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21 Dicembre 2025

Guglielmo il Conquistatore e il Natale di Sangue del 1066

Guglielmo il conquistatore incoronazione

Un’incoronazione avvolta dalle fiamme e il panico nell’Abbazia di Westminster. Scopri l’incredibile storia del Natale (d’Inferno) di Guglielmo il Conquistatore.

E’ il giorno di Natale dell’anno 1066 e all’interno dell’Abbazia di Westminster sta per compiersi il destino di un’intero regno. Guglielmo il Conquistatore sta per indossare la corona. Ma proprio nel momento del trionfo, mentre le grida di felicità scuotono le mura di pietra, accade l’impensabile. Fuori dall’abbazia, scoppia un incendio. Il fumo entra in chiesa e annebbia l’aria. I chierici e i nobili che assistono all’incoronazione fuggono via nel panico, temendo che l’abbazia stessa stia prendendo fuoco. E nel caos più totale, pensando a un attacco, i soldati normanni estraggono le spade. Quello che doveva essere un giorno fondamentale per la storia d’Inghilterra, l’incoronazione del suo nuovo re, diventa un giorno di fuoco e sangue.

Questo speciale episodio natalizio proviene dalla cronaca di Orderico Vitale1, autore inglese vissuto tra XI e XII secolo. Episodio che narra di un inferno scatenato proprio la notte di Natale, nell’esatto momento dell’incoronazione di uno dei sovrani più celebri del medioevo, il normanno Guglielmo il Conquistatore, che aveva appena conquistato l’Inghilterra ma non aveva fatto in tempo a sedersi sul trono che subito vennero a galla presagi e maledizioni, come al solito. Perciò, vediamo di capirci qualcosa di più di questa vicenda e cominciamo dall’inizio.

Pochi mesi prima, Guglielmo era salpato dalle coste settentrionali della Francia col suo esercito, aveva invaso l’Inghilterra e sconfitto il sovrano inglese nella leggendaria battaglia di Hastings. Tante soddisfazioni in pochissimo tempo. Ma adesso era giunto il momento di piegare l’intera isola al suo volere. C’erano ancora alcune località che resistevano.

Guglielmo il Conquistatore marciò verso Dover. Si trattava di una tappa fondamentale per il controllo dell’Inghilterra, perché Dover ospitava moltissime persone convinte di poter ancora resistere all’invasione normanna. La loro fiducia derivava dal grandioso insediamento fortificato di Dover, una struttura considerata inespugnabile poiché sorgeva sulla cima di una roccia ripidissima che cadeva a picco sul mare. I difensori della città pensavano che l’altezza e la posizione naturale fossero una protezione imbattibile contro ogni esercito.

Tuttavia, quando videro arrivare Guglielmo col suo esercito vittorioso (e, soprattutto, seppero che il loro re era caduto in battaglia), il coraggio dei soldati inglesi svanì all’istante. Furono travolti dal panico e decisero di arrendersi senza combattere. Proprio mentre si stavano preparando a consegnare la città, accadde un imprevisto disastroso. Un evento che potremmo definire premonitore.

Alcuni scudieri normanni, giovani spinti dall’avidità e dalla voglia di saccheggiare le ricchezze locali, appiccarono il fuoco alla fortezza. Anche se era praticamente già vinta e non ce n’era bisogno. 

Le fiamme si diffusero velocemente e diventarono indomabili, distruggendo gran parte delle abitazioni e delle mura. Guglielmo si trovò davanti a una situazione difficile da gestire. Voleva diventare il re di quella gente, e iniziare a quel modo non avrebbe di certo fatto bene alla sua reputazione. Per riparare al danno causato dai suoi uomini, prese una decisione insolita per l’epoca. Ordinò che agli abitanti venissero pagati i costi necessari per ricostruire le case distrutte e per coprire tutte le altre perdite subite nell’incendio. Questo gesto non era solo un atto di generosità, ma una precisa strategia politica per guadagnarsi la lealtà di un popolo appena sconfitto.

