di nobile stirpe e grande abilità nel combattimento. Bertrando era un uomo che conosceva bene il peso dell’ingiustizia, poiché l’imperatore lo aveva esiliato con l’accusa di aver complottato contro un alto funzionario imperiale, il siniscalco. Insieme a due scudieri, i due cavalieri cavalcarono senza sosta verso la Germania, spinti dalla paura di non arrivare in tempo per salvare la donna. Entrambi sotto falso nome, in incognito. Volete che vi dica chi dei due sarà il vero campione dell’imperatrice? Lo capirete quando sarà il momento.

Giunsero a Colonia, dove risiedeva la corte imperiale, quando mancavano ormai solo tre giorni alla data dell’esecuzione. L’atmosfera in città era tesa: l’anno di tempo stava per scadere e l’imperatrice non aveva ancora trovato nessuno disposto a sfidare i suoi accusatori. Il Conte e Bertrando presero alloggio in un palazzo, mantenendo l’assoluto anonimato come pattuito.

Il mattino seguente, il Conte si presentò davanti all’imperatore. Si presentò semplicemente come un cavaliere venuto dalla Spagna. Spiegò di aver viaggiato fin lì per difendere l’imperatrice, colpito dalla fama della sua bontà. L’imperatore lo accolse con grande rispetto, ammirando il coraggio di quell’uomo venuto da così lontano per una causa che tutti gli altri avevano abbandonato. Gli confermò che mancavano solo due giorni prima che la sentenza venisse eseguita.

Prima di scendere in campo, però, il Conte di Barcellona dimostrò la sua saggezza. Chiese all’imperatore il permesso di parlare faccia a faccia con la prigioniera. Voleva guardarla negli occhi e ascoltare la sua versione dei fatti. Dichiarò apertamente che, se avesse percepito in lei anche una minima colpa, non avrebbe alzato la spada in suo favore. Ma se l’avesse trovata innocente, lui e il suo compagno avrebbero affrontato chiunque in Germania pur di riabilitare il suo nome. L’imperatore, colpito da tanta onestà, acconsentì alla richiesta.

Il Conte fu condotto nelle stanze dove l’imperatrice era tenuta prigioniera. Non appena si trovarono soli, l’uomo le rivolse parole dirette e sincere. Le spiegò di aver viaggiato per settimane solo per difendere la sua vita, spinto dalla fama della sua bontà, ma le chiese un’ultima, definitiva prova di onestà. Le promise solennemente, in nome della fede e del codice d’onore dei cavalieri, che non l’avrebbe abbandonata se lei gli avesse confessato la pura verità.

L’imperatrice, commossa da quel gesto di generosità, chiese prima di tutto chi fosse quel misterioso salvatore venuto da così lontano. Il Conte accettò di rivelare la sua identità, ma solo a patto che lei mantenesse il segreto. Quando sussurrò di essere il Conte di Barcellona, la donna provò un immenso sollievo: il nome di quell’uomo era sinonimo di nobiltà e valore in tutta Europa.

Tra le lacrime, l’imperatrice aprì il suo cuore. Ammise che a corte c’era effettivamente un giovane cavaliere che lei ammirava molto per il suo coraggio e i suoi modi gentili. Confessò di aver provato una simpatia sincera per lui, ma giurò che non c’era mai stato nulla di peccaminoso: non si erano nemmeno mai parlati in privato. Quell’ammirazione innocente era stata però trasformata in un tradimento dai due potenti consiglieri dell’imperatore, che avevano usato la loro influenza per isolarla e terrorizzare chiunque volesse aiutarla.

Il Conte di Barcellona fu rassicurato da quella confessione così umana e trasparente. Le disse di stare serena, perché con l’aiuto di Dio avrebbe smascherato quei bugiardi. Come era usanza nei duelli cavallereschi, chiese all’imperatrice un gioiello o un pegno da portare con sé in battaglia. Ricevere un oggetto dalla donna che si difendeva significava diventare ufficialmente il suo “campione”, legando il proprio destino a quello della dama.

Terminato l’incontro, il Conte tornò dall’imperatore con passo deciso. Gli riferì di essere assolutamente convinto dell’innocenza della moglie e si dichiarò pronto a scendere in campo l’indomani. Disse con fermezza che la giustizia divina avrebbe fatto cadere morti o vinti coloro che avevano osato lanciare accuse così infami. L’imperatore, pur tormentato dal dubbio, accettò la sfida e diede ordine di preparare il campo per il giorno seguente.

