Faust: Il Patto di Sangue col Diavolo (La VERA Storia)

La vera storia del Dottor Faust, l’uomo che strinse un patto di sangue col Diavolo! 24 anni di potere al prezzo della propria anima
Certi accordi, o meglio “patti”, non si firmano con l’inchiostro. Si firmano col sangue. Ed è quel che accadde a un certo dottor Faust, che intingendo la penna nel suo stesso sangue firmò la propria condanna su una pergamena. E subito dopo aver firmato, sulla sua mano apparve un marchio infuocato, scritto in latino: Fuggi, uomo! Un avvertimento. L’ultimo. Ma lui non gli prestò attenzione.
Questo è l’istante preciso della dannazione del Doktor Iohan Faustus, conosciuto più semplicemente come il Dottor Faust, l’uomo che strinse un patto della durata di ventiquattro anni con il Diavolo. È la storia di un ribelle, un religioso insoddisfatto che scelse di abbracciare la Negromanzia, l’arte della magia nera. Un uomo che riuscì a compiere ogni tipo di prodigio e che poi, inevitabilmente, si trovò a scontare la condanna che egli stesso aveva firmato, di suo pugno.
La fonte di questo racconto infernale è una traduzione1 del manoscritto originale tedesco del 1587, che introdusse la figura di Faust nella storia letteraria, da cui poi si sono ispirati grandi autori tra cui Goethe. Oggi voglio raccontarvi l’origine, la prima comparsa nella storia di questo oscuro personaggio che ha fatto una scelta di vita che moltissime persone compiono ogni giorno, e lo fanno da sempre: scegliere tutto il meglio subito, a discapito delle conseguenze future.
Perciò, preparatevi, che adesso ci immergiamo in questa antica storia maledetta, tra prodigi soprannaturali e puzza di zolfo.
La storia di Faust comincia in un piccolo e modesto borgo della provincia di Weimar, in Germania. Suo padre, un povero contadino, non aveva i mezzi per crescerlo, ma il destino aveva altri piani per il giovane.
Fortunatamente, fu adottato da uno zio benestante a Wittenberg. Questa non era una città qualunque: era, all’epoca, un centro intellettuale, il cuore pulsante della Riforma Protestante, quel gigantesco terremoto religioso che stava squassando l’intera Europa. Lo zio, uomo pio e devoto, iscrisse Faust all’Università perché studiasse teologia, la conoscenza di Dio e delle sue leggi.
Ma Faust aveva un animo troppo irrequieto e ribelle. Nonostante tutti gli sforzi per guidarlo verso la luce della fede, il giovane si immerse nel buio. La sua vera, segreta ossessione era l’Arte della Negromanzia. Cos’è la Negromanzia? È l’arte oscura, capace di evocare gli spiriti dei morti o, peggio ancora, le temute entità infernali, i demoni. Sostanzialmente, la magia nera.
Faust fece progressi fulminei in questa pratica e tenne la sua vera vocazione nascosta a tutti. Concluse i suoi studi e fu esaminato dai Rettori e dai Pastori dell’Università. La sua eccellenza era innegabile. Nessuno poteva eguagliarlo in teologia. Così, gli fu assegnato all’unanimità il massimo titolo: Dottore in Teologia. Ed è così con questo nome che cominciarono a chiamarlo tutti, lo stesso che conosciamo noi oggi: dottor Faust.
Il titolo, però, non placò la sua ambizione divorante. La mente di Faust cadde in un turbine di elucubrazioni sinistre e profonde. I suoi stessi studenti, vedendolo così introspettivo e perso nei suoi pensieri, iniziarono a chiamarlo lo “Speculatore”. Faust non era più interessato all’immortalità dell’anima o alla Divinità. La sua unica, dannata ossessione era superare ogni limite imposto all’uomo. Voleva l’onnipotenza, un desiderio che la Chiesa definiva come eresia pura e pericolosa.