L’esercito trascorse otto giorni a riparare i danni. In quel periodo però scoppiò un’epidemia terribile tra i soldati. Molti uomini morirono di dissenteria, una grave infezione intestinale che all’epoca era spesso letale a causa della disidratazione e della mancanza di igiene. Dice il cronista che la causa fu il consumo di carne quasi cruda e l’abuso di acqua non purificata. Chi riuscì a sopravvivere portò i segni di quella malattia per il resto della vita. Guglielmo lasciò una guarnigione insieme ai malati e riprese la marcia per sottomettere definitivamente i territori nemici che mancavano. Ma non dovette faticare molto. Le altre località inglesi scelsero di arrendersi spontaneamente e gli giurarono fedeltà. Mancava solo l’ultimo ostacolo al dominio sull’Inghilterra, ovvero il re che era stato nominato in fretta e furia per soppiantare quello caduto poco prima in battaglia: Edgardo II, un quindicenne. 

Costui avrebbe dovuto guidare l’ultima sacca di resistenza, ma era chiaro a tutti che non sarebbe stato possibile. E, infatti, quando Guglielmo il Conquistatore giunse a Londra e si accampò fuori dalla capitale con tutto il suo esercito, mandando avanti la cavalleria e appiccando il fuoco agli edifici sulla sponda del Tamigi, avvenne un vero e proprio crollo psicologico degli inglesi.

L’arcivescovo di Canterbury, insieme ai più importanti nobili del regno, uscì dalla città e andò incontro a Guglielmo per giurare fedeltà. Guglielmo li accolse con favore e confermò il possesso delle loro terre e dei loro titoli. Anche gli abitanti di Londra, resi più saggi dalla paura e dall’isolamento, decisero di arrendersi. Giurarono fedeltà al duca e consegnarono numerosi ostaggi, che servivano come garanzia umana per assicurare che la città non si ribellasse in futuro. A quel punto il giovane Edgardo (che era stato messo lì da coloro che, adesso, gli voltavano le spalle), si ritrovò solo. Perciò, senza un esercito e senza alleati, si presentò al cospetto di Guglielmo per consegnare se stesso e la corona.

Guglielmo dimostrò clemenza verso il giovane principe. Lo accolse con un abbraccio paterno e lo trattò con grande rispetto per il resto della sua vita, quasi come se fosse un figlio adottivo. Costui, Edgardo, era l’ultimo dei re sassoni. E Guglielmo lo difendeva quasi come se fosse un animale in via di estinzione. Lui, che era normanno, aveva posto fine a una dinastia, perché di lì a poco voleva la corona tutta per sé. Questo era il grande obiettivo dei Normanni, un popolo di guerrieri ed esploratori provenienti dalla Francia settentrionale. Avevano affrontato tempeste in mare e battaglie sanguinose sulla terraferma solo per vedere il loro capo indossare i simboli del potere reale. Anche la popolazione locale desiderava questo momento, perché gli inglesi dell’epoca giuravano fedeltà solo a re che avessero ricevuto ufficialmente la corona.

Una bella incoronazione, magari la notte di Natale, come Carlo Magno. Ma a differenza del sovrano dei Franchi, Guglielmo avrebbe vissuto un Natale, quello dell’Anno 1066, davvero infernale.

Tutto era pronto a Londra per l’incoronazione di Guglielmo. Per evitare rivolte o tradimenti da parte degli inglesi appena sottomessi, il clima non era affatto festoso ma teso e militare. Dopotutto, il paese era appena stato conquistato con la forza delle armi. Un folto contingente di soldati normanni circondava l’abbazia di Westminster. Erano tutti a cavallo e pesantemente armati, pronti a intervenire al minimo segno di ribellione. Questa abbazia, dedicata a San Pietro, era il cuore pulsante del potere religioso e politico, lo stesso luogo dove riposava Edoardo il Confessore, il re precedente. Insomma, l’incoronazione non poteva avvenire in altro luogo. Ma il destino ha in serbo un colpo di scena che manderà a monte tutto quanto.