Il Conte lasciò l’imperatore e tornò nel suo alloggio per prepararsi, mentre il sovrano avvisava gli accusatori che la sfida era ufficialmente accettata. I due baroni tedeschi risposero con sicurezza di essere pronti a combattere. Sembrava tutto stabilito, ma all’alba del giorno decisivo accadde l’imprevedibile: don Bertrando, il cavaliere che il Conte aveva portato con sé, era sparito nel nulla. Forse schiacciato dalla paura o da vecchi rancori verso l’impero, aveva abbandonato il suo signore nel momento del bisogno.

Il Conte di Barcellona si ritrovò solo e profondamente amareggiato dal tradimento del suo compagno. Il tempo stringeva e l’imperatore lo sollecitò a scendere in campo. Senza perdersi d’animo, il Conte si infilò l’armatura e si presentò al sovrano, spiegando con onestà la situazione: il suo compagno era fuggito e non sarebbe stato giusto costringerlo a parare i colpi di due nemici contemporaneamente. Propose quindi una soluzione coraggiosa: avrebbe affrontato i due accusatori uno alla volta, l’uno dopo l’altro, finché le forze glielo avessero permesso.

L’imperatore accettò la proposta, ritenendola leale. Quando la notizia arrivò ai due baroni tedeschi, tra loro scoppiò una piccola disputa su chi dovesse avere l’onore di combattere per primo. Entrambi volevano dimostrare di essere il più forte e il più valoroso. Alla fine decisero che sarebbe sceso nell’arena per primo quello considerato il migliore tra i due.

Il Conte di Barcellona entrò nel campo di battaglia per primo, seguendo il cerimoniale dei duelli medievali. Poco dopo fecero il loro ingresso i due avversari, ma solo il più abile tra loro si fece avanti per iniziare lo scontro. Tra la folla e i nobili riuniti per assistere al giudizio di Dio, nessuno immaginava che sotto quell’armatura straniera si nascondesse proprio il potente signore di Barcellona, pronto a rischiare la vita per la verità. Ed ecco, finalmente, scopriamo chi fosse il campione dell’imperatrice, solo contro due avversari: Raimondo Berengario III, conte di Barcellona.

Il momento dello scontro era finalmente arrivato. Secondo le leggi della cavalleria, spettava all’accusatore partire per primo, e il cavaliere tedesco spronò il destriero alla carica. Ma il Conte, sotto le spoglie di un cavaliere misterioso, non rimase certo a guardare. Spronò il suo cavallo con tale forza e puntò la lancia con tale precisione che, al primo impatto, trafisse il cavaliere tedesco da parte a parte. L’avversario crollò al suolo, morto sul colpo. Con estrema calma, il Conte prese il cavallo del nemico per le redini, lo spostò ai margini del campo e confermò che per il primo sfidante non c’era più nulla da fare.

Il Conte si rivolse allora agli araldi, gli ufficiali che sorvegliavano il duello, chiedendo che venisse fatto entrare il secondo cavaliere. Quando l’imperatore diede l’ordine di avanzare, accadde qualcosa di inaspettato: il secondo accusatore, terrorizzato dalla forza brutale del cavaliere straniero e vedendo il compagno senza vita, fu colto dal rimorso e dalla paura.

Il nobile tedesco dichiarò davanti a tutti che non sarebbe entrato in campo nemmeno per tutto l’oro del mondo. Cadde in ginocchio e confessò il misfatto: le accuse contro l’imperatrice erano state inventate solo per invidia e odio. L’imperatore, furibondo per essere stato ingannato, rispose che la vita dell’uomo dipendeva ormai solo dal perdono della donna che aveva calunniato.

L’accusatore fu trascinato davanti a un piccolo casotto di legno costruito ai bordi del campo. Lì si trovava l’imperatrice, proprio accanto a una gigantesca pira già accesa: se il suo campione fosse stato sconfitto, lei sarebbe finita tra quelle fiamme in pochi istanti. Il traditore si gettò ai suoi piedi supplicando pietà. L’imperatrice, dimostrando una nobiltà d’animo superiore, gli disse di andarsene e di sparire dalla sua vista. Non avrebbe cercato vendetta, lasciando che fosse Dio a giudicarlo.