Determinato a spingersi oltre la condizione umana, decise di agire. Notti intere lo videro vagare, solo, in un bosco isolato vicino Wittenberg. Era giunto il momento di invocare gli spiriti. In una notte buia, a un tetro bivio, Faust si chinò e tracciò a terra un cerchio magico. Era il punto di non ritorno. A voce altissima, in un ruggito disperato, chiamò i grandi signori infernali: Astaroth, Beelzebub e gli altri demoni.
L’evocazione ebbe inizio con un terribile frastuono. L’aria si riempì di rumori assordanti, come se cielo e terra stessero per collassare. I venti ulularono, piegando le cime degli alberi fino a terra. Poi, un evento da brividi: il Diavolo scatenò un ruggito talmente potente da far sembrare il bosco pieno di leoni affamati. Subito dopo, si sentì un rumore agghiacciante, un vero e proprio inferno di suoni: migliaia di carri che correvano all’impazzata su una strada di pietre, seguiti da tuoni assordanti e fulmini accecanti. Al povero Dottore Faust, in quel momento, parve che il mondo intero stesse bruciando.
Nonostante l’orrore, Faust era un uomo di scienza e magia, e la sua determinazione era ferrea. Aveva chiamato uno spirito, e lo spirito si presentò. Apparve sotto un aspetto orribile, ma Faust non si lasciò intimidire. Con un atto di volontà straordinario, lo respinse, imponendogli di tornare con un aspetto più accettabile.
Lo spirito ubbidì e riapparve poco dopo. Questa volta, aveva l’aspetto più rassicurante e ingannevole di un frate: era Mephostophiles, l’emissario del Diavolo.
Le Condizioni del Patto di Sangue
Dopo una lunga e tesa discussione, Faust mise in chiaro le sue ambizioni. Il suo desiderio era che Mephostophiles diventasse il suo servitore personale per ventiquattro anni. In questo arco di tempo, lo spirito avrebbe dovuto soddisfare ogni sua richiesta, portargli ogni cosa volesse e, soprattutto, rispondere a ogni sua domanda, svelando i segreti dell’universo.
Ma, ovviamente, il Diavolo aveva le sue regole. Mephostophiles stabilì quattro condizioni agghiaccianti, le clausole di un patto eterno che Faust doveva rispettare:
- Avrebbe dovuto rinnegare Dio e la fede cristiana.
- Avrebbe dovuto scrivere un patto di sangue, cedendo la sua anima al Diavolo alla scadenza dei ventiquattro anni.
- Sarebbe diventato il nemico di tutti i cristiani.
- Non avrebbe mai permesso a nessuno di fargli cambiare idea o di convincerlo a rompere l’accordo.
Faust, accecato dalla sete di conoscenza e potere, accettò immediatamente.
Prese un coltello e si incise il braccio, versando il suo sangue su una pergamena per sigillare il terribile contratto. Ma qui accadde un evento strano e sinistro: non appena iniziò a scrivere, il sangue si ritirò, quasi rifiutandosi di macchiare l’atto. Mephostophiles, sempre pronto, suggerì un trucco per farlo scorrere di nuovo, e Faust riuscì a finire la scrittura.
Quando il patto fu concluso, apparve un monito divino sulla sua stessa mano: la frase latina “O homo fuge” (O uomo, fuggi!). Era un ultimo, disperato avvertimento a salvarsi. Ma Faust, imprigionato nella sua ambizione, ignorò il segno e consegnò il patto. La sua vita, e la sua anima, erano ora proprietà del Diavolo.
Appena stretto il patto con il Diavolo, il primo pensiero del Dottore, ormai Faust, fu sposarsi. Un desiderio semplice, no? Sbagliato! Mephostophiles, il suo spirito servitore demoniaco, glielo negò subito. Perché? Perché il Diavolo è il nemico giurato dell’ordine divino, e il matrimonio è visto come una benedizione sacra. Però, da buon tentatore, il demone fece una controproposta: gli promise di fornirgli in qualsiasi momento una donna capace di esaudire ogni suo piacere. Faust accettò senza troppi pensieri. Per i successivi ventiquattro anni, Faust avrebbe avuto in mano il potere assoluto sulla Terra per fare quello che voleva.
