Bologna, 1334: l’esercito pontificio è assediato nel Castello di Galliera, sotto una pioggia di sterco. Scopri la vera storia della battaglia della merda.
Il medioevo della nostra immaginazione è un periodo oscuro, età di passaggio fra la gloriosa Antichità e la rivoluzionaria Età Moderna: Medio-Evo, ovvero l’Età di Mezzo, quando gli uomini dei secoli bui s’ammazzavano a spadate, si torturavano ed erano dei gran sudicioni. L’episodio passato alla storia come “battaglia della merda” parrebbe confermare tutto questo, descrivendoci un disgustoso scontro combattuto a suon di secchiate, di merda.
Nella cronaca dell’Anonimo romano, scritta nella metà del XIV secolo, compare il resoconto di un assedio avvenuto nel corso delle lotte tra guelfi e ghibellini che dilaniavano l’Italia intera ormai da più di un secolo. Il papa se n’era da tempo scappato ad Avignone, lasciando un vuoto negli equilibri di potere che poteva essere colmato solo dal suo “angelo della pace”, come era stato definito: il francese Bertrando del Poggetto (Bertrand du Pouget).
Bertrando del Poggetto: l’angelo della morte a Bologna
Costui era un cardinale-condottiero nonché legato pontificio investito di un’unica missione: eliminare gli avversari della Chiesa a qualsiasi costo. Cosa che lo rendeva piuttosto un angelo della morte.
Il cardinale condottiero Bertrando era così determinato a riportare l’Italia sotto il dominio papale, che attuò una lunga serie di campagne militari contro chiunque gli si opponesse. Talvolta, scontrandosi persino contro coloro che, storicamente, erano da sempre stati schierati con la chiesa: come ad esempio Firenze e Napoli. Questa politica aggressiva attirò le ire dei principali signori italiani, guelfi e ghibellini che fossero, i quali si riunirono assieme per togliere di mezzo quell’angelo funebre nominato dal papa in esilio.
Nei pressi di Ferrara, nell’anno 1333, l’esercito congiunto degli Scaligeri di Verona, dei Gonzaga di Mantova, dei Visconti di Milano e dei ghibellini di Firenze ingaggiò battaglia con l’armata del cardinale condottiero, sulle rive del Po. L’attacco colse di sorpresa i papali mentre pranzavano, e nel giro di poco tempo si tramutò in un massacro consumato per la città e per il contado. Fu anche catturato un gigantesco trabocco, arma d’assedio che l’esercito pontificio usava per spezzare le difese dei castelli ghibellini, che aveva nome “asino”, e che forse giocò un ruolo importante nella vera e propria battaglia della merda, qualche tempo dopo.
I bolognesi al seguito di Bertrando furono costretti alla fuga sul fiume, attraverso un ponte di legno legato con funi. Il ponte fu distrutto e molti caddero in acqua. Alcuni riuscirono ad aggrapparsi alle funi del ponte distrutto, tenendosi a galla, ma i nemici della Chiesa le tagliarono a colpi d’accetta, e costoro finirono trascinati dalla corrente, privi di un appiglio, per poi annegare. L’armata pontificia perse migliaia di uomini, quel giorno.
Bertrando fu costretto a ripiegare a Bologna, per radunare le forze che gli restavano. Ma il cardinale condottiero non poté star tranquillo neppure tra le mura della città da lui dominata, poiché il popolo, che aveva pianto tristemente la disastrosa battaglia sul Po e la morte di così tanti concittadini, era sull’orlo della ribellione.
Le durissime tasse che il cardinale condottiero impose per radunare nuove truppe e proseguire la guerra contro i nemici della Chiesa, furono la goccia che fece traboccare il vaso. Nel 1334 un indomito bolognese di nome Brandelisio Gozzadini, raggiunse la piazza del comune impugnando la spada, e cominciò a gridare a squarciagola per levare il popolo intero. I cittadini risposero alla chiamata, uscirono di casa, in armi, per raggiungere la piazza dove sorgeva il palazzo del potere, Palazzo della Biada, oggi Palazzo d’Accursio. Il marescalco del legato pontificio fu cacciato via e i suoi uomini uccisi e derubati. L’intera città insorse e marciò verso il castello dove albergava il tiranno, dando così inizio alla battaglia della merda.
La battaglia della merda del 1334: l’assedio al Castello di Galliera
“Ora fu puosto lo assedio allo bello e nobile castiello dello legato, dello quale de sopra ditto ène. Lo assedio stette dìe quinnici. L’acqua li fu toita, perché lo curzo li fu rotto. Dentro era fodero de pane, vino, carne inzalata e moite cose. Li Bolognesi traboccavano lo sterco dentro dello castiello e valestravano.”
Perché si chiama Battaglia della Merda? Il ruolo del trabocco
Il nome di questo scontro non è un’invenzione moderna, ma deriva direttamente dall’uso delle macchine d’assedio. I bolognesi, furiosi per le tasse e i soprusi, caricarono i loro trabocchi non solo con pietre, ma con tonnellate di rifiuti organici e sterco prelevato dalle fogne cittadine. L’obiettivo era duplice: umiliare il nemico e scatenare malattie infettive tra i soldati del Papa, trasformando la fortezza in una trappola maleodorante e invivibile.
