Boudicca: La Regina Celtica che fece Tremare Roma

Settantamila morti e tre città rase al suolo. Scopri la vera storia di Boudicca, la regina guerriera che giurò vendetta contro l’Impero Romano
Settantamila morti, tre città rase al suolo e il mare della Britannia che si tinge di rosso, pieno di corpi che galleggiano. La causa di questo inferno è una donna: una regina celtica che ha giurato di vedere Roma bruciare. Il suo nome è Boudicca. In questo episodio di Leggende Affilate esploreremo la più feroce rivolta del Nord che l’Impero romano abbia mai affrontato, una storia di sangue e profezie spettrali ricostruita attraverso le cronache di Tacito e Cassio Dione, le fonti primarie1.
La nostra storia comincia in una terra selvaggia e battuta dal vento, la Britannia del primo secolo dopo Cristo. Qui regnava Prasutago, il sovrano dei Britanni Iceni, una fiera tribù di guerrieri e allevatori che domina le pianure dell’Inghilterra orientale. Prasutago era un uomo ricco che aveva governato a lungo in pace, ma sentendo vicina la fine decise di fare una mossa politica audace per proteggere la sua famiglia. Nominò come eredi delle sue ricchezze sia le sue due figlie sia l’imperatore romano Nerone. A quel tempo, i regni clienti erano territori formalmente indipendenti ma legati a Roma da patti di fedeltà. Prasutago sperava che questo gesto avrebbe garantito la sicurezza del suo popolo, ma si sbagliava di grosso.
Non appena il re morì, l’esercito romano si comportò come se il territorio fosse una terra di conquista. I centurioni, che erano gli ufficiali veterani a capo delle truppe, iniziarono a saccheggiare il regno. La situazione degenerò rapidamente in tragedia. La regina Boudicca, vedova di Prasutago, venne fustigata pubblicamente e le sue figlie subirono violenze terribili. I nobili del popolo Iceno furono privati dei terreni che appartenevano alle loro famiglie da generazioni e i parenti stretti del re vennero trattati come schiavi. In poco tempo, quello che era un regno alleato venne trasformato con la forza in una provincia, ovvero un territorio sotto il diretto e rigido controllo amministrativo e militare di Roma.
Il dolore e l’umiliazione si trasformarono presto in una rabbia esplosiva. Boudicca non rimase a guardare e riuscì a convincere anche i Trinovanti, una tribù vicina, a unirsi a lei. Questi popoli avevano un odio profondo soprattutto verso i veterani romani che si erano stabiliti a Camuloduno, l’odierna Colchester. Questi ex soldati, chiamati coloni perché ricevevano terre come ricompensa per il servizio militare, si comportavano in modo arrogante. Cacciavano gli abitanti locali dalle loro case e li insultavano chiamandoli prigionieri, certi che nessuno li avrebbe puniti grazie alla protezione dei soldati ancora in servizio.
A far esplodere la rabbia dei Britanni c’era poi un simbolo che non potevano sopportare: il tempio dedicato al “divo” Claudio, l’imperatore che aveva iniziato la conquista dell’isola. Per i locali, quell’edificio non era un luogo sacro, ma il segno che i Romani non se ne sarebbero mai andati. Oltre al danno, c’era la beffa: i nobili del posto venivano scelti come sacerdoti del tempio e obbligati a pagare cifre enormi per mantenerlo, finendo completamente in rovina per onorare il loro stesso oppressore.
In questo clima già teso, spunta un dettaglio incredibile che ci tramanda lo storico Cassio Dione. Anche Seneca, il famosissimo filosofo, era coinvolto. Aveva prestato ai Britanni una somma mostruosa, circa quattro milioni di sesterzi, ma con interessi altissimi. Quando decise di riprendersi tutti i soldi insieme, usando la forza e la violenza, la situazione divenne insostenibile.