Viaggi tra Cielo e Inferno
E così iniziò l’epoca dei viaggi e delle meraviglie. La prima curiosità di Faust fu proprio il suo nuovo “datore di lavoro”: chiese a Mephostophiles tutti i dettagli sull’Inferno. Il demone gli spiegò una cosa agghiacciante: l’Inferno non è solo un luogo sotterraneo come ce lo immaginiamo. È ovunque e in nessun luogo. Ogni demone lo porta con sé, perché l’Inferno, in sostanza, è la separazione totale da Dio. Una definizione da brividi.
Faust si lanciò in viaggi incredibili, volando attraverso i cieli. Arrivò a Roma, non solo per ammirare le rovine e i monumenti, ma per combinarne di tutti i colori, specialmente durante una grande festa papale. Visitò la Francia, la Spagna e ogni angolo del mondo conosciuto. A volte, viaggiava solo per rispondere alle domande dei suoi studenti o degli ospiti, curiosi di sapere cosa si nascondeva in terre lontane.
Le Beffe del Mago
La fama di Faust crebbe a dismisura anche grazie alle sue beffe, a volte geniali, a volte crudeli. Un giorno, chiese un passaggio a un rozzo contadino, che glielo rifiutò in malo modo. Per vendicarsi, Faust lanciò un incantesimo: le quattro ruote del carro si staccarono di colpo appena il contadino ripartì, lasciandolo a piedi. L’uomo dovette sborsare un bel po’ di denaro per convincere Faust a rimettere le ruote al loro posto.
Un’altra storia celebre riguarda un cavallo che vendette a un mercante. Faust lo avvisò chiaramente: “Non cavalcarlo assolutamente nell’acqua!”. Ovviamente, il mercante, scettico e diffidente, pensò subito di fare l’esatto contrario. Appena il cavallo entrò in un fiume, svanì nel nulla! Era solo un’illusione creata da Mephostophiles, lasciando il mercante con le briglie e la sella in mano. Quando l’uomo tornò furente per vendicarsi, Faust finse di dormire e, con un colpo di magia, gli staccò la gamba! Solo dopo suppliche disperate e un pagamento salatissimo, Faust rimise l’arto al suo posto, come se nulla fosse.
La Magia alla Corte Imperiale
L’arte di Faust andava ben oltre i semplici scherzi. Alla corte dell’Imperatore Carlo V, noto come l’Imperatore del Sacro Romano Impero Germanico (una delle figure più potenti dell’epoca), Faust diede prova del suo vero potere. Carlo V, incuriosito, gli chiese di evocare lo spirito di Alessandro Magno, il leggendario conquistatore macedone. Faust non solo fece apparire Alessandro, ma anche la sua regina. Li mostrò in modo così realistico e vivido che tutti i cortigiani rimasero a bocca aperta.
Non contento, fece un altro scherzo, questa volta con il Duca d’Anholt, un nobile tedesco. In un lampo, creò illusioni di un maestoso castello e radunò un intero esercito fantasma, giusto per dimostrare chi era il vero maestro della magia.
Il ventiduesimo anno del suo patto fu segnato da un lusso incredibile. Faust, ormai abituato a ottenere ciò che voleva con un semplice desiderio, pretese e ottenne sette donne di bellezza sfolgorante, provenienti da diverse nazioni. Erano le sue compagne, lo servivano e lo affiancavano in tutti i suoi viaggi.
Ma la sua smania e la sua lussuria non avevano freni. Per l’ultima, clamorosa dimostrazione di quanto fosse illimitato il suo potere ottenuto grazie al Diavolo, Faust si spinse oltre ogni limite: decise di evocare lo spirito di Elena di Troia. La leggendaria donna, la cui bellezza era così sconvolgente da aver scatenato un’intera guerra, narrata da Omero.
Quando lo spirito apparve, la sua bellezza era così accecante che Faust ne fu totalmente travolto, come se fosse stato colpito da un fulmine. Sapeva bene che era solo uno spirito, una sorta di Furia – un’entità terrificante e vendicativa, non un essere umano in carne e ossa – ma la sua ossessione era totale. La prese come sua amante, e in questa unione distorta, Faust credette persino di aver generato un figlio.