L’imperatore, felice per aver ritrovato l’onore della moglie e la pace nel cuore, entrò nel campo di battaglia per rendere omaggio al vincitore. Prese il cavallo del Conte per le redini e lo condusse personalmente dall’imperatrice, presentandolo come il suo salvatore e chiedendo alla donna di riservargli i massimi onori. Seguì un banchetto sontuoso a palazzo, dove il Conte fu trattato come l’ospite più illustre dell’impero.

Ma il nobile catalano non cercava né premi né gloria. Quella stessa notte, mentre la corte ancora festeggiava, fece nutrire i cavalli e, prima ancora che sorgesse il sole, partì in segreto con i suoi scudieri. Iniziò così una lunga galoppata notturna per tornare nella sua Barcellona, lasciandosi alle spalle un impero salvato dal suo coraggio e un mistero che sarebbe diventato leggenda.

Il mattino seguente, l’imperatore inviò i suoi messaggeri alla locanda per invitare il misterioso salvatore a palazzo. Voleva ringraziarlo degnamente, convinto ancora che si trattasse di un semplice cavaliere errante in cerca di gloria. Tuttavia, i messaggeri tornarono a mani vuote con una notizia sorprendente: il cavaliere era ripartito nel cuore della notte e aveva già diverse miglia di vantaggio.

L’imperatore rimase profondamente deluso e amareggiato da quella fuga improvvisa. Corse dall’imperatrice per sfogarsi, lamentandosi di come quell’uomo se ne fosse andato senza nemmeno un saluto o un congedo formale. Ma nel sentire quelle parole, l’imperatrice rischiò di svenire per il dolore e l’agitazione. Non poteva più mantenere il segreto.

“Ah, signore!” esclamò la donna con foga. “Voi non avete idea di chi fosse quell’uomo!”. L’imperatore, confuso, rispose di sapere solo che veniva dalla Spagna. Fu allora che l’imperatrice rivelò la verità: il cavaliere che aveva rischiato la vita nell’arena era nientemeno che il leggendario Conte di Barcellona. Gli parlò della sua immensa nobiltà, del suo coraggio leggendario e delle sue gloriose vittorie contro i Saraceni, i guerrieri musulmani che all’epoca minacciavano i confini della cristianità.

L’imperatore rimase letteralmente sbalordito. Si rese conto che la corona imperiale non aveva mai ricevuto un onore così grande: un principe straniero di tale rango aveva viaggiato per migliaia di chilometri, quasi in incognito, solo per riparare a un’ingiustizia e salvare l’onore della famiglia imperiale. Era un gesto di cavalleria pura, senza precedenti.

Il sovrano decise allora che non poteva lasciare che un simile servizio rimanesse senza una ricompensa, o “guiderdone”, come si diceva allora per indicare il premio dovuto a un nobile favore. Si rivolse alla moglie con un ordine perentorio: non avrebbe mai più riavuto il suo amore o la sua stima se non fosse partita immediatamente alla ricerca del Conte. Le ordinò di preparare un seguito onorevole e di non fermarsi finché non lo avesse trovato e riportato a corte. Il debito d’onore doveva essere saldato a ogni costo.

L’imperatrice non perse un istante. Organizzò una carovana monumentale per dare il giusto onore alla sua missione: cento cavalieri, cento nobildonne e cento damigelle, oltre a una schiera di scudieri e servitori. Dopo settimane di viaggio attraverso le terre d’Europa, la spedizione arrivò finalmente a Barcellona.

Il Conte, sorpreso da quell’improvviso arrivo, montò a cavallo e andò subito a accoglierla. Appena i due si trovarono faccia a faccia, si riconobbero immediatamente. Fu un momento di grande commozione: si abbracciarono con gioia, ricordando il pericolo passato. Quando il Conte le chiese cosa l’avesse spinta fin lì, l’imperatrice gli spiegò la verità: non poteva più tornare dal marito senza di lui. L’imperatore, infatti, era così colpito dal gesto del nobile spagnolo che aveva giurato di non concedere più il suo favore alla moglie finché non avesse potuto ringraziare personalmente il suo salvatore.