La tensione in Britannia era diventata palpabile e strani fenomeni iniziarono a spaventare i coloni romani. A Camuloduno, la statua della Vittoria cadde improvvisamente a terra senza che nessuno l’avesse toccata, finendo con la faccia rivolta all’indietro come se stesse scappando davanti ai nemici. Alcune donne, colpite da visioni profetiche, iniziarono a gridare che la fine era vicina. Si diceva che nel palazzo del governo si udissero urla in una lingua sconosciuta e che il teatro risuonasse di lamenti spettrali. Addirittura, nelle acque del fiume Tamigi, molti credettero di vedere il riflesso delle rovine della città.
Questi segnali cupi, uniti al mare che sembrava tingersi di rosso e a macabre forme simili a cadaveri lasciate dalla marea, accesero la speranza nei Britanni ma gettarono nel panico i veterani romani. In quel momento, il governatore Svetonio Paolino, il massimo comandante militare, si trovava lontano per una spedizione. I coloni cercarono allora aiuto dal procuratore Cato Deciano, l’ufficiale incaricato della riscossione delle tasse. Ma Deciano, sottovalutando il pericolo, inviò appena duecento uomini mal equipaggiati per rinforzare la piccola guarnigione locale.
Nonostante il pericolo, i Romani fecero un errore dettato dall’arroganza. La città di Camuloduno non aveva mura o difese serie. I generali si erano preoccupati di costruire teatri e palazzi eleganti invece di pensare alla sicurezza, convinti che nessuno avrebbe mai avuto il coraggio di attaccarli. Non avevano idea di quanto fosse pericolosa la disperazione dei Britanni. Non allontanarono nemmeno i civili per prepararsi all’assedio. Si comportavano come se fossero in tempo di pace, finché non si ritrovarono circondati da una marea di guerrieri celtici. In un solo assalto, l’intera città fu messa a ferro e fuoco. I soldati romani si barricarono nel tempio di Claudio, ma dopo due giorni di resistenza disperata, la struttura venne espugnata e distrutta.
Il massacro non si fermò lì. Petilio Ceriale, il comandante della Nona Legione, cercò di correre in soccorso della città, ma i Britanni lo intercettarono. Fu una carneficina: l’intera fanteria romana venne sterminata e Ceriale riuscì a salvarsi solo grazie alla rapidità della sua cavalleria, rifugiandosi in un accampamento fortificato. Nel frattempo, il procuratore Cato Deciano, rendendosi conto che la guerra era stata causata proprio dalla sua avidità e dai soprusi fiscali che aveva imposto, preferì fuggire via mare verso la Gallia, l’odierna Francia, abbandonando la provincia al suo destino.
Svetonio Paolino, il governatore romano, non si lasciò abbattere dal panico. Con una manovra audace e rischiosa, riuscì a farsi strada attraverso i territori controllati dai ribelli per raggiungere Londinio, quella che oggi conosciamo come Londra. All’epoca non era ancora una città ufficiale romana, ma era già un centro famosissimo per il commercio, pieno di mercanti e magazzini colmi di merci preziose.
Svetonio inizialmente pensò di trasformare la città nel suo quartier generale per fermare l’avanzata di Boudicca. Tuttavia, guardando i suoi pochi soldati e ricordando la fine terribile fatta dalla Nona Legione pochi giorni prima, dovette prendere una decisione atroce: sacrificare una sola città per evitare di perdere l’intera Britannia. Nonostante le suppliche e il pianto dei cittadini che lo imploravano di restare, il generale fu irremovibile e ordinò la ritirata.
Permise a chiunque volesse di unirsi alla sua marcia, ma chi rimase indietro perché troppo vecchio, malato o semplicemente troppo legato alla propria casa, andò incontro a un destino terribile. La furia dei Britanni si abbatté su Londinio e subito dopo su Verulamio, l’attuale St Albans, che era un municipio, ovvero una città che godeva di diritti legali simili a quelli di Roma. I ribelli evitavano strategicamente le fortezze ben difese: cercavano bottino facile e ricchezze nei centri meno protetti.