La fine del dottor Faust
Tuttavia, il tempo è inesorabile. L’ombra del ventiquattresimo anno, l’anno della scadenza fatale del patto, iniziò ad allungarsi minacciosa. La consapevolezza della sua dannazione e della fine imminente, il momento in cui la sua anima sarebbe stata reclamata. Faust cadde in una profonda disperazione. Il Diavolo gli aveva ormai prosciugato l’anima e lo aveva convinto che ogni speranza fosse perduta, che fosse impossibile per lui salvarsi o tornare indietro. Sentiva già addosso il calore dell’Inferno, inteso non solo come luogo fisico, ma come la tremenda e definitiva separazione eterna da Dio.
I suoi amici, gli studenti dell’Università di Wittenberg si accorsero del suo malessere e della sua agonia interiore. Anche un anziano vicino, mosso a compassione, lo esortò a pentirsi e a cambiare vita finché era in tempo. Ma Faust era giunto a una terribile conclusione: era convinto di aver superato il punto di non ritorno, di essere ormai troppo lontano dalla salvezza divina. Così, per lasciare un segno e non dimenticare l’orrore della sua condizione, decise di mettere per iscritto tutta la sua storia: una cronaca della sua vita folle e della sua inevitabile, tragica dannazione.
Era l’ultima notte del Dottor Faust. In un’atmosfera lugubre, il dottore riunì i suoi allievi per una cena che sapeva essere l’addio definitivo. Dopo il pasto, li portò in una sala e si sedette per la sua ultima orazione. Con la voce spezzata, confessò : “Cari amici, l’ora che temevo è giunta. Per ventiquattro anni, ho rinnegato Dio e ho servito il Diavolo. In cambio di sapere e potere, ho firmato la mia condanna con il mio stesso sangue. Ho rinnegato il Cielo, e ora il prezzo deve essere pagato.”
Gli studenti piansero e lo pregarono di pentirsi. Faust spiegò che era troppo tardi. Per ventiquattro anni, il Diavolo lo aveva tenuto prigioniero. Ogni volta che aveva pensato alla redenzione, Mephostophiles si era presentato con un aspetto minaccioso. Era convinto che il pentimento non avrebbe più avuto valore.
Quando l’orologio segnò le undici, Faust li supplicò di lasciare la sala, per non essere testimoni del suo orrore. Gli studenti si riunirono nella stanza accanto in preda al terrore, incapaci di fuggire. L’orologio, infine, batté la mezzanotte. E poi, il caos. Un rumore sordo e spaventoso scosse la casa, come se la struttura stessa venisse strappata dalle fondamenta. Seguirono le urla, strazianti, disperate, del dottore. Si sentirono colpi brutali, come se il corpo venisse sbattuto con forza inumana contro il pavimento e i muri.
Poi, un silenzio agghiacciante.
Quando il sole si alzò e il terrore si attenuò quel tanto che bastava per muoversi, gli studenti aprirono la porta della sala. Trovarono una scena spaventosa. Il corpo di Faust era irriconoscibile, mutilato in modo orrendo. Il Diavolo lo aveva brutalmente ridotto a brandelli. I suoi occhi erano stati strappati e giacevano in un angolo, i suoi denti in un altro. Il Diavolo, con cui aveva riso e viaggiato per ventiquattro anni, aveva brutalmente esatto il suo debito.
Gli studenti seppellirono il corpo del dottore, ma non dimenticarono la storia di Doctor Faust. Trovando le sue cronache, decisero di aggiungere il racconto della sua fine, affinché servisse da orribile monito per tutti coloro che osano sfidare Dio per il potere della Negromanzia.
Questa è una storia che si tramanda da secoli, un avvertimento perenne per chiunque osi oltrepassare i limiti umani. Il suo nome, Faust, è diventato sinonimo di un desiderio insaziabile… anche a costo della dannazione eterna.
Se questa storia ti ha affascinato, seguimi!
- The Damnable Life and Deserved Death of Doctor John Faust, 1592 ↩
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