I rivoltosi assediarono il castello di Galliera, la cui costruzione era stata ultimata da pochissimo, proprio per volere del cardinale condottiero Bertrando. Nonostante la fortezza fosse maestosa, e colma di scorte alimentari, come pane, vino e carte salata, i bolognesi riuscirono a privare i difensori dell’acqua potabile, oltre che bersagliarli con dardi di balestra e armi batteriologiche primordiali, permettendo all’episodio di passare alla storia come “battaglia della merda”.
“Li Bolognesi traboccavano lo sterco dentro dello castiello.” Queste parole contenute nella cronaca sono l’unico riferimento che abbiamo riguardo la veridicità di questa leggenda popolare. Non sappiamo in che modo esattamente fu “traboccato” lo sterco dentro al castello. Se questo termine si riferisce letteralmente all’arma d’assedio, ovvero il trabocco, possiamo presumere che le deiezioni ribelli furono catapultate contro i difensori come orrenda pioggia, magari dallo stesso gigantesco trabocco perduto nella battaglia dell’anno prima, gloriosamente chiamato “asino”. Oppure “traboccare” potrebbe voler dire “riversare”, in qualche modo, non lo sappiamo con certezza.
Il cardinale condottiero Bertrando, l’angelo della morte, non resistette più di quindici giorni. Patteggiò una tregua con i fiorentini, capeggiati dal vescovo di Firenze, e fu scortato fuori dal castello, alla larga dalla folla inferocita, che lo inseguì per le strade di Bologna scagliandogli addosso ogni genere di villania. E forse, anche qualche altra cosa più disgustosa. I soldati fiorentini dovettero proteggerlo per evitare che finisse linciato. Fu cacciato da Bologna e dall’Italia, esiliato ad Avignone dal suo papa, il quale vista la sconfitta dell’uomo verso cui aveva riposto tutte le speranze, fu costretto a restarsene in Francia, e sarebbero passati altri quarant’anni, prima che il seggio pontificio potesse tornare in sicurezza a Roma. I francesi che avevano combattuto con lui furono derubati, imprigionati e uccisi. Il castello di Galliera fu distrutto, si salvò solo la cappella.
Tra le ricchezze che il cardinale condottiero teneva al sicuro nel castello, furono saccheggiate la preziosa campana, la pala dell’altare maggiore, scolpita e impreziosita d’alabastro da Giovanni di Balduccio, che da sola valeva 10.000 fiorini, e una lampada a olio cerchiata d’oro. Oltre, naturalmente alle grandi scorte alimentari, compresa tutta la carne secca.
Oltre Bologna: lo sterco come arma e oltraggio nel Medioevo
La battaglia della merda si concluse con la vittoria del popolo, insorto contro il potere tiranno della Chiesa con la forza delle armi e della materia fecale, simbolo di disprezzo e ingiuria. Ma quella di espletare i propri bisogni come manifestazione vendicativa non è certo una vicenda circoscritta a questo singolo brano storico. Nella cronaca di Salimbene de Adam, ad esempio, si racconta un breve episodio ambientato nella Modena di fine Duecento, quando il podestà fu sepolto con tutti gli onori in una bella tomba, arricchita da un suo ritratto in armi, in sella a un cavallo da guerra. Era stato un gran signore, rispettato dalle autorità, ma non dal popolo: molti infatti lo odiavano profondamente ed erano disposti a tutto per dimostrarlo.
Alcuni cittadini infuriati organizzarono una spedizione punitiva nel cimitero, alla tomba del defunto podestà. Giunti davanti al sepolcro cominciarono a vandalizzare tutto ciò che trovarono, cavarono gli occhi al suo ritratto e non contenti si tiraron giù le braghe per lasciare un bel ricordo della serata. Una vendetta servita calda, è il caso di dire.
Un’altra vicenda simile riguarda un personaggio avvolto da un’aura malefica, Alberico da Romano, podestà di Treviso divenuto oggetto di una spietata crociata, e definito “maledetto”. Le cronache raccontano un suo scatto d’ira simile a quello dei cittadini modenesi, tuttavia rivolto a qualcuno ben più importante di un podestà defunto: il Signore Onnipotente. Dopo aver perduto un suo sparviero in una sfortunata giornata di caccia, se la prese con Dio. Si calò le brache dinnanzi all’altare “precisamente in quello spazio ove si consacra il corpo del Signore” e rilasciò copiosa cacata.
Si conclude così la battaglia della merda. Anche nel mio ultimo romanzo, La Stirpe delle Ossa, un personaggio minaccia di abbassarsi le brache all’interno di una cripta, per oltraggiare la famiglia rivale: oltraggio che scatenerà, assieme a molti altri gesti sconsiderati, una vera e propria guerra. Puoi trovare il romanzo in tutte le librerie e gli store online.
Le leggende non muoiono mai, cambiano solo forma. Se vuoi immergerti in un mondo dove il mito incontra la realtà storica, devi solo seguirmi…