Fu un vero e proprio sterminio. Si calcola che in queste città morirono circa settantamila persone, tra cittadini romani e popolazioni alleate. I guerrieri di Boudicca non avevano alcun interesse a fare prigionieri per venderli come schiavi o per chiedere riscatti, come si usava spesso in guerra. Agivano con una frenesia brutale, come se sapessero che la loro libertà sarebbe durata poco e volessero gustarsi ogni istante di vendetta. Tra impiccagioni, roghi e crocifissioni, la Britannia si trasformò in un immenso campo di morte.
Secondo Cassio Dione,tra gli atti più spietati ci furono quelli riservati alle donne della nobiltà romana. I ribelli le spogliarono e le appesero per umiliarle pubblicamente. In un gesto di macabra ferocia, le sfigurarono e le trafissero da parte a parte con pali acuminati, lasciandole morire in preda a sofferenze atroci.
Questi orrori non erano semplici esplosioni di rabbia, ma venivano compiuti durante veri e propri riti religiosi. Mentre i Romani morivano, i Britanni banchettavano e celebravano i loro successi con grida di scherno e danze frenetiche. Il centro di queste celebrazioni era il bosco sacro dedicato ad Andraste. Questa divinità era la loro dea della Vittoria, una figura temibile che i Britanni veneravano con devozione assoluta per ottenere protezione in battaglia.
Per porre fine a tutto questo, Svetonio radunò la Quattordicesima legione insieme ai veterani della Ventesima e ad alcune truppe ausiliarie, ovvero soldati reclutati tra le popolazioni alleate dell’Impero che supportavano i cittadini romani. In tutto aveva circa diecimila uomini: un numero impressionante, ma minuscolo se confrontato con la marea umana che lo seguiva.
Secondo Cassio Dione, Budicca si presentò allo scontro con un esercito di ben duecentotrentamila uomini. Dall’altra parte, Svetonio si trovava in una situazione disperata perché i suoi uomini erano numericamente molto inferiori rispetto alla marea umana che avevano di fronte. Se avesse allungato troppo la sua formazione, la fila sarebbe diventata troppo sottile e fragile. Se invece avesse tenuto tutti i soldati in un unico blocco, i Britanni li avrebbero circondati facilmente, massacrandoli da ogni lato.
Per risolvere questo problema tattico, il generale romano decise di dividere il suo esercito in tre corpi distinti, posizionandoli in modo da poter combattere su più punti contemporaneamente. Ordinò inoltre di addensare le schiere, facendo sì che i soldati restassero vicinissimi tra loro. Questa tattica serviva a creare un muro di scudi quasi impenetrabile, difficile da rompere anche sotto la pressione di una carica nemica massiccia. In questo modo, nonostante l’inferiorità numerica, i Romani speravano di trasformare la battaglia in una prova di resistenza e disciplina contro la furia disordinata dei ribelli.
Il generale romano, esperto di tattica, non scelse il campo di battaglia a caso. Trovò una gola stretta, una sorta di imbuto naturale protetto alle spalle da una fitta foresta. Questa posizione era perfetta: impediva ai Britanni di aggirarlo o di tendergli imboscate tra gli alberi. Davanti a lui si stendeva una pianura aperta dove i nemici avrebbero dovuto caricarlo frontalmente, perdendo il vantaggio del numero.
Svetonio schierò i legionari in file serrate e compatte, pronti a fare muro con i loro scudi. Ai lati mise la fanteria leggera e, ancora più esternamente, la cavalleria per proteggere i fianchi. Dall’altra parte, l’esercito dei Britanni offriva uno spettacolo incredibile e caotico. Erano migliaia, tra guerrieri a piedi e bande a cavallo, che urlavano e si muovevano con un’euforia travolgente.
Erano talmente sicuri di vincere che avevano portato con sé persino le loro famiglie. Lungo il bordo della pianura avevano sistemato i carri con sopra le mogli, che avrebbero dovuto assistere a quella che credevano sarebbe stata la definitiva sconfitta di Roma. I carri non erano solo trasporti, ma formavano una specie di barriera che circondava il campo di battaglia, trasformando la pianura in una trappola mortale per chiunque avesse dovuto ritirarsi.
La scena che si presentava in quel momento era epica e drammatica. Boudicca, la regina guerriera, stava in piedi su un carro da guerra che correva davanti ai guerrieri di tutte le tribù. Accanto a lei c’erano le sue due figlie, i volti segnati dalle sofferenze subite.
E com’era questa Boudicca? A descriverla è Cassio Dione.
Era una donna altissima e imponente, con uno sguardo feroce che metteva soggezione a chiunque la guardasse. Aveva una voce profonda e una chioma foltissima di capelli biondi che le arrivavano fino alle natiche. Attorno al collo portava una grande collana d’oro, simbolo del suo alto rango, e indossava una tunica variopinta stretta al petto, coperta da un mantello pesante chiuso da una fibbia. Brandendo una lancia per terrorizzare i suoi nemici e ispirare i suoi soldati, la regina guerriera parlava alle truppe.
Boudicca iniziò il suo discorso ricordando che per i Britanni non era affatto strano essere guidati in battaglia da una donna, poiché le loro tradizioni permettevano anche alle regine di esercitare il comando militare. Ma Boudicca ci teneva a chiarire una cosa: non era lì per riprendersi il trono o l’oro. Combatteva come una persona comune per riconquistare la libertà perduta. Voleva vendicare il proprio corpo ancora segnato dalle frustate e l’onore delle sue figlie, calpestato dai soldati romani.
Gridava alla sua gente che la bramosia di Roma era ormai senza limiti. Diceva che gli invasori non rispettavano più nessuno, né la fragilità dei vecchi né la purezza delle giovani. Ma assicurava anche che gli dèi erano pronti a punirli. Una legione era già stata distrutta e gli altri soldati romani, secondo lei, stavano tremando dentro i loro accampamenti, cercando solo una via di fuga.
Boudicca incitava i suoi uomini dicendo che se i Romani avevano paura persino delle urla di quella folla immensa, non avrebbero mai resistito a uno scontro corpo a corpo. La sua conclusione fu un urlo di sfida: in quella battaglia dovevano vincere o morire. Questa era la sua decisione di donna; gli uomini, se preferivano, potevano anche scegliere di restare vivi e tornare a essere schiavi.
Anche Svetonio fece un discorso di guerra alle sue truppe. Anche se si fidava ciecamente del coraggio dei suoi uomini, passava tra i ranghi alternando incitamenti e preghiere. Diceva ai suoi soldati di non farsi impressionare dalle urla dei Britanni o dalle loro minacce: facevano molto rumore, è vero, ma tra le loro fila si vedevano più donne e civili che veri combattenti. Perciò, Svetonio utilizza un classico del discorso di guerra, ovvero sminuire l’avversario che, nonostante sia ben numeroso, di soldati veri ne ha portati pochi.
Svetonio spiegava ai legionari che quei guerrieri erano impreparati e male armati. Secondo il generale, i Britanni sarebbero crollati non appena avessero assaggiato di nuovo il freddo ferro delle spade romane e il valore di chi li aveva già sconfitti in passato. Usò un argomento molto convincente per motivarli: diceva che, anche in un esercito immenso, sono sempre pochi uomini a decidere le sorti di uno scontro. La loro gloria sarebbe stata ancora più grande proprio perché un piccolo gruppo di soldati avrebbe conquistato una vittoria che sarebbe passata alla storia come l’impresa di un intero esercito.
Il piano era semplice. I soldati dovevano restare uniti e compatti come un muro d’acciaio. Prima avrebbero dovuto scagliare i giavellotti, chiamati pilum, che erano armi da lancio. Subito dopo, avrebbero dovuto caricare usando gli scudi per colpire e le spade corte per finire il lavoro. Svetonio fu categorico: nessuno doveva fermarsi a saccheggiare o a cercare bottino prima della fine. Solo a vittoria ottenuta tutto il tesoro dei nemici sarebbe diventato loro.
Le parole del comandante accesero un entusiasmo travolgente. I veterani, uomini che avevano passato la vita sui campi di battaglia e conoscevano perfettamente ogni movimento, iniziarono a preparare i giavellotti con una precisione letale. Vedendo quella determinazione e quella disciplina ferrea, Svetonio capì che la vittoria era a portata di mano e diede il segnale d’attacco.
All’inizio della battaglia, i legionari romani rimasero immobili, protetti dalle pareti della gola che fungeva da scudo naturale. Aspettarono che i Britanni si avvicinassero, poi, con una coordinazione perfetta, scagliarono i loro giavellotti. Una pioggia di ferro colpì i ribelli con precisione micidiale. Subito dopo, la legione si lanciò all’attacco serrando i ranghi e assumendo la formazione a cuneo, una tattica in cui i soldati si dispongono a triangolo per sfondare le linee nemiche come se fossero la punta di una freccia.
L’urto fu devastante. Anche le truppe ausiliarie caricarono con violenza e la cavalleria, tenendo le lance abbassate per colpire con tutta la forza del galoppo, travolse chiunque cercasse di resistere. I Britanni, presi dal panico, tentarono di fuggire, ma si ritrovarono in una trappola mortale costruita da loro stessi. I carri che avevano disposto ai bordi della piana per far assistere le famiglie alla battaglia ora bloccavano ogni via d’uscita.
Iniziò un massacro indiscriminato. I soldati romani, accecati dalla foga della battaglia, non risparmiarono nessuno, uccidendo persino le donne. Anche i cavalli e gli animali da tiro dei carri vennero trafitti dai dardi, accumulandosi in enormi montagne di corpi insieme ai caduti. Fu una vittoria leggendaria, che ricordava i trionfi più gloriosi della storia di Roma. I numeri sono impressionanti: si dice che morirono quasi ottantamila Britanni, mentre i Romani persero solo quattrocento uomini e ne ebbero poco più di quattrocento feriti.
Boudicca, vedendo la distruzione totale del suo sogno di libertà e non volendo finire nelle mani del nemico per essere esibita come un trofeo, decise di uccidersi bevendo del veleno. Ma la giornata portò con sé un’altra morte drammatica. Penio Postumo, il prefetto del campo della Seconda Legione, che aveva il compito di gestire l’accampamento e le riserve, non aveva partecipato allo scontro. Quando seppe della vittoria schiacciante dei suoi compagni, si rese conto di aver commesso un errore imperdonabile disubbidendo agli ordini di Svetonio e privando i suoi uomini della gloria del campo. Per la vergogna, decise di togliersi la vita trafiggendosi con la propria spada.
Secondo Cassio Dione, la regina morì invece di malattia, ma il risultato non cambia: senza la sua guida, i Britanni si sentono perduti. Le tribù si disperdono nelle foreste e la rivolta si spegne per sempre. La Britannia resterà sotto il dominio di Roma per altri tre secoli e mezzo, ma il ricordo di quella donna che fece tremare l’impero non svanirà mai.
Boudicca è passata alla storia non come una semplice sconfitta, ma come il simbolo della resistenza di un popolo contro un gigante. Oggi la sua statua svetta a Londra, proprio vicino a quel Parlamento che sorge dove un tempo lei aveva portato fuoco e fiamme.
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- Tacito, Annales (XIV, 29-39) e Cassio Dione, Storia Romana (LXII, 1-12) ↩
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