“Vi prego, signore,” disse l’imperatrice con umiltà, “accompagnatemi in Germania, o non potrò più essere chiamata vostra sovrana”. Il Conte, vedendo la sincerità e il bisogno della donna, accettò di ripartire. Dopo averla ospitata con ogni onore a Barcellona, allestì una scorta di duecento cavalieri e partì verso nord.

Quando la notizia del loro arrivo giunse in Germania, l’imperatore uscì personalmente incontro a loro. Per otto giorni interi la città fu in festa tra banchetti e celebrazioni. Il sovrano ammise davanti a tutti che la fama del Conte, per quanto grande, non rendeva giustizia al suo reale valore. Decise quindi di sdebitarsi con un dono degno della corona: la Provenza.

La Provenza era un territorio vasto e ricco, all’epoca legato ai domini imperiali. L’imperatore nominò ufficialmente il Conte di Barcellona “Marchese di Provenza”, stabilendo che la terra sarebbe rimasta per sempre ai suoi eredi. L’accordo fu sigillato con carte ufficiali e il timbro imperiale, rendendo il Conte uno dei nobili più potenti d’Europa.

Dopo aver trascorso del tempo a corte, dove ricevette l’omaggio di tutti i baroni tedeschi e ricchissimi doni dall’imperatrice, il Conte prese la via del ritorno. Si fermò proprio in Provenza per prendere possesso delle sue nuove terre, dove il popolo lo accolse con grida di gioia, felice di avere come signore un uomo così giusto e coraggioso.

Questa cronaca è davvero meravigliosa. E l’autore, Desclot, assieme a Froissart, Muntaner, Giovanni Villani, è uno dei cronisti medievali che adoro di più. Perché scrive in modo visivo, descrivendo le armature, le galoppate, i dialoghi serrati. Proprio come in un romanzo. E i romanzi sono la materia principale di cui mi occupo io, visto che li scrivo. Naturalmente, questo “pregio narrativo” si porta dietro un difetto, ovvero l’accuratezza storica.

Infatti, per capire come il Conte di Barcellona ottenne effettivamente la Provenza, dobbiamo mettere da parte i duelli e guardare alla verità dietro le strategie politiche delle famiglie medievali.

In quel periodo, la Provenza (nel sud della Francia) non era un regno unito sotto un unico capo. Era un territorio spezzettato in tanti piccoli feudi governati da signori locali. Le due fette più grandi erano il Marchesato e la Contea. Chi governava queste terre era formalmente un suddito dell’Imperatore di Germania, ma si trattava di un legame solo sulla carta: l’Imperatore era lontano e i signori locali facevano ciò che volevano.

Il vero colpo di scena non avvenne su un campo di battaglia, ma durante un matrimonio. Nel 1112, il Conte di Barcellona, Raimondo Berengario III, sposò una donna di nome Dolce. Lei non era una ragazza qualunque: era l’erede legittima di tutta la Contea di Provenza. Nel Medioevo, quando una donna ereditava un territorio e si sposava, quel territorio passava sotto il controllo del marito.

Quindi, non fu l’Imperatore a regalare la Provenza al Conte come premio per aver salvato sua moglie. Il Conte di Barcellona divenne padrone di quelle terre semplicemente perché sposò la donna giusta al momento giusto. Questo matrimonio fu un evento politico enorme: unì per la prima volta la Catalogna (in Spagna) con il sud della Francia.

Ecco perché molti storici non credono che questa vicenda sia avvenuta davvero.  A partire dal fatto che ci sono svariati dettagli temporali che non coincidono, e non si trovano i documenti di processo per adulterio. Per non parlare del fatto, e non so se l’avete notato, che l’autore della cronaca non dice mai il nome dell’imperatrice. Dice che era figlia del re di Boemia. E lo dice apposta, perché la Boemia, all’epoca, era solo un ducato che non aveva tecnicamente dei sovrani. E quindi poteva essere una nobile qualunque. Citare la “figlia del re di Boemia”, era come dire “una principessa di un regno lontano”. Impossibile risalire alla sua identità.

Insomma, la storia dell’imperatrice salvata da un duello nacque probabilmente anni dopo per “nobilitare” questa unione geopolitica, trasformando un freddo accordo matrimoniale in una storia di onore, sacrificio e giustizia divina. 

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  1. Bernat Desclot, Cronaca del Re di Aragona Pietro III e dei suoi predecessori (Llibre del rei En Pere e dels seus antecessors passats), XIII secolo
Lorenzo Manara