All’interno della chiesa, l’atmosfera è tesa. Due vescovi si alzano in piedi per compiere il rito ufficiale: uno che parla agli inglesi sconfitti, mentre l’altro si rivolge ai normanni vincitori. I normanni parlavano una versione antica del francese, mentre i locali usavano l’antico inglese. Chiedono alla folla se accettano Guglielmo come loro re. La risposta è un boato di approvazione che scuote le pareti di pietra.

Proprio qui nasce il caos. Fuori dall’abbazia, le guardie normanne sono nervose e armate fino ai denti. Sentono quelle grida improvvise provenire dall’interno ma non capiscono una parola di inglese. Per i soldati fuori, quel rumore non è un festeggiamento, ma il segnale di una trappola. Pensano che il loro duca sia caduto in un’imboscata proprio davanti all’altare.

In preda al panico e convinti di dover sedare una rivolta, i soldati commettono un errore imperdonabile. Invece di entrare a controllare, iniziano a dare fuoco alle case di legno che circondano l’abbazia. Le fiamme divampano in pochi minuti, trasformando la cerimonia di incoronazione in un incubo di fumo e terrore. 

Le fiamme si propagarono con una velocità spaventosa e il panico prese il sopravvento sui fedeli riuniti in preghiera. Uomini e donne di ogni classe sociale smisero di festeggiare e si spinsero l’un l’altro nel tentativo disperato di fuggire dall’edificio, convinti di avere la morte alle calcagna. Solo i vescovi rimasero al loro posto davanti all’altare insieme a una manciata di monaci e chierici, ovvero i membri del clero che assistevano durante le cerimonie ufficiali. Anche se tremavano visibilmente per la paura, riuscirono a portare a termine il rito dell’incoronazione con estrema fatica. Lo stesso re Guglielmo, un guerriero solitamente imperturbabile, appariva profondamente turbato dal caos crescente.

In questo frangente, si dice addirittura che stesse tremando.

Quasi tutti i presenti corsero fuori. Alcuni cercarono coraggiosamente di domare le fiamme per salvare la città (presumo gli inglesi), mentre molti altri approfittarono della confusione totale per darsi al saccheggio e rubare tutto ciò che potevano (presumo i normanni). Gli inglesi rimasero sconvolti e furibondi quando capirono come era scoppiato quel disastro. Questo evento segnò l’inizio di una frattura profonda tra i nuovi dominatori normanni e la popolazione locale. Gli inglesi iniziarono a considerare i normanni come traditori senza fede e da quel momento rimasero in attesa dell’occasione giusta per vendicarsi di quell’umiliazione.

Quello che doveva essere il trionfo supremo di Guglielmo si concluse dunque in tragedia. Mentre il nuovo Re d’Inghilterra pronunciava i suoi giuramenti solenni, fuori le sue stesse guardie stavano riducendo in macerie i quartieri di Londra. L’esercito che avrebbe dovuto proteggere il nuovo regno lo stava, di fatto, devastando per un tragico malinteso.

Le conseguenze di quella notte furono indelebili. Per gli inglesi, quell’incendio fu la prova che i nuovi padroni erano barbari pronti a tutto; per i normanni, la paranoia di vivere in una terra ostile non li avrebbe mai abbandonati. I cronisti dell’epoca, infatti, come Orderico Vitale, videro in quel caos un presagio oscuro. Un regno iniziato nel sangue e nel fuoco era destinato a essere mantenuto con il pugno di ferro. Ed è esattamente ciò che avvenne.

Se questa storia ti ha appassionato, seguimi! Grazie mille e alla prossima!

  1. Historia Ecclesiastica, Orderico Vitale
Lorenzo